Figlio secondogenito del giudice sardo Ugone II e di Benedetta, proseguì e intensificò l'eredità culturale e politica del padre, volta al mantenimento dell'autonomia del giudicato d'Arborea e alla sua indipendenza, che ampliò sino ad annettere quasi tutta la Sardegna. Considerato una delle più importanti figure nel Trecento sardo, contribuì allo sviluppo dell'organizzazione agricola dell'isola grazie alla promulgazione del Codice rurale, emendamento legislativo successivamente incluso da sua figlia Eleonora nella ben più celebre Carta de Logu.

Fu inoltre un facoltoso mecenate delle arti, e al suo servizio vi furono famosi scultori e pittori del periodo, tra i quali Nino Pisano..

Biografia Origini familiari

Mariano nacque nel 1319, da una certa Benedetta e da Ugone II, giudice d'Arborea. Suo padre era figlio del precedente giudice Mariano III d'Arborea e della sua concubina Padulesa de Serra, nonostante all'inizio del XX secolo la maggioranza degli storici ritenesse fosse invece cadetto di Mariano II.. Quest'ultimo, figlio di Pietro II e di una certa Sardinia, è considerato uno dei sovrani arborensi più rilevanti nel panorama italiano e in generale europeo, sposato con una bisnipote dell'imperatore Federico II di Svevia.. Pietro II era a sua volta figlio di Ugone I, capostipite dei de Serra Bas in quanto figlio del visconte Poncio de Cervera e di Sinispella d'Arborea, figlia di Barisone I re di Sardegna.

Infanzia e adolescenza

Nel 1323 Ugone aveva richiesto al re Giacomo II il Giusto una sua partecipazione a una guerra contro i pisani per la definitiva scacciata di questi dall'isola.. Nello stesso anno un'ambasciata arborense guidata dall'arcivescovo Guido Cattaneo era giunta ad Avignone per stipulare un trattato con l'Aragona, in cui si riconosceva l'autonomia del giudicato a patto che il giudice pagasse un censo annuo di tremila fiorini d'oro di Firenze ai catalani..

Si venne dunque a creare una situazione controversa in quanto da una parte gli Arborea ritenevano i re d'Aragona semplici alleati, mentre dall'altra i re d'Aragona trattavano i de Serra Bas come vassalli da asservire, anche se con particolari autonomie.. A contribuire a questo equivoco vi era la diversa visione del potere tra le due dinastie. La casa reale di Barcellona era tipicamente improntata al potere feudale di tipo europeo, mentre in Sardegna il feudalesimo non era mai esistito e pertanto i giudici non lo riconoscevano né soprattutto si potevano considerare subordinati al sovrano catalano. Inizialmente Ugone II ritenne di sottostare alle impostazioni feudali che Giacomo II voleva dare all'alleanza, ma ciò era solo un modo per evitare la guerra diretta..

I re d'Aragona cercarono in vari modi di tenersi alleati gli Arborea, da Giacomo II ad Alfonso IV e poi Pietro IV. Per tale ragione gli aragonesi attribuirono vari riconoscimenti al giudice e ai suoi figli, stringendoli in legami di parentela con matrimoni, tenendoli a corte e conferendo loro vari titoli baronali.. I figli degli Arborea, nel cerimoniale di corte, erano considerati appena dietro gli infanti d'Aragona. Ma queste concessioni non valsero a trasformare i de Serra Bas in riccos homines, cioè in baroni vassalli del re aragonese. A sottolineare una latente frattura tra la concezione di vassallaggio nella mente del sovrano d'Aragona e l'idea di libero giudicato che avevano gli Arborea, vi era il fatto che nella corte di Barcellona, i figli del giudice non avevano alcun titolo, perché per il giudice qualsiasi rango baronale sarebbe stato inferiore a quello del giudice stesso.. In ogni caso i legami, anche parentali, tra gli Aragona e gli Arborea erano significativi, inoltre era piuttosto assidua la presenza dei cadetti giudicali presso la corte aragonese. Lo stesso Mariano IV d'Arborea, secondogenito del giudice Ugone II, visconte di Bas, venne educato, secondo il volere del padre, alla corte di Alfonso IV, conte di Barcellona e quindi sovrano di Aragona..

