Gli Stati generali del 1789 furono convocati da Luigi XVI allo scopo di raggiungere un accordo tra le classi sociali idoneo a risolvere la grave crisi politica, economica, sociale e finanziaria che affliggeva da anni la Francia. Inaugurati il 5 maggio 1789, essi furono gli ultimi dell'Ancien Régime, crollato a seguito della Rivoluzione. Essi contavano 1139 membri, eletti a suffragio universale maschile censitario, di cui:

291 rappresentanti del Primo Stato (clero), che per la maggior parte erano parroci (che aderivano ai programmi del Terzo Stato); 270 deputati per il Secondo Stato (nobiltà), i difensori dell’Ancien Régime.

Le premesse: la rivolta aristocratica contro l'assolutismo La crisi finanziaria dello Stato francese aveva origini lontane. Il debito pubblico, già rilevante negli ultimi anni del regno di Luigi XIV continuò a crescere sotto il regno di Luigi XV, a causa degli sprechi, dei privilegi e delle esenzioni di cui godeva la nobiltà. In compenso, l'economia francese aveva mantenuto una capacità di sviluppo in grado di compensare in parte gli effetti della cattiva amministrazione dello Stato, apportando vantaggi sia all'aristocrazia che alla borghesia imprenditoriale. Il rallentamento dello sviluppo economico, verificatosi a partire dal 1778 e la successiva recessione prolungatasi per tutto il regno di Luigi XVI, unitamente alle enormi spese militari sostenute in appoggio della Guerra d'indipendenza americana (2 miliardi di lire francesi) portò le classi popolari alla miseria e le finanze statali al tracollo.

Nel tentativo di ottenere maggiori entrate e di porre almeno un limite ai privilegi fiscali, il ministro delle finanze Charles Alexandre de Calonne aveva presentato il 20 agosto 1786 un Piano di miglioramento delle finanze che prevedeva, tra l'altro, l'imposizione di una tassa su tutte le proprietà fondiarie, anche nobiliari ed ecclesiastiche, prima escluse, la soppressione delle dogane interne e altre misure a favore della produzione industriale e del commercio. A questa riforma fiscale si associava una riforma amministrativa, l'istituzione di assemblee municipali, con funzione consultiva, elette dai sudditi che godessero di una rendita di almeno 600 lire.

L'assemblea dei notabili, composta di nobili e prelati, convocata ad approvare la riforma, respinse il progetto che ledeva gli interessi delle classi che essi rappresentavano e di cui facevano parte, così che Luigi XVI, l'8 aprile 1787, licenziò il ministro.

Anche il suo successore, l'arcivescovo di Tolosa Étienne-Charles de Loménie de Brienne, dopo essere ricorso a un prestito per evitare il crollo finanziario, ripropose sostanzialmente il progetto di Calonne, che fu ancora respinto dai notabili. Anche il Parlamento di Parigi respinse gli editti reali che prevedevano l'imposizione di alcune nuove imposte, e richiese la convocazione degli Stati generali. Richiesta reiterata il 3 maggio 1788, in una dichiarazione nella quale il Parlamento sosteneva che l'approvazione delle imposte era un diritto della nazione e condannava le lettres de cachet come lesive del diritto naturale alla libertà individuale.

I pronunciamenti liberali del Parlamento si accompagnavano al ribadimento dei privilegi nobiliari ma, nel loro insieme, costituivano un attacco al principio dell'assolutismo reale, così che la reazione monarchica non si fece attendere: arrestati due parlamentari, Duval d'Epremesnil e Goislard de Montsabert, l'8 maggio furono imposti d'autorità gli editti con i quali si riformava la giustizia, secondo il progetto del guardasigilli Lamoignon de Malesherbes: in particolare, il Parlamento perdeva il controllo degli editti reali, prerogativa assegnata a una Corte plenaria di duchi e di pari legati alla monarchia e vedeva soppresse o ridotte le sue prerogative in materia giudiziaria a favore dei tribunali di baliaggio.

La riforma provocò agitazioni in provincia: in giugno si ebbero disordini a Digione, a Tolosa, a Rennes, a Grenoble: in questa città, alle proteste dei nobili si associò il Terzo Stato, provocando per reazione l'esilio dei magistrati del Parlamento. Nobili, ecclesiastici e borghesi votarono una risoluzione che richiedeva la reintegrazione dei magistrati e la convocazione degli Stati generali. A Vizille, il 21 luglio, si riunì un'Assemblea composta da 50 ecclesiastici, 165 nobili e 276 esponenti del Terzo Stato, che richiese la convocazione degli Stati generali «per lottare contro il dispotismo dei ministri e porre termine alle depredazioni finanziarie»: in particolare, si chiedeva che fossero gli Stati generali a votare le imposte e fossero gli Stati provinciali, costituiti elettivamente, a gestire l'amministrazione locale.

