La basilica pontificia di Maria Santissima della Neve (nota storicamente anche come chiesa di Ave Gratia Plena o chiesa della SS. Annunziata) è il principale edificio di culto cattolico di Torre Annunziata, situato all'interno del territorio della diocesi di Nola. L'edificio, censito dal Catalogo Generale dei Beni Culturali del Ministero della CulturaScheda di censimento ICCD della Basilica di Maria SS.ma della Neve (XIV), sul Catalogo Generale dei Beni Culturali., costituisce il fulcro storico e identitario attorno a cui si è sviluppato il nucleo urbano oplontino. Ha il rango di basilica minore pontificia, elevata da papa Giovanni Paolo II nel 1979.
Storia La primitiva cappella angioina (1319) Le preesistenze storiche del complesso sacro si collegano alla singolare posizione geografica del territorio, tappa obbligata nei transiti di collegamento tra Napoli e Salerno. Il 19 settembre 1319, Carlo d'Angiò, in veste di reggente del Regno di Napoli per conto del padre Roberto d'Angiò, emanò un apposito diploma che accoglieva l'istanza dei quattro notabili Guglielmo da Nocera, Matteo de Avitabulo, Puccio Franconi da Napoli e Andrea Petrucci da Scafati un lotto boschivo lungo le spiagge della Silva Mala per edificarvi una cappella consacrata alla Vergine dell'Annunciata. Costoro richiesero e ottennero in concessione quattro moggia di terra nel luogo denominato Calcarola, situato all'intersezione tra le vie pubbliche dirette a Scafati e alla marina di Stabia, al fine di edificarvi a proprie spese la cappella e un ospitale di ricovero per i viandanti.
Tale insediamento primitivo sorgeva costiero in un perimetro oggi individuabile nel triangolo urbano racchiuso tra via Castello, via Zingari e via Caccia, i cui documenti d'archivio sono custoditi presso la parrocchia. Attorno a questa cappella e alla torre di difesa costiera eretta dai conti Orsini di Nola per arginare le incursioni dei predoni, nacque la borgata che assunse il toponimo di Torre dell'Annunciata.
La fondazione alagniana e l'ordine celestino (1448-1807) Nel 1448, constatando lo stato di avanzata rovina in cui versava l'antica cappella sul lido, il feudatario Nicola d'Alagno promosse la fondazione dell'attuale chiesa di Ave Gratia Plena in una zona più protetta e interna. Per garantire l'officiatura liturgica e la cura delle anime della popolazione in costante aumento, il conte chiamò i Padri Celestini, edificando per loro un monastero annesso alla fabbrica ecclesiale. Il 29 novembre 1498, tramite apposito atto notarile, Nicola II d'Alagno (figlio di Ugo e nipote del primo feudatario) donò in via perpetua la chiesa e il monastero ampliato ai medesimi religiosi; in seguito all'accrescimento della comunità claustrale, la struttura passò dal rango di semplice priorato a quello di abbazia.
In epoca napoleonica, a seguito dei decreti di soppressione delle corporazioni religiose, il 29 maggio 1807 i Padri Celestini furono espulsi dal regno e il complesso abbaziale fu convertito in parrocchia secolare della diocesi di Nola, sotto la guida del primo parroco diocesano, il sacerdote don Gaetano Lombardi, che era stato in precedenza priore del convento stesso.
Il ritrovamento della Sacra Icona e la devozione cittadina
Un'antica e radicata tradizione popolare colloca nella seconda metà del XIV secolo, in corrispondenza della mattina di un 5 agosto, il rinvenimento della sacra immagine mariana da parte di un gruppo di pescatori torresi intenti a gettare le reti nei pressi dello scoglio di Rovigliano. Essi trassero a riva una cassa lignea galleggiante contenente un busto in terracotta di tipo greco dall'aspetto imponente, raffigurante la Vergine mentre stringe il Bambino Gesù con il braccio sinistro; il volto dell'effigie si caratterizzava storicamente per repentine variazioni cromatiche, oscillanti tra le tonalità del bruno, del rosso e del chiaro. Il ritrovamento innescò una violenta lite confinaria con alcuni pescatori di Castellammare di Stabia, i quali pretendevano il possesso del manufatto per aver preso parte alle operazioni; la controversia legale fu diramata e decisa a favore di Torre dell'Annunziata dal magistrato del tempo, consentendo la definitiva traslazione dell'icona nella chiesetta dell'Annunziata.