Nel 1335 Mariano, ancora a Barcellona, s'ammalò, nel pieno delle trattative del suo matrimonio, rischiando di morire.. Il giudice Ugone, ottenuto dunque un permesso dal sovrano aragonese, mandò il suo medico personale Grazia Orlandi in Catalogna, che riuscì a guarirlo.. Il 5 aprile dello stesso anno il padre morì. Fu partecipe attivamente all'incoronazione di Pietro il Cerimonioso, figlio di Alfonso IV nel 1336 e, poco dopo, nella città catalana, sposò la nobile Timbora di Roccaberti (figlia del visconte Dalmazio), dalla quale ebbe quattro figli: Ugone, Beatrice, Eleonora e una bimba morta prematuramente nel 1343 o nel 1346..

Conte di Marmilla e del Goceano

Nel 1339 al donnikellu Mariano fu riconosciuto da parte di Pietro d'Aragona il titolo di conte di Marmilla e del Goceano. (territorio che comprendeva le curatorìe di Dore con Orotelli, Nuoro, Ottana, Sarule più l'antica di Anela). Questi possedimenti (extra Judicatum) resero di fatto il futuro giudice vassallo del re aragonese di Sardegna e Corsica. Tale rapporto veniva evidenziato anche esteriormente, tant'è che nelle sue insegne personali erano raffigurati, sopra l'albero diradicato, i pali catalani.

Quando era conte del Goceano e non portava ancora il titolo di judex, con un'abile mossa politica ripopolò il borgo di Castel di Goceano chiamato allora come ora Burgos (su Burgu, in sardo), e vi restaurò l'antico castello (tutt'oggi ancora in buono stato di conservazione), a difesa del confine nord del giudicato. Nei suoi territori, come conte, si adoperò per rendere florida l'agricoltura., scelta che, nei successivi decenni di guerra, si dimostrò fondamentale per la ripresa economica dell'intero giudicato, che versava in uno stato di crisi a causa delle guerre contro Pisa. Durante questo periodo emanò una prima serie di norme giuridiche scritte, che principalmente regolamentavano l'allevamento e l'agricoltura, allo scopo di migliorarne la produttività, e in parte già trattavano qualcosa di diritto penale, che poi evolverà nella Carta de Logu, il corpus legislativo, spesso erroneamente attribuito alla figlia Eleonora che lo aggiornò come aveva fatto pure il fratello Ugone III..

La consorte e i tre figli di Mariano IV

Furono tre i figli sopravvissuti che Mariano ebbe dalla moglie Timbora di Roccaberti. Ugone (†1383) che gli succedette, Beatrice (†1377) ed Eleonora (†1403). nacquero a pochi anni l'uno dall'altro, quando lui era ancora conte di Marmilla e del Goceano, cioè prima di salire al trono di Arborea (1347). Il luogo della loro nascita era Molins de Rei.. Vissero poi a Oristano e nel castello del Goceano..

Una lettera inviata da Aimerico VI di Narbona (1341-1388) al re Pietro IV d'Aragona, rinvenuta negli Archivi Reali di Barcellona, accerta il fatto che sua moglie Beatrice fu la secondogenita di Mariano (portava anche il nome dell'ava materna), dopo Ugone, ed Eleonora la figlia minore: infatti, dopo la morte del cognato (1383), il visconte reclamava nella missiva il trono arborense per il suo secondogenito, Aimerico come lui.. Eleonora però si recò velocemente in Sardegna e seppe sfruttare la situazione a suo favore.

Beatrice, secondo Bianca Pitzorno, sposò il nobile francese nel 1361, molto prima di Eleonora, ebbe molti figli e dal suo testamento si evince quanto fosse stata ricca la sua dote.. Beatrice fu la prima dei fratelli a morire nel 1377, e suo nipote Guglielmo II dovette attendere il 1407, anno della scomparsa di Mariano V, per diventare giudice..

Giudice d'Arborea

Nel 1347, alla morte del fratello Pietro III, Mariano fu proclamato giudice d'Arborea dalla Corona de Logu. La politica del suo primo periodo di regno lo mostra come fortemente disinteressato agli avvenimenti politici dell'isola..

