Gli arabi (o gente del ḍādDa una prospettiva linguistica.) sono il gruppo etnico di madrelingua araba originario della penisola arabica che, col sorgere dell'Islam, a partire dal VII secolo ha guadagnato grande rilevanza nella scena storica mondiale, insediandosi in circa una ventina di attuali Stati. Oggi gli Arabi sono circa 450 milioni, la maggior parte dei quali vive nei Paesi aderenti alla Lega Araba, e costituiscono di fatto il secondo gruppo etnico al mondo per dimensione dopo i Cinesi HanMargaret Kleffner Nydell Understanding Arabs: A Guide For Modern Times, Intercultural Press, 2005, ISBN 1931930252, page xxiii, 14.

La parola non ha etimo certo, sebbene sembri stia a significare "nomadi", e viene utilizzata da tutte le fonti antiche delle popolazioni confinanti: assire (ar-ba-a-a e a-ri-bi), la Bibbia (carab), le fonti greche (αραβες, αραβιοι), latine (arabes), i testi sudarabici (crb e c ɔrb) e aramaici (carabaya), ad indicare i nomadi del deserto loro confinanti, indipendentemente dal fatto che fossero di lingua araba o meno, poiché nessuna di queste denominazioni sembra avere connotazione linguisticaDaniele Mascitelli, L'arabo preislamico, Roma, L'erma di Bretschneider, 2006. Dal punto di vista linguistico è annoverata solo qualche iscrizione in lingua araba o con arabismi, ma tutte scritte con altri alfabeti, ad eccezione della stele di Namara del 329 d.C.. Tra il II e il V secolo d.C. gli Arabi come aggregato di tribù scompaiono dalle fonti. Ricompaiono nel IV-V secolo come minoranza di confine a sud nel regno himyarita e a nord nel regno ghassanide.

È solo nel VII secolo che gli Arabi si affacciano al mondo grazie al Corano e alla fede islamica. Il profeta Maometto muore nel 632, dopo essere entrato trionfalmente a Mecca nel 630: si inaugura così l'entità politica conosciuta come il Califfato dei Rashidun (Califfato degli "Ortodossi", o, erroneamente, "ben guidatiIl termine per indicare l'"ortodosso" è in arabo rāshid, mentre il "ben guidato [da Dio]", è rashīd). Guidati da quattro califfi che furono molto vicini al Profeta, gli Arabi conquisteranno in un'espansione fulminea vastissimi territori. Quest'esperienza terminerà nel 661 per lasciare spazio al Califfato degli Omayyadi. Secondo Retsö Jan Retsö, The Arabs in Antiquity: Their History from the Assyrians to the Umayyads, Londra, Routledge, 2003. furono gli Omayyadi che si arrogarono il termine "Arabi", lasciando ai più recenti correligionari l'etnonimo di provenienza (Siriani, Persiani, Egiziani, ecc.).

Storia

La storia dei popoli arabi può essere divisa in sette grandi periodi: l'età preislamica l'Islam e il califfato "ortodosso" Il califfato omayyade Il califfato abbaside L'imamato fatimide Le dinastie locali sorte dopo la caduta del Califfato abbaside L'epoca contemporanea e gli stati moderni

L'età preislamica

Nel VI secolo, la penisola arabica era abitata, nelle sue aree centrali e settentrionali, da tribù nomadi indipendenti mentre in quelle meridionali erano attivi, sotto il nome di Himyariti (i latini Homerites), gli eredi dei grandi regni sabei, del Hadramawt, del Qataban, di Awsan e dei Minei, tutte culture sedentarie estremamente progredite nelle conoscenze idrauliche e assai attive fin dal secondo millennio a.C. nel commercio dei cosiddetti aromata, fra cui il famoso incenso, assai richiesti in area mediterranea, mesopotamica e iranica.

I beduini, abitanti delle steppe arabe, erano invece dediti al piccolo e grande nomadismo a causa del loro speciale modo di produzione che si legava strettamente all'allevamento di ovini e del dromedario (arabo jamal, collettivo ibil) e assaltando altri gruppi nomadi o le carovane dei mercanti. Erano politeisti e il santuario della Mecca era forse il più importante centro di incontro sia religioso sia commerciale, quanto meno nella regione del Ḥijāz.

