Biografia Ugo Mulas nasce il 28 agosto 1928 a Pozzolengo in provincia di Brescia, da Pasquale, di origini sarde, maresciallo dei carabinieri, e da Carmela Nicolodi, di origini trentine. Nel 1948 dopo il liceo classico si trasferisce a Milano dove lavora come istitutore per mantenersi agli studi di giurisprudenza. Fra il 1951 e il 1952 si iscrive a un corso serale di disegno di nudo all’Accademia di Brera e inizia a frequentare il bar Jamaica, luogo di ritrovo di intellettuali e artisti. Terminati gli studi decide di non laurearsi “[...] perché temevo che mi sarei lasciato condizionare per sempre […] ho preferito rischiare di fallire di diventare uno spostato, uno senza mestiere […]”
Milano nel dopoguerra, la sua periferia, il Bar Jamaica e le sale d’aspetto della stazione Centrale dove trovano rifugio i senza tetto, sono i luoghi delle prime fotografie di Ugo Mulas.
Nel 1954 realizza il primo reportage ufficiale alla Biennale veneziana: “La mia attività ufficiale di fotografo è cominciata con la Biennale di Venezia del 1954; allora non avevo nessuna pratica, e nessun'arte. Ero partito da Milano con Mario Dondero senza una ragione precisa tranne che la voglia di avvicinare questo mondo in una maniera più coinvolgente”. Scrive Tommaso Trini: “Col primo servizio realizzato alla Biennale veneziana nel 1954 egli individua subito la sua relazione preferenziale con l’arte, mai trascurata nonostante il successo crescente e più redditizio che gli riserveranno anche i campi della moda, della pubblicità e del teatro, e stabilisce la scena di una lunga frequentazione che lo vedrà scattare a Venezia le sue ultime foto pubbliche nell’estate 1972. Non sono tanto gli oggetti d’arte ad attirarlo quanto i personaggi, la gente, il senso dell’evento. È il fotoreporter che movimenta attori e quinte della mostra a Venezia ritraendoli come su un palcoscenico.”
Nel 1955 le fotografie realizzate al bar Jamaica fra il1953 e il 1954 sono pubblicate nel settimanale “Tutti”; il servizio procura a Mulas una collaborazione stabile con la rivista “Settimo Giorno”. A Milano apre il suo primo studio fotografico: il rapporto con il laboratorio e la camera oscura saranno centrali nell’opera del fotografo, che curerà sempre personalmente la stampa delle proprie fotografie.
Nel 1958 incontra e sposa Antonia Bongiorno, «Nini». Antonia Mulas sarà la sua compagna di vita ma anche del mestiere e dell’arte, affiancandolo nella direzione di uno studio professionale che diviene un riferimento per una nuova generazione di fotografi.
Sempre nella seconda metà degli anni Cinquanta, parallelamente agli sviluppi del suo lavoro artistico, inizia a collaborare con il mondo dell'industria, della pubblicità e della moda. Dal 1955 al 1962 pubblica con Giorgio Zampa numerosi reportages per “L’Illustrazione Italiana”, diretta dall’amico Pietrino Bianchi. Tra il 1956 e il 1957 per la “Rivista Pirelli” e per “Domus”, inizia a curare articoli d’arte e di architettura; pubblica regolarmente servizi di moda sulle riviste “Bellezza” e “Novità” (in seguito “Vogue”). L’incontro con la stilista Mila Schön segna la nascita di una collaborazione artistica che durerà per tutta la vita del fotografo e che continuerà con Antonia Mulas. Nei primi reportages di moda “Mulas intreccia i suoi interessi, quello per l'arte e un certo senso neorealista ed etico, quello per il paesaggio urbano e il senso sociale del lavoro, che lo portano a evitare certe abitudini di quegli ambiti, della moda e della pubblicità in special modo, quindi a non esaltare il lusso…»”
Nel 1960, in occasione di una tournée a Mosca con il “Piccolo Teatro” di Milano, realizza un reportage indipendente; Mulas è testimone di una realtà allora quasi sconosciuta: «immagini che vogliono renderci partecipi di un modello esistenziale, di una vita di relazione, non dell’ironia di un giudice sovramesso o della retorica di una partecipazione asservita sul piano dell’ideologia». Per il teatro collabora regolarmente con Giorgio Strehler, con il quale pubblica le fotocronache di due pièces brechtiane rappresentate al “Piccolo”: “L’opera da tre soldi” (1961) e “Schweyk nella seconda guerra mondiale” (1962). Nel 1964, in occasione della messa in scena della “Vita di Galileo” di Brecht, Mulas mette a punto con Strehler una modalità di documentazione fotografica ispirata alla tecnica del drammaturgo tedesco, che rimase la sua prassi di rappresentazione dei lavori teatrali. Nel 1960 si allestirono le sue prime due mostre, la prima alla XIIª Triennale di Milano a cura dello storico dell’arte Lamberto Vitali e la seconda al “Piccolo Teatro” di Milano.
