Famosa per la sua bellezza, Torquato Tasso le dedicò il sonetto In lode de' capelli di D. Barbara Sanseverini Contessa di Sala.

Biografia Era figlia di Gianfrancesco e di Lavinia Sanseverino. Si trasferì a Parma dopo aver sposato, il 6 settembre 1564, Giberto IV SanvitaleGiberto IV Sanvitale (Sala Baganza, 1527 – Piacenza, 30 agosto 1585), della casata dei Sanvitale, fu signore del feudo di Sala Baganza e al servizio di papa Paolo III. In seconde nozze sposò Barbara Sanseverino. Alla sua morte fu sepolto nell'oratorio di San Lorenzo di Sala Baganza (R. Lasagni, Dizionario biografico dei Parmigiani, ed. PPS, Parma 1999), signore di Sala Baganza. Nel 1585 il marito morì a Piacenza in circostanze misteriose e il loro figlio, Girolamo, fu investito dal duca Ottavio Farnese del marchesato di Colorno, con l'obbligo di assumere il cognome e lo stemma dei Sanseverino, originari del Reame di Napoli.

Fu confidente e amante di Vincenzo I Gonzaga, duca di Mantova, che per lei, nel 1580, si trasferì momentaneamente da Mantova a Viadana, luogo che fu teatro di queste loro scappatelle durante il periodo in cui Vincenzo I Gonzaga andò alla corte di Ferrara a conoscere la futura moglie Margherita Farnese.

Rimasta vedova, sposò nel 1596, non per amore, ma per mettere un po' d'ordine nella sua vita e trovare un valido protettore, il conte Orazio Simonetta, feudatario di Torricella, un paese sulle rive del Po, e si trasferì a Colorno.

La "Congiura dei feudatari" contro Ranuccio Farnese In quel tempo si facevano di giorno in giorno più chiare le mire del duca Ranuccio I Farnese per appropriarsi di Colorno. Forte di alcuni lasciti e speculando su beghe ereditarie, il duca cominciò a sostenere che l'investitura di Colorno ai Sanvitale dovesse considerarsi nulla. Nasceva così una causa di diritto feudale nella quale furono coinvolti i più grandi giuristi del tempo. Quando si accorsero che le cose volgevano a loro danno, i Sanvitale pensarono di ricorrere a una congiura per togliere di mezzo Ranuccio e riaffermare così i loro diritti.

Numerosissimi e tutti di alto livello furono i personaggi che, secondo quanto emerso dal processo, aderirono al disegno segreto: Barbara e il secondo marito Orazio Simonetta, il primogenito di lei, Girolamo, con la moglie Benedetta Pio di Savoia e il loro figlio Gianfrancesco, il conte Alfonso II Sanvitale, il conte Teodoro Scotti, il conte Girolamo da Correggio, il conte Pio Torelli, il conte Giovan Battista Masi, il conte Alberto di Canossa, la marchesa Agnese Argotta, Oliviero Olivieri, Onofrio Martani e altri gentiluomini e gentildonne.

Il colpo avrebbe dovuto attuarsi nella chiesa dei Cappuccini di Fontevivo, in occasione del battesimo del nipotino di Ranuccio, AlessandroSecondo alcune fonti il colpo avrebbe dovuto svolgersi nel palazzo ducale di Parma.. Le cose però andarono diversamente perché uno dei servi di Gianfrancesco, imprigionato e torturato per ragioni estranee alla congiura, si lasciò sfuggire, tra i tormenti, qualche frase e qualche nome che misero in allarme la giustizia.

La congiura fu così scoperta e molti dei congiurati furono arrestati. Il processo, a base inquisitoria, fu condotto in modo spietato dal giudice Piossasco e inutili furono i tentativi dei congiurati di negare le reali intenzioni del loro progetto. Il 4 maggio 1612, il procedimento giudiziario terminava con la condanna a morte di tutti i congiurati e la confisca dei loro beni: il 19 maggio 1612, a Parma, insieme ad altri nove cospiratori, Barbara fu decapitata sulla pubblica piazza; l'esecuzione della pena fu inflitta su un palco montato a ridosso del Palazzo dell'Uditore Criminale, che all'epoca sorgeva in corrispondenza di quello che oggi è all'angolo fra piazza Garibaldi e strada della Repubblica. Il boia non riuscì a recidere completamente il collo della nobildonna con la mannaia e dovette aiutarsi con un coltellaccio da macellaio (un 'mannarino') per completare l'opera. Dopodiché, a furor di popolo, profanò il cadavere, sollevandole la veste e sculacciandola per spregio.

Ranuccio accusò di complicità il duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga, che avrebbe offerto somme di denaro per realizzare il complotto, e tre nobilotti Malaspina della Lunigiana e della Val di Vara. Il duca di Mantova Francesco IV Gonzaga, succeduto a Vincenzo dopo la sua morte, minacciò di prendere le armi contro i Farnese ma, prima il pontefice Paolo V, e poi i re di Francia, di Spagna, e Carlo Emanuele di Savoia, fecero da intermediari e il conflitto fu scongiurato.

Tuttavia, in considerazione del fatto che le confessioni furono estorte ricorrendo alla tortura, la ricostruzione ufficiale della congiura che emergeva dagli atti del processo, per quanto svoltosi in modo regolare dal punto di vista formale, destò numerosi dubbi già tra i contemporanei, molti dei quali non credettero all'esistenza di alcuna cospirazione ai danni di Ranuccio. Secondo vari storici, invece, pare verosimile che i nobili coinvolti stessero davvero tramando nel tentativo di opporsi al potere del Duca, ma probabilmente le accuse mosse nei loro confronti ingigantirono i loro reali piani, allo scopo di consentire a Ranuccio di eliminare numerosi oppositori e incamerare vari importanti feudi del Parmense, tra cui Colorno, Sala, Montechiarugolo, Felino e Rossena.

Riferimenti letterari Il poeta Torquato Tasso le dedicò il sonetto In lode de' capelli di D. Barbara Sanseverini Contessa di Sala.Torquato Tasso, Lettere di Torquato Tasso a Luca Scalabrino, a cura di Bartolommeo Gamba, Venezia, 1833, p. 19.

Donna, per cui trionfa Amore e regna, Merti ben tu che 'l capo a te circonde Nobil corona; ma qual fia la fronde, O qual fia l'ór cui tant'onor convegna?

A gran ragion da te si schiva e sdegna Fregio men bel che si ricerchi altronde, Poiché sol l'ór delle tue trecce bionde Può far corona che di te sia degna.

Questo s'avvolge in cotai forme, e tesse, Che la Fenice omai sola non fia Che di diadema natural si vanti.

Così, o nova Fenice, a te piacesse Scoprir il sen, come vedrian gli amanti Che gli è monil la tua beltà natìa!

La vicenda di Barbara Sanseverino e della congiura è stata raccontata da Alfredo Zerbini nel poema storico in dialetto parmigiano La congiura di Feudatäri, pubblicato nel 1947. Il poema è composto da ottanta sonetti divisi in quattro parti: I Feudatäri, La Congiura, Al Procèss e La Gran Giustissia, di venti sonetti ciascuna.

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