In assenza di documenti scritti o contrassegni identificativi all'interno della cassa, la cittadinanza attribuì all'immagine il titolo di Santa Maria ad Nives (Madonna della Neve), poiché il rinvenimento era coinciso con la ricorrenza del prodigio della neve caduta a Roma nel 352 sul colle Esquilino, dove sorse la basilica di Santa Maria Maggiore. Nel corso di un restauro eseguito nell'ottobre del 1872, gli esperti scoprirono che alla vera effigie in creta cotta era stata sovrapposta una copertura protettiva in tela, intervento presumibilmente effettuato durante i restauri del 1743 o nel periodo in cui l'immagine fu tenuta deliberatamente nascosta per motivi di sicurezza, come annotato sulla cassa lignea esterna.
Gli interventi miracolosi nelle calamità e i voti cittadini La storiografia locale assegna all'intercessione della Madonna della Neve la salvezza del borgo in molteplici frangenti storici ed eruzioni del vicino Vesuvio: Incursioni piratesche: la memoria religiosa cittadina attribuisce alla protezione mariana la ritirata e il fallimento delle spedizioni corsare guidate da Ariedeno Barbarossa (1534), Dragut (1549), il Pascià Mustafà (1558) e la flotta del Duca di Guisa (1615), che avevano saccheggiato gli altri centri costieri del golfo di Napoli. Carestia del 1764 e siccità del 1777: le cronache registrano che durante la penuria alimentare del 1764, a seguito delle preghiere collettive, una nave mercantile straniera carica di grano e priva di padrone noto approdò al lido torrese; nel 1777, dopo cinque mesi di totale siccità, lo svolgimento di una processione penitenziale con l'Icona determinò lo sviluppo immediato di una nube che rigenerò le colture agricole locali. Eruzione del Vesuvio del 22 ottobre 1822: dopo quarantotto ore di intensa attività vulcanica che aveva avvolto Torre Annunziata in un'oscurità assoluta carica di caduta di ceneri e lapilli, la popolazione organizzò una processione di penitenza guidata dal sacerdote don Rocco Baly. Giunti al largo di Santa Teresa, mentre il clero esortava i fedeli, un raggio solare improvviso squarciò la caligine posandosi sul volto della statua, mentre i flussi lavici arrestavano la loro avanzata verso la vicina Boscotrecase. Il 22 ottobre fu proclamato ufficialmente dall'autorità comunale festa votiva della città. Eruzione del Vesuvio del 1906: l'8 aprile 1906, la colata lavica si arrestò a cinquanta metri dal cimitero cittadino, cingendo interamente il serbatoio dell'acquedotto civico senza arrecarvi danni strutturali. Eruzione del Vesuvio del 1944: il 23 marzo 1944, con l'avanzamento dei flussi lavici caldi e l'ordine di evacuazione immediata emesso dalle autorità militare degli Alleati (insediatesi dopo lo sbarco a Salerno), la cittadinanza forzò i divieti militari per condurre l'effigie in processione sotto la guida del parroco don Emilio Lambiase. All'altezza di piazza Cesaro, un fulgido raggio solare colpì il volto della Vergine in mezzo alla nube di cenere e quattro colombe bianche presero a volare attorno al tempietto portatile.
Lo scoppio del treno militare (1946) e la ricostruzione La sera del 21 gennaio 1946, presso la stazione marittima ubicata all'interno del porto cittadino, si sviluppò un incendio a bordo di un convoglio ferroviario delle Ferrovie dello Stato composto da oltre venti vagoni carichi di munizioni ad alto potenziale esplosivo. La sequenza di quattro esplosioni consecutive rase al suolo l'intero quartiere marinaro, causando 52 morti e circa seicento feriti. La fabbrica di Ave Gratia Plena patì devastazioni imponenti: l'organo a canne andò distrutto, il portone d'ingresso fu abbattuto, i finestroni divelti e le suppellettili rovinate. Le perizie del Genio Civile accertarono l'incolumità miracolosa della sola cappella della Madonna della Neve, i cui vetri del tempietto d'argento e dell'altare del Sacro Cuore rimasero intatti. I lavori di ricostruzione e restauro, coordinati dal Genio Civile d'intesa con il parroco Lambiase, ebbero termine nell'estate del 1947.