Nel 1962 pubblica “Invito a Venezia” monografia dedicata alla città con introduzione di Peggy Guggenheim e realizza il reportage della manifestazione “Sculture nella Città” per il quinto “Festival dei Due Mondi” di Spoleto. Giovanni Carandente, curatore del festival, riunisce oltre 50 scultori, alcuni fra loro realizzano le opere negli stabilimenti messi a disposizione per l’occasione dalle acciaierie “Italsider”. Mulas fotografa le fasi di produzione delle sculture e il loro inserimento nel tessuto della città. “Alcuni (scultori) scelsero degli stabilimenti molto moderni, molto attrezzati, David Smith scelse invece una vecchia fabbrica in abbandono a Voltri […] diceva che non ne aveva mai viste, non ne esistevano più di fabbriche così vecchie. Le macchine dei primi anni del Novecento avevano ancora delle forme antropomorfiche; sono macchine che sembra abbiano gambe, bocche, sessi, sembrano già da sole delle sculture... in nessun altro posto Smith avrebbe potuto fare quelle sculture, infatti, le intitolò tutte: Voltri I, Voltri II, ecc. ecc.…” Le fotografie fatte a Voltri saranno le protagoniste del volume a cura di Carandente “Voltron” pubblicato nel 1964 dall’Institute of Contemporary Art dell’università della Pennsylvania.
A Spoleto Mulas ritrova Arnaldo Pomodoro, conosce Pietro Consagra e Alexander Calder e inizia una amicizia che porterà alla realizzazione di una monografia per ciascuno di loro.
Sempre nel 1962 Ugo Mulas realizza una serie di immagini dedicate alla raccolta di poesie “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale. “Ho proposto a un giornale di fare delle fotografie per illustrare dei versi di Montale, in particolar modo Ossi di seppia, versi che io avevo molto amato da ragazzo e che conoscevo quasi a memoria […]. Illustrare Ossi di seppia può sembrare facile però è anche facile cadere nella banalità perché alcuni versi sono già così visualizzati che tentare di renderli figurativamente con una foto non aggiungerebbe nulla al senso dei versi stessi, sarebbe solo una ripetizione. Io penso che l’illustrazione debba aiutare a capire il testo, debba aiutare a leggerlo…” “[…]Il mare, senza orizzonte, diventa assolutamente verticale, pare scendere dall'alto dell'immagine verso il basso [...]. Il rovesciamento dell'orizzontalità in verticalità è forte, quasi violento a volte, altre volte più sofisticato[...]. Ma non solo il mare è protagonista di questi paesaggi, anche la roccia, il suo opposto, per solidità, staticità, incombenza. Anche qui Mulas gioca su orizzontalità e verticalità”.
Nel 1963 la visita di Antonia e Ugo Mulas nella casa-atelier di Sachè in Francia segna la nascita del progetto fotografico dedicato allo scultore Alexander Calder che si concluderà con il libro pubblicato nel 1971. “L’ambiente, l'uomo, l'amicizia hanno influito, spesso in modo decisivo, sul mio lavoro, e Calder ne è stato un protagonista. Per lui volevo fare qualcosa di molto bello, volevo delle fotografie che fossero significative del suo atteggiamento, dell'aspetto giocoso della sua opera [...]. Dalle foto non doveva trasparire altra intenzione che quella di dichiarare il mio amore per la sua opera e la gioia che mi dava la sua amicizia. Un omaggio totale”.
