Nomentum fu una città del Lazio antico i cui resti si trovano nella frazione di Casali, nel comune di Mentana, al chilometro 21,5 circa della via Nomentana. L'abitato occupava la collina di Montedoro, sede dell'arce, e la sottostante sella del Romitorio, dove sorgeva il foro.
Le fonti antiche oscillano fra un'attribuzione latina e una sabina, riflesso della posizione della città al confine fra le due aree; gli studi recenti propendono per un ethnos latino. Sottomessa definitivamente da Roma nel 338 a.C., ricevette la civitas optimo iure e divenne municipio retto da un dittatore annuo. In età imperiale il suo territorio fu rinomato per la produzione vinicola. Sede episcopale attestata dal V secolo, conobbe la crisi definitiva fra l'800 e una data compresa fra il 984 e il 1058, mentre l'abitato si spostava gradualmente dove sorge oggi Mentana.
Localizzazione I resti della città si trovano nella frazione di Casali, circa 1,5 km a sud di Mentana, all'altezza del chilometro 21,5 della via Nomentana. La Tabula Peutingeriana colloca Nomentum a quattordici miglia da Roma, mentre gli Annales Laurissenses, ricordando all'anno 800 l'incontro fra papa Leone III e Carlo Magno, indicano il dodicesimo miglio (apud Nomentum, duodecimo ab Urbe lapide).
L'area urbana si estendeva fra la collina di Montedoro, l'altura dominante, la sella del Romitorio e la collina dell'Ara Cacamele, ed era delimitata dal fosso Trentani a ovest, dalla collina dell'Immaginella a nord, dall'attuale via delle Molette a est e da Montedoro a sud.
La maggior parte degli studiosi ha identificato in passato Nomentum con l'odierna Mentana. L'esatta ubicazione fu intuita già nel 1550 da Mariano Vittori, che sulla base dei resti allora visibili lungo la via Nomentana collocò la città fra Monte Gentile e l'abitato moderno; la sua impostazione fu ripresa e perfezionata da Bernard Capmartin de Chaupy nel 1767 e da Pasquale Cayro nel 1816. All'inizio del Novecento Thomas Ashby ritenne poco probabile la collocazione presso Casali, mentre Roberto Paribeni la ripropose sulla base dei nuovi ritrovamenti. Dopo una nuova proposta di Salvatore G. Vicario nel 1967, l'ubicazione fu provata in via definitiva da Corrado Pala nel 1976, sulla base delle evidenze archeologiche e di una nuova valutazione delle distanze riportate dalla Tabula.
Le fonti antiche e la questione dell'ethnos La posizione di Nomentum, periferica rispetto al Latium vetus e prossima al confine con la Sabina, si riflette nell'incertezza delle fonti antiche, che la dicono alternativamente latina o sabina. Nessun testo depone direttamente a favore di un'origine sabina, ma tutti gli autori che ne trattano mostrano di nutrire dubbi sull'argomento.
Per Dionigi di Alicarnasso era una colonia di Alba Longa fondata in territorio sabino, insieme a Fidenae e Crustumerium, da tre fratelli.Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 53. Virgilio la considera anch'egli una colonia albana, ma la enumera poi fra gli oppida dei Sabini nel catalogo dei combattenti.Virgilio, Eneide, VI, 773 e VII, 712. Strabone la colloca al confine meridionale della Sabina, senza chiarire se la considerasse compresa in quella regione oppure esterna; poiché indica espressamente come sabina la vicina Eretum, è probabile che ritenesse Nomentum latina. Livio, nel racconto delle campagne di Tarquinio Prisco contro i Prisci Latini, elenca Nomentum fra le città espugnate insieme a Corniculum, Ficulea Vetus, Cameria, Crustumerium, Ameriola e Medullia, senza specificarne l'ethnos.Livio, Ab Urbe condita, I, 38. Plinio, da ultimo, riferisce la città alla prima regione augustea (Latium et Campania) ma include i suoi abitanti nella quarta (Sabini et Samnium).Plinio, Naturalis historia, III, 64 e III, 107.