Nei primi periodi dall'egira, mediante una rilettura storica del periodo preislamico per esigenze politiche, piuttosto che linguistiche, i beduini preislamici sono stati raggruppati, in due blocchi: gli ʿarab ʿariba, "arabi puri", perché parlanti l'arabo, che sono fatti risalire all'eponimo yemenita Qaḥṭān, e gli ʿarab mustaʿriba, "arabi arabizzati", cioè popolazioni con stile di vita assimilabile, ma che hanno imparato la lingua sacra dalle tribù arabofone, risalenti a ʿAdnān. In maniera sorprendente, la tribù Quraysh, quella di Maometto, appartiene agli ʿadnaniti, probabilmente per bilanciare l'equilibrio tra le due fazioni politiche, poiché i quahtanidi non potevano vantare parentele col Profeta.

All'inizio del VII secolo, Maometto riuscì a fare degli Arabi una nazione, fondando uno Stato teocratico.

Il profeta Maometto (570 ca-632) Nel 570 circa, alla Mecca nacque Maometto, mercante, futuro profeta dell'Islam e fondatore della terza religione monoteistica abramitica in ordine di tempo. Nel 610 Maometto ebbe alcune visioni dopo essersi ritirato sul monte Hirà, per opera dell'Angelo Gabriele. Cominciò così a professare quella che considerava la religione originaria dell'uomo, l'Islam. Gli abitanti della sua stessa città credevano però che una religione monoteista sarebbe stata un pericolo per gli assetti sociali ed economici e cercarono di isolarlo e contrastarlo fino a minacciare la sua incolumità fisica. Maometto mandò i più indifesi dei suoi pochi seguaci dapprima in Etiopia (Piccola Egira) e poi decise di trasferirsi a Yathrib (poi Medina) nel 622. Il suo allontanamento (egira) segnò l'inizio dell'era islamica e nei Paesi islamici è ancora usato questo conteggio di anni.

Il profeta Maometto, con una serie di battaglie e di conversioni, conquistò dapprima ampie parti del Hijàz e infine nel 630 la Mecca. Maometto morì nel 632. Gli Arabi elaborarono nello stesso giorno della morte del profeta islamico l'istituto califfale e scelsero come primo califfo Abū Bakr, che rinsaldò la struttura politica e sociale del nuovo Stato dei credenti (Umma), piegando all'obbedienza di Medina le tribù della Penisola che intendevano recuperare la loro libertà d'azione precedente alla loro conversione.

Con il secondo califfo ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb cominciò invece l'età delle conquiste (Siria, Palestina, Egitto, Mesopotamia e Persia occidentale). Già per disposizione del primo califfo, Abū Bakr, ma assai più per volontà del terzo califfo ʿUthmān b. ʿAffān, erano state intanto raccolte le tradizioni orali e i pochissimi appunti in qualche modo scritti relativi al Corano, il libro sacro dell'Islam, che è un testo di legge, oltre che di morale e di storia passata, anche mitica. Il Corano, tra i tanti altri precetti etici, autorizzava, e in certi casi ordinava il ricorso alle armi (il jihād cosiddetto minore) per difendersi dai propri nemici ma anche per diffondere la religione di Allāh tra i pagani.

I successori politici del profeta Maometto, i califfi, avviarono una fortunata e rapida espansione territoriale, occupando Gerusalemme e Damasco, annettendo la Mesopotamia e annientando l'Impero persiano sasanide. Al 717 risale l'assedio di Costantinopoli, nel corso del quale fu però distrutta la flotta araba, impedendo temporaneamente l'espansione verso la penisola balcanica. Nel 711, gli Arabi conquistarono la penisola iberica, ponendo fine al regno visigoto, e passarono i Pirenei, ma nel 732 furono fermati nella battaglia di Poitiers dai franchi di Carlo Martello. Nel Mediterraneo gli Arabi (detti talora saraceni) conquistarono la Sicilia e si spinsero con continue scorrerie verso le coste della Sardegna e della Corsica, oltre che verso un tratto della costa provenzale e parte della Calabria, della Puglia e della Campania

La diffusione del dominio arabo-musulmano non fu solo dovuta ai successi militari ma fu favorita dal fatto che molte popolazioni, soggette in precedenza ai Bizantini o ai Persiani sasanidi, preferirono sottomettersi agli Arabi piuttosto che pagare le fortissime tasse richieste dai dominatori nel loro intento di porre rimedio alle enormi distruzioni susseguite al pluridecennale confronto armato tra Costantinopoli e Ctesifonte.

