Divenne noto in Italia per aver partecipato alla campagna dei Cacciatori delle Alpi ed alla Spedizione dei Mille.
I primi anni
István Türr nacque nella città danubiana di Baja, nella provincia ungherese di Bács-Kiskun, l'11 agosto 1825, in una famiglia piccolo-borghese. Il padre, Jakab Türr, era un commerciante di ferramenta mentre la madre, Teréz Udvary, era figlia di un medico.
Le informazioni relative alla sua infanzia sono scarse e di natura tendenzialmente agiografica - come la notizia che lo vorrebbe, a sei anni, salvatore di un compagno di giochi caduto nel Danubio.
Le rivoluzioni del 1848-49 Entrato nell'esercito austriaco, nel quale raggiunse il grado di tenente, nel 1848, era distaccato al LII Reggimento Arciduca Francesco Carlo di guarnigione a MilanoP. Fornaro, István Türr. Una biografia politica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp. 9-10., dove fu testimone della repressione delle truppe asburgiche nei confronti degli insorti milanesi:
Quest'esperienza, unita, nello stesso anno, anche alla notizia dello scoppio della rivolta indipendentista di Budapest contro il governo austriaco guidata da Lajos Kossuth, lo spinse, poco prima dell'inizio della seconda fase della Prima guerra d'indipendenza italiana (20 marzo 1849), a disertare (19 gennaio), mandando addirittura una lettera al comandante del suo reparto - che era stato posto a difesa di un avamposto nei pressi di Ponte di Boffalora sopra Ticino - nella quale spiegava le sue ragioni.
Dal punto di vista ideologico, dai suoi scritti del tempo emerge, infatti, l'immagine di un liberale tendenzialmente - seppur non del tutto - moderato: egli viveva, non a caso, in un contesto, quello del XIX secolo, nel quale, nello Stato più potente del mondo, il Regno Unito, il liberalismo, affermatosi a partire già dal XVII secolo, aveva partorito la Rivoluzione industriale, avviando, così, un periodo di intenso sviluppo economico e scientifico che aveva dato, a sua volta, come frutto una grande fiducia nell'idea del progresso, nel significato più esteso che si può attribuire a questa parola - non, cioè, soltanto nei già citati termini economici o scientifici ma anche culturali, soprattutto di alfabetizzazione. In conseguenza di ciò, Türr considerava il liberalismo ciò che avrebbe potuto garantire lo sviluppo economico e sociale dell'Ungheria.
Quest'interesse nel voler migliorare le condizioni di vita dei propri connazionali era, inoltre, dettato anche da un aspetto squisitamente caratteriale: il fatto di provenire da una famiglia non particolarmente agiata, infatti, aveva fatto sì che si sviluppasse in Türr una grande partecipazione emotiva nei confronti di coloro che appartenevano agli strati più bassi della popolazione, non, però, beninteso, in una prospettiva rivoluzionaria - il voler migliorare le condizioni dei deboli e dei bisognosi seguiva, infatti, la classica logica dell'assistenza ai meno fortunati tipica del cattolicesimo, religione cui l'ungherese era molto attaccato.
Unendo, dunque, questa sua compassione, intesa proprio nel significato di compartecipazione alle emozioni altrui, ad un temperamento forte e deciso, come dimostra, chiaramente, la sua decisione di disertare mandando addirittura una lettera al suo ufficiale comandante nella quale spiegava i motivi che l'avevano indotto a questo gesto di modo che il suo non fosse visto come l'atto di un vile e di un codardo, si ottiene l'immagine di un uomo pronto a lottare, con qualunque mezzo, per il progresso; un progresso che egli riteneva essere strettamente vincolato all'indipendenza dalla dominazione asburgica.
Il contesto culturale del tempo giocò, infine, un ruolo fondamentale. Era, infatti, quella, l'età del Romanticismo, movimento filosofico-letterario che, dalla Germania, si era diffuso in tutta Europa e che si caratterizzava - in conseguenza della rottura della concezione della società come composta da ordini tipica dell'Antico regime - per l'esaltazione del singolo individuo. Come, poi, questo movimento esaltava le caratteristiche del singolo individuo, allo stesso modo, celebrava anche quelle delle singole nazioni, l'insieme, cioè, degli individui che condividevano fattori quali lingua, cultura, storia, ecc., e che in virtù di ciò, avevano diritto ad avere anche dei rispettivi Stati di riferimento, liberi dall'oppressione straniera ed anche liberi al loro interno - per permettere, così, ai singoli di esprimere appieno la loro individualità. Ciò aveva creato in Europa una rete di intellettuali nazionalisti - in questo significato ottocentesco del termine - pronta a lottare dovunque si manifestassero le istanze di cui sopra e Türr fu, appunto, un caso emblematico: sostenitore della necessità di liberare l'Ungheria dall'oppressione secolare degli Asburgo, allo stesso modo, si dimostrava pronto a lottare anche per la liberazione di un'altra patria che, guarda caso, condivideva, con la sua, il medesimo oppressore; un oppressore al quale - ed ecco il tratto che lo allontanava, per lo meno allora, parzialmente dal moderatismo - non ci si poteva ribellare che con le armi, data la sua strenua difesa di un principio di governo assolutistico che si rifiutava di venire a patti con un contesto nel quale erano emerse tutta una serie di rivendicazioni nazionali impensabili all'epoca in cui l'assolutismo nacque.