Nel 1964, nello studio milanese di Lucio Fontana, Mulas realizza la serie di immagini intitolata “L’Attesa”: “Di tutte le fotografie, soltanto una serie praticamente fatta nel giro di una mezz'ora ha un senso preciso. Fino a quel momento l'avevo fotografato e basta, ora volevo finalmente riuscire a capire che cosa facesse. Forse fu la presenza di un quadro bianco, grande, con un solo taglio, appena finito. Quel quadro mi fece capire che l'operazione mentale di Fontana, che si risolveva praticamente in un attimo, nel gesto di tagliare la tela, era assai più complessa e il gesto conclusivo non la rivelava che in parte”.
L’incontro con la “Pop Art” presentata alla Biennale di Venezia nel 1964 spinge Mulas nell’autunno dello stesso anno a partire per gli Stati Uniti (dove ritornò a più riprese nel 1965 e nel 1967) per realizzare un reportage sulla scena artistica newyorkese. Scrive Germano Celant: ”Mulas si reca a New York e dilata l'orizzonte della sua costruzione e della sua interpretazione. Oltre ad interpretare se stesso, la sua passione, che si chiarisce, ora, anche attraverso il dialogo con il fotografo Robert Frank, come un linguaggio articolato e cosciente, arriva a "scrivere" un testo fotografico eccezionale, che nel 1967 diventerà il libro "New York, arte e persone". Volendo portare al massimo compimento l'esegesi per immagini di un entourage, che si affermerà quale leader dell'arte mondiale, Mulas lavora sul significato preliminare del dipingere di Jasper Johns, dà senso all'accumulo caotico di John Chamberlain, ricostruisce filologicamente il procedere scultoreo di George Segal, interpreta la neutralità e l'asetticità di Andy Warhol e permette infine lo sfogo teatrale, tipico dei suoi happenings, a Claes Oldenburg. L'arte di New York ed i suoi vati, tra cui il gallerista Leo Castelli e il teorico Alan Solomon, si offrono, accanto ai lofts dei collezionisti e degli artisti, come una serie di fenomeni individualisti, intersecati da princìpi professionali e dal gioco. Per decifrarli il fotografo documenta il loro mondo ignoto, lo fa diventare noto. Lo apre allo sguardo e gli dà chiarezza. Libera l'intimità dei loro segreti e delle loro matrici iconografiche, trasforma la presenza di Roy Liechtenstein in un fumetto, evidenzia l'impersonalità ossessiva del dipingere di Frank Stella, comunica l'amore del vuoto e del minimo di Barnett Newman.”
Nel 1967, tornato definitivamente in Italia, pubblica ”New York, the New Art Scene” e presenta la mostra “New York: Arte e Persone” alla galleria “Il Diaframma”. Esce il libro su Alik Cavaliere a cura di Guido Ballo. Segue le manifestazioni artistiche più importanti: a Foligno “Lo spazio dell’immagine”, a Venezia e a Milano le contestazioni del 1968 alla Biennale e alla Triennale, a Kassel “Documenta”.
Sperimenta nuove aperture tra arte e moda: “La fotografia è diventata intanto molto più essenziale, la scena quasi vuota, la modella, lo spazio, pochissimi altri elementi, nere sagome dipinte su pareti e pavimento, come ombre, giochi di ombre vere e finte, giochi di specchi […]”. Per Vogue Uomo posano nel suo studio, fra gli altri, Alighiero Boetti, Valerio Adami, Pino Pascali, Paolo Scheggi, Tommaso Trini, Lucio Fontana, Agostino Bonalumi, Ettore Sottsass, Luchino Visconti; per Mila Schön crea connessioni con diversi artisti, fra cui Lucio Fontana, Mario Ceroli, Alexander Calder.
Nel 1966 Mulas cura con Guido le Noci la riedizione del “Manifiesto Blanco” di Lucio Fontana.
Fra il 1967 e il 1969 Mulas stampa i primi grandi provini, rilettura dei reportages sugli artisti americani. Le opere mostrano intere sequenze fotografiche realizzate con i singoli artisti a metà degli anni Sessanta: si tratta di immagini di grandi dimensioni ottenute stampando a contatto varie pellicole o ingrandendo strisce intere di negativo.