Secondo la legge coranica i convertiti ottenevano pieni diritti civili ed erano obbligati al versamento della sola imposta personale della (zakāt), mentre coloro che - come zoroastriani, ebrei e cristiani - preferivano restare fedeli alla propria religione erano tenuti a pagare un'imposta personale non esorbitante (jizya), mantenendo libertà assoluta di culto e, con qualche limitazione, di commercio, seguitando inoltre a gestire in piena autonomia il proprio statuto personale (matrimonio, divorzio, eredità).

Un importante tramite fra mondo islamico e cristiano latino furono gli ebrei. Se non si è ancora ben certi di chi fossero in realtà i radaniti che operarono fra al-Andalus e le regioni franche al di là dei Pirenei, siamo però ben documentati circa l'azione intermediatrice svolta da un po' tutti gli ebrei spagnoli che, sfruttando la benevolenza dei governi islamici, si avvalsero della loro possibilità di aggirare la norma coranica che vieta il cosiddetto "commercio di denaro" ai musulmani e, in definitiva di lucrare sulle plusvalenze.

In al-Andalus gli ebrei sefarditi costituirono una fondamentale classe mercantile che godeva in qualche misura del vantaggio di un analogo statuto giuridico concesso loro dal mondo cristiano che conosceva un identico divieto di conseguire interessi economici su un capitale, importando ed esportando le preziose merci prodotte nell'area islamica e trafficando sui beni che riusciva a produrre il mondo cristiano latino (un esempio è rappresentato dal panno di lana), oltre a tutte le materie prime (specialmente ferro e legname) che difettavano in al-Andalus.

Il rapporto con gli ebrei

L'apporto ebraico non fu tuttavia solo di tipo economico-finanziario bensì, in misura tutt'altro che trascurabile, anche scientifico e artistico e soprattutto letterario. A causa dei divieti islamici che impedivano agli ebrei determinate professioni (soldato, giudice e proprietario terriero), questi furono indirettamente costretti a occuparsi oltre che di commercio anche di tutte le cosiddette professioni "liberali" (nel senso di libere), tra cui quelle di medico, farmacista, studioso e traduttore, trovando benevola e conveniente accoglienza nella società islamica andalusa, giungendo a occupare non di rado importanti funzioni burocratico-amministrative (anche ai massimi livelli vizirali) nella macchina governativa islamica.

Cultura araba

L'elemento arabo portò all'Occidente cristiano nuove conoscenze tecnologico-scientifiche, specie nell'agricoltura, ma sconosciute (canna da zucchero, carciofo, riso, spinaci, banane, zibibbo, cedri, limone, arancia dolce e cotone, come pure spezie di vario tipo, quali la cannella, i chiodi di garofano, la noce moscata - ossia di Masqat - il cardamomo, lo zenzero o lo zafferano) ovvero reintroducendo colture abbandonate dalla fine del cosiddetto periodo classico "antico" (innanzi tutto l'ulivo e l'albicocco). Altri fondamentali apporti furono nella scienza della matematica, l'algebra e la trigonometria, il sistema decimale e il concetto dello zero (elaborati in ambito indiano). Un'altra innovazione tecnologica attribuita agli Arabi è l'introduzione in Occidente della bussola, già in uso in Cina.

I musulmani svilupparono grandemente la medicina, l'alchimia (genitrice della moderna chimica) la geometria e l'astrologia, con gli annessi studi astronomici (da ricordare l'introduzione dell'astrolabio). Anche nella filosofia il loro apporto contributivo per l'Europa continentale fu formidabile e, grazie alle traduzioni da essi approntate o da essi commissionate, si tornò a conoscere non pochi testi di filosofia e di pensiero scientifico prodotto in età ellenistica. Grazie a tali traduzioni l'Europa occidentale e centrale (che aveva quasi del tutto cancellato il ricordo del retaggio culturale espresso nell'antichità classica in lingua greca) tornò in possesso di opere da tempo trascurate e a rischio di totale oblio.