Dopo aver disertato, dunque, l'ufficiale ungherese raggiunse Trecate, Novara ed, infine, Alessandria dove entrò nell'esercito sabaudo - con il quale aveva dei contatti già dall'anno precedente - giungendo in un frangente in cui le autorità piemontesi - che ben conoscevano l'atteggiamento, per così dire, internazionalista dei nazionalisti europei e che avevano capito che avrebbero potuto sfruttarlo a loro vantaggio - avevano creato due reparti formati da soldati disertori non austriaci che avevano prestato servizio nell'esercito di Francesco Giuseppe e che, come Türr, avevano, però, deciso di disertare l'armata degli Asburgo per lottare contro gli oppressori della propria patria: la Legione polacca ed il Corpo speciale di militari ungheresi, quest'ultimo inquadrato nel XIX Reggimento. L'incarico di provvedere all'organizzazione ed al comando di quest'ultimo, costituito da 110 soldati e 2 ufficiali, fu affidato proprio a Türr, che ottenne il grado di luogotenenteP. Fornaro, István Türr, cit., pp. 10-11.. Il 18 febbraio, a Marengo, la Legione ungherese - così come questi l'aveva ribattezzata - ricevette ufficialmente la sua bandiera e, in quest'occasione, il suo comandante fece anche pronunciare ai suoi soldati il presente giuramento:
Nonostante gli appartenenti ai reparti stranieri nutrissero la speranza che, dopo aver battuto l'Austria, Carlo Alberto li avrebbe sostenuti nelle loro guerre di liberazione in Polonia ed Ungheria, le loro aspettative si infransero quando Radetzky sconfisse i piemontesi a Novara (23 marzo) - i volontari ungheresi, peraltro, non ebbero nemmeno occasione di battersi dato che erano stati inviati a Nizza il 21 marzo - costringendoli, poi, a firmare l'Armistizio di Vignale (24 marzo), che imponeva, tra le altre, anche una clausola sullo scioglimento dei reparti formati dai disertori dell'esercito austriaco. A seguito, dunque, dello scioglimento della legione, Türr, raccolti alcuni dei suoi ex commilitoni, raggiunse il Granducato di Baden, dove aiutò gli insorti localiA tal proposito, va detto che, nonostante le riforme liberali che pure erano state concesse da Luigi I (1818-1830) e Leopoldo I (1830-1852), nel maggio del 1849, la rivoluzione aveva raggiunto anche questo Stato. I rivoluzionari avevano dichiarato la repubblica ed il granduca era fuggito da Federico Guglielmo IV di Prussia, le cui truppe avrebbero ristabilito l'ordine in poche settimane. Baden, «Enciclopedia on line». e da dove contava, poi, di poter raggiungere l'Ungheria per continuare la lotta al fianco di Kossuth. Le cose non andarono come sperato: la rivoluzione in Germania fallì nella battaglia di Ludwigshafen, mentre, in patria, Kossuth si arrese il 13 agosto. Benché avrebbe, poi, potuto beneficiare dell'amnistia ai disertori che, per amor di pacificazione, Francesco Giuseppe aveva concesso dopo che l'ordine era stato ripristinato nell'impero - condizionata, però, al rientro immediato nei ranghi dell'esercito - Türr si rifiutò di tornare nella sua patria oppressa e tornò in Piemonte, dove, congedato, ottenne una piccola pensione di cui, però, fu privato in seguito alla sua partecipazione all'insurrezione mazziniana di Milano del 1853 - fu arrestato a Pavia, mentre stava raccogliendo dei volontari - cosa che gli valse, tra l'altro, l'espulsione dal Regno di Sardegna.
La guerra di Crimea Poco dopo l'inizio della guerra di Crimea (1853-1856), nel 1854, passò al servizio nel British Army arruolandosi nella legione anglo-turca e venendo posto al comando di un corpo di conduttoriUn reparto addetto al trasporto di personale, materiali e mezzi operativi. di 4 ufficiali, lui compreso, 12 sottufficiali, 200 soldati, 100 carri e 200 cavalli, con il quale prese parte alla battaglia della Cernaia (16 agosto). Nel 1856, dopo aver ricevuto l'assicurazione che non sarebbe stato arrestato se avesse messo piede nei territori controllati dagli Asburgo, si recò nella Valacchia asburgica - l'Austria appoggiava, infatti, sottobanco l'alleanza tra Regno Unito, Francia ed Impero ottomano in funzione anti-russa ed aveva, infatti, con il consenso turco, occupato la Moldavia e la Valacchia per far pressione sullo zar Nicola I - per rifornire le sue truppe ma, a Bucarest, fu arrestato (1 novembre)P. Fornaro, István Türr, cit., pp. 12-14.. Türr raccontò, poi, anni dopo, la difficile permanenza nelle carceri militari di Francesco Giuseppe, descrivendo una prigionia vissuta incatenato in una cella umida, sporca e infestata dagli insetti - tutte cose che gli provocarono una febbre molto alta - e sottoposto al drammatico spettacolo degli altri prigionieri che venivano bastonati dai secondini, pratica disciplinare comune all'epoca - per mantenere buoni rapporti con le altre potenze alleate, questo supplizio gli fu risparmiato dalle autorità austriache:
Tradotto a Kronstadt, comparve davanti ad un tribunale militare (19 novembre) che, per la sua diserzione del 1849, lo condannò a morte ma, sempre nell'ottica di salvaguardare i buoni rapporti con gli alleati, con commutazione in esilio perpetuo da tutti i territori dell'Impero, pena la fucilazione.
La Seconda guerra d'indipendenza