La guerra sardo-catalana

In quello stesso anno., i Doria Nicolò, Giovanni, Antonio e Matteo presentarono la richiesta al re Pietro IV d'Aragona di rientrare in possesso dei castelli di Bonuighinu e Ardara, sequestrati dopo una ribellione, e di acquisire privilegi commerciali per Castelgenovese (odierna Castelsardo) e Alghero, città in loro mano. In cambio promettevano di servire lealmente la corona come vassalli e di fare in modo che il re riprendesse possesso dei castelli di Osilo e Capula, che dichiaravano in mano a ribelli ma che in realtà avevano occupato loro. Il re acconsentì a tutto fuorché alla concessione dei privilegi a Castelgenovese e Alghero, che ambiva a possedere direttamente. Ma i Doria, scontenti per il mancato ottenimento di tutte le richieste, cominciarono ad ammassare soldati e mercenari sotto le mura di Sassari, città di diretta competenza regia. Il sovrano ordinò di mandare una compagnia di armati in Sardegna al comando di Ughetto de Cervellon. Intanto partivano da Cagliari trecento balestrieri diretti a Sassari sotto il comando di un altro Cervellon, Gherardo, figlio del governatore generale Guglielmo, che si unì a lui nella marcia. Il giudice Mariano affiancò a questo buon nerbo di truppe un piccolo contingente di militi oristanesi, consigliando al Cervellon di evitare uno scontro diretto. Ma giunti nel passo di Aidu de Turdu, completamente circondati dagli uomini dei Doria, i Cervellon non cercarono di evitare il combattimento, ma ordinarono la carica, causando un massacro delle forze sotto il loro comando.. Tra i caduti si contò anche lo stesso Gherardo. Il giudice mandò dunque un gruppo di militi, che, dopo aver soccorso i sopravvissuti, giunse a Sassari e ruppe l'assedio degli armati dei Doria. Nel 1349 vi fu alla fine una tregua e il re, secondo lo storico Raimondo Carta Raspi, tentò allora di dividere i membri del casato, concedendo feudi ad alcuni e ricevendo in cambio la promessa della cessione di Alghero. Non tutti i Doria furono però favorevoli a lasciare al sovrano la città e chiesero, nel 1351, l'aiuto di Genova contro un possibile attacco aragonese.

E dunque, mentre si consumava l'aspro dissidio tra Mariano e suo fratello Giovanni, culminante con l'arresto di quest'ultimo, il sovrano organizzava una grande spedizione che aveva come obiettivo la presa di Alghero.. La flotta che avrebbe dovuto trasportare gli uomini comprendeva quarantacinque galere e cinque grosse navi da carico, a cui, presso Cagliari, si unirono venti galere veneziane. L'ammiraglio Bernat de Cabrera, capo dell'esercito catalano-veneziano, sconfisse, nella cosiddetta battaglia di Porto Conte, il 27 agosto 1353, la flotta genovese, costringendo gli algheresi ad arrendersi. Il giorno dopo l'occupazione della città fece giustiziare senza nessun procedimento penale Fabiano Rosso Doria, uno dei più accaniti difensori della rocca..

Allora inviò un messo a Oristano con l'ordine diretto a Mariano di recarsi ad Alghero per rendere conto del suo mancato intervento contro i Doria. Il giudice non si recò di persona, ma agli inizi di settembre mandò la moglie Timbora, cugina del de Cabrera., che, difesa da una piccola scorta, dopo aver fatto sosta nel castello del Goceano, entrò in Alghero.. Ma durante il suo incontro con l'ammiraglio giunsero tre cavalieri da Cagliari, inviati dal governatore generale, con l'ordine di sconsigliare al de Cabrera di continuare a trattare o a discorrere con la moglie del giudice, in quanto egli aveva invaso le terre regie e stava assediando Sanluri.. Lo storico cinquecentesco Geronimo Zurita, nella sua opera Annali della Corona d'Aragona, riporta una citazione di Timbora nei momenti in cui l'ammiraglio veniva informato dai cavalieri delle manovre militari del giudice:.

Mariano mosse dunque guerra contro i catalani, e dopo che i suoi comandanti Azzone da Buquis e Cino de Zori, presso Decimomannu, catturarono Gherardo della Gherardesca, si diresse verso il nord della Sardegna, riuscendo a espugnare Alghero, ribellatasi ai catalani.. Poco prima della partenza il giudice fece impiccare due sardi, colpevoli di aver incitato la folla ad assalire le carceri ov'erano rinchiusi quarantadue catalani fatti prigionieri.