La compresenza dei due elementi negli autori antichi non è stata letta come un'incoerenza, ma come il riflesso di una tradizione realmente discorde, dovuta in parte alla posizione di confine della città e in parte al ruolo politico da essa rivestito, di volta in volta, in favore dei Latini o dei Sabini. Gli studi recenti propendono per un ethnos latino, pur riconoscendo che la città fu quasi certamente iscritta nella quarta regione: si tratta infatti di un'area in origine parte integrante dell'unità latino-falisca, in seguito spezzata dalla progressiva occupazione sabina.
Storia La tradizione attribuisce a Tarquinio Prisco la sottomissione di Nomentum, nel quadro dell'espansione dei re di Roma sul Lazio. La città non compare però fra i membri della lega latina che faceva capo al santuario di Aricia, stando all'elenco tramandato da Prisciano e riferibile a una situazione del VI secolo a.C.: è probabile che vi abbia aderito solo nel V secolo.
Nel 435-434 a.C. non prese parte alla rivolta etrusca contro Roma; anzi, secondo Livio, fu proprio a poca distanza dalla città che i Romani sconfissero Fidenati e Veienti.Livio, Ab Urbe condita, IV, 22.
Nel 338 a.C. si unì invece alla ribellione delle città latine e, sconfitta, fu annessa in via definitiva al territorio romano. Ricevette allora la civitas optimo iure e divenne un municipio retto da un dittatore annuo, magistratura rinnovabile che costituiva la carica cittadina più alta e che a Nomentum è attestata da alcune iscrizioni; sotto di essa si collocavano l'edilità e la prefettura giusdicente.Livio, Ab Urbe condita, VII, 14. Fu ascritta a una delle tribù vicine, forse la Cornelia, anche se le tribù ricordate nelle iscrizioni nomentane restituiscono un quadro eterogeneo.
Il periodo di maggiore sviluppo si colloca fra il I secolo a.C. e il II secolo d.C. L'organizzazione dello spazio forense, con la lastricatura della piazza, è riferita al II secolo a.C., mentre dal I secolo a.C. si registra un'intensa attività costruttiva nel territorio circostante, con numerose villae rusticae e cisterne. Nel II secolo la res publica Nomentanorum dedicò all'imperatore Adriano un'iscrizione datata al 136 per il restauro di alcuni edifici sacri della città.
L'attestazione epigrafica di un quaestor alimentorum colloca Nomentum fra i centri interessati dal programma assistenziale degli alimenta di età traianea. La concentrazione di queste testimonianze nell'Italia centrale è stata spiegata con la vicinanza a Roma e con le esigenze di approvvigionamento della capitale, ma anche letta come una spia della lenta crisi dell'agricoltura italica.
A partire dal III secolo si avvia un declino che si traduce in una progressiva riduzione del numero delle ville. Nel settore suburbano immediatamente a ovest della via Nomentana il processo appare graduale: nel IV secolo sopravvivono quasi tutti gli insediamenti, benché profondamente mutati per funzione e dimensioni, mentre la cesura decisiva per l'occupazione delle campagne cade intorno alla metà del V secolo, dopo il quale il declino non conosce inversioni.
Il territorio La ricostruzione dei confini dell'ager Nomentanus è resa difficile dalla scarsità di appigli nelle fonti antiche e dalle incertezze che riguardano la topografia dei centri limitrofi. Il limite settentrionale è stato individuato nel bacino del fosso della Fiora e del fosso della Bufala, corsi paralleli che in epoca classica attraversavano una zona paludosa e a tratti scoscesa, superabile soltanto dove passavano la via Salaria e la via Nomentana; a ovest il territorio arrivava al Tevere e comprendeva l'area dell'odierna Monterotondo, a est confinava con quello di Tibur lungo i Monti Cornicolani, a sud con quelli di Fidenae e Ficulea. Nel territorio nomentano Strabone colloca le sorgenti solfuree delle Aquae Labanae.