Elevazione a santuario e il furto sacrilego (1977) Il 25 marzo 1954, in concomitanza con l'Anno Mariano, il vescovo di Nola mons. Adolfo Binni promulgò il decreto di erezione della parrocchia a Santuario Mariano, coronando l'opera pastorale di mons. Emilio Lambiase. Il 19 aprile 1959, il sindaco Luigi Lettieri pronunciò in piazza Cesàro la solenne formula di consacrazione civica di Torre Annunziata al Cuore di Maria, alla presenza del cardinale arcivescovo di Napoli Alfonso Castaldo e di mons. Binni.Nella notte compresa tra il 12 e il 13 gennaio 1977, l'edificio sacro subì una gravissima profanazione: il tabernacolo fu forzato da mani sacrileghe e la Sacra Icona della Madonna della Neve venne trafugata, gettando la comunità torrese in uno stato di profonda costernazione. Dopo fortunose indagini e ricerche, l'immagine fittile fu ritrovata al tramonto del 14 gennaio 1977 da una squadra di polizia lungo il terzo tronco della strada litoranea di Torre del Greco. Il giorno successivo, dopo essere stata esposta al Commissariato di Pubblica Sicurezza dove accorsero migliaia di devoti, l'Icona venne riportata in trionfo nel santuario sotto una pioggia insistente. Il 16 gennaio 1977 il vescovo Guerino Grimaldi presiedette una solenne concelebrazione di ringraziamento e riparazione. Il 18 ottobre 1979, mons. Grimaldi diede lettura ufficiale del breve apostolico emanato da Papa Giovanni Paolo II il 21 luglio 1979, il quale elevava permanentemente il santuario alla dignità e al rango di Basilica Pontificia Minore. La basilica è stata successivamente designata quale sede giubilare diocesana sia per il Giubileo straordinario della misericordia (2016) sia per il Giubileo del 2025
Descrizione Architettura L'impianto architettonico, tutelato dalle autorità ministeriali per i beni culturali, presenta una configurazione a croce latina dotata di un'ampia navata centrale e transetto, sebbene risenta di una percepibile angustia spaziale determinata dall'impossibilità fisica di espansione, a causa della presenza del convento a monte e della cappella dell'Arciconfraternita del Suffragio a valle. La fisionomia volumetrica monumentale deriva da due sostanziali ampliamenti storici: Lavori del 1741: eseguiti a cura del priore celestino padre Brancone (in carica dal 1741 al 1744), il quale rinnovò interamente le superfici interne applicando decorazioni a stucco e rivestimenti in marmo secondo i canoni dell'architettura barocca napoletana. Ampliamento ottocentesco (1845-1855): attuato su precisa istanza del parroco don Francesco Gallo, il quale vi contribuì con cospicue donazioni tratte dal proprio patrimonio personale unitamente a stanziamenti del bilancio comunale. Il disegno originario fu redatto dall'architetto Vincenzo Morrone (deceduto nel 1843 prima dell'apertura del cantiere) e prevedeva l'allungamento longitudinale della navata e l'innesto di due cappelloni laterali. Nel 1855, la direzione dei lavori fu assunta dall'ingegnere Bartolomeo Gnasso e dall'ingegnere Giuseppe Pennasilico (subentrato a Morrone), i quali apportarono varianti d'opera che comportarono un incremento di spesa pari a ducati; essi svilupparono la volumetria interna mediante l'edificazione dei tre grandi cappelloni absidali destinati rispettivamente all'Altare Maggiore, alla Madonna della Neve e all'Immacolata, coronandoli con l'innalzamento di una cupola centrale.