In età imperiale la campagna nomentana fu celebrata per la sua fertilità e per la qualità della produzione vinicola da Plinio, Columella, Marziale e Properzio. Le fonti letterarie ricordano nel territorio fondi appartenuti a Attico, al grammatico Remmio Palemone e a Seneca: secondo Plinio, Remmio Palemone ricavò in età claudia un profitto notevole da una vigna acquistata a basso prezzo, che Seneca comprò poi per il quadruplo della cifra pagata da lui un decennio prima.Plinio, Naturalis historia, XIV, 49-51.
L'abitato L'impianto urbano sfruttava la morfologia dei luoghi: la collina di Montedoro, che è l'altura dominante, ospitò l'arce, mentre la sottostante sella del Romitorio accolse il foro e la vicina collina dell'Immaginella una delle necropoli.
La crescita di Casali dal 1945 in poi, con i relativi sbancamenti, ha distrutto o nascosto gran parte dell'area forense. Il foro era orientato probabilmente da nordest a sudovest ed era racchiuso in larghezza fra il pendio del fosso Trentani, a ovest, e quello di Valle Cavallara, a est. Ritrovamenti occasionali degli anni settanta del Novecento hanno intercettato parte della pavimentazione della piazza, in lastroni di pietra calcarea; alcuni basoli calcarei fanno inoltre pensare che la via Nomentana tagliasse a metà lo spazio forense, come avviene in altre città romane. La lastricatura della piazza è stata riferita al II secolo a.C., con una continuità d'uso che si sarebbe protratta fino al VI secolo d.C.
Sulla sommità di Montedoro si conservano tratti di cinta muraria, in blocchi di tufo disposti in opera quadrata. Corrado Pala le datò al IV secolo a.C. e ricostruì una cinta che circondava interamente la collina per fiancheggiare poi i lati nordovest e sudest del foro; gli scavi Santangelo le collocano invece fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C., e gli studi più recenti, sulla base di indagini condotte dalla Soprintendenza all'inizio degli anni settanta e mai pubblicate per intero, ritengono che la cinta non circondasse l'intero centro urbano ma soltanto l'arce.
Nel giardino di Villa Dominedò, che si affaccia sul lato meridionale del foro, si conserva la tomba a camera detta del Romitorio, unico monumento della città antica arrivato intatto fino a noi. Ha una cella rettangolare preceduta da un dromos, con pareti e copertura a doppio spiovente in lastroni di pietra calcarea, ed è datata alla metà del IV secolo a.C. oppure alla fine del V. Sulla parete di fondo si riconoscono deboli resti di un dipinto con la Vergine e il Bambino, che attestano il reimpiego della struttura in età cristiana: sopra il monumento sorgeva una cappella, documentata dal 1570, i cui resti rimasero visibili fino al 1930.
Fra il 2007 e il 2009 l'Accademia di Danimarca ha condotto tre campagne di scavo nell'area di Villa Dominedò, che occupa probabilmente i resti del foro.
Le necropoli
Le testimonianze funerarie più antiche provengono dalla località Quarto della Conca, a sudovest della città, dove negli anni venti del Novecento furono scoperte fortuitamente due tombe, note soltanto attraverso la descrizione dei corredi ceramici; per la stessa località Corrado Pala segnala il rinvenimento di altre due tombe, con materiali datati rispettivamente alla seconda metà dell'VIII e al VII secolo a.C. All'ultimo quarto del VII secolo a.C. risale invece il ricco corredo di una tomba a cassa scoperta casualmente lungo la via Nomentana a nordest della città, comprendente anche kylikes e oinochoai di bucchero.
Le due principali aree sepolcrali si disponevano lungo la via Nomentana, una a nordest in località Immaginella e l'altra a sudovest, in direzione di Roma; in base ai reperti rinvenuti occasionalmente entrambe risultano utilizzate a partire dal II secolo a.C.
L'area dell'Immaginella è la meglio documentata. Ai primi anni del Novecento risale uno scavo che vi individuò sei sepolcri allineati lungo una strada, dei quali restavano le sole fondazioni in blocchi di travertino, essendo gli alzati già stati asportati in antico, forse per reimpiegarne i materiali nella Mentana medievale; in uno di essi furono rinvenuti cinque cinerari, tre tabellae defixionis e alcune monete bronzee di Claudio e Domiziano, che costituiscono un termine ante quem per almeno una parte dei sepolcri.