La convergenza di aristocrazia e borghesia verificatasi a Vizille non fu imitata nel resto della Francia, perché gli interessi delle due classi, unite nella lotta contro l'assolutismo monarchico, rimanevano per il resto del tutto divergenti. Lo scopo della nobiltà francese era indirizzato a conservare i propri privilegi e, rovesciando l'assolutismo, a sostituirvi il proprio potere, senza condivisioni. Il minaccioso messaggio che proveniva dalla provincia fu infatti compreso dal governo, che preferì evitare uno scontro aperto con l'aristocrazia: l'8 agosto il re indisse gli Stati generali per il maggio successivo, il ministro Brienne si dimise il 24 agosto e il nuovo ministro Necker cancellò la riforma giudiziaria. Il Parlamento di Parigi, restituito alla pienezza dei suoi poteri, deliberò il 21 settembre che gli Stati generali, com'era avvenuto nel lontano 1614, fossero convocati secondo i tre ordini separati del Clero, della Nobiltà e del Terzo Stato, avendo ciascuno di essi un solo voto a disposizione.

Le elezioni

La risoluzione del parlamento parigino pose fine alla provvisoria e precaria alleanza tra nobiltà e borghesia: quest'ultima si costituì nei fatti come «partito patriota», intenzionato a candidarsi come rappresentante degli interessi di tutta la nazione al di là dei particolarismi di classe, rivendicando l'eguaglianza dei sudditi di fronte alla legge e ricevendo l'adesione di taluni esponenti dell'alta aristocrazia, come il marchese de La Fayette e il duca de La Rochefoucauld-Liancourt, e della nobiltà di toga, come i parlamentari Lepeletier de Saint-Fargeau e Hérault de Séchelles.

In vista delle elezioni, il partito patriota invocò il «raddoppio del Terzo», ossia il diritto del Terzo Stato – che formalmente rappresentava il 98% dei francesi (contro il 2% di nobiltà e clero) – ad avere tanti rappresentanti quanti quelli del Clero e della Nobiltà insieme: il 5 dicembre anche il Parlamento di Parigi si dichiarò favorevole al raddoppio, senza tuttavia pronunciarsi ulteriormente sulla questione fondamentale del sistema di votazione – voto per ordine o per testa – da adottare nelle sedute degli Stati generali. Forte della decisione del Parlamento, il ministro Necker appoggiò, nella riunione del Consiglio reale del 27 dicembre, la richiesta del raddoppio del Terzo Stato, dichiarandosi anche favorevole a lasciare libertà di candidarsi a rappresentante di qualunque ordine, indipendentemente dal proprio ordine di appartenenza.

Il Consiglio del re approvò sia il raddoppio del Terzo che la libertà di scelta dell'ordine, senza esprimersi sul sistema di votazione e il 24 gennaio 1789 furono rese pubbliche la lettera di convocazione degli Stati generali e il regolamento elettorale, nel quale ancora una volta non veniva affrontato il problema del sistema di voto.

In entrambe le lettere il re invitava i sudditi a «consigliarci e assisterci in tutte le cose che saranno messe sotto i nostri occhi», e a «farci conoscere i desideri e le lamentele del nostro popolo», in maniera di conseguire «il più prontamente possibile un rimedio efficace ai mali dello Stato». Accogliendo l'invito, in breve tempo furono pubblicati un profluvio di Appels, Avis, Lettres, Essais, Conseils, Réflexions, Cahiers e Projets: tra i più noti, il Qu'est-ce que le Tiers État dell'abate Sieyès, già noto in Francia per un Essai sur les privilèges, lAppel à la nation artésienne dell'avvocato di Arras Maximilien de Robespierre, lAppel à la nation provençale del nobile Mirabeau, La France libre del giornalista Camille Desmoulins, lOffrande à la patrie del medico Jean-Paul Marat e anche i Cahiers du Quatrième ordre di Louis Pierre Dufourny, tra le poche riflessioni sulle condizioni delle classi popolari che solo formalmente potevano essere rappresentate dal Terzo Stato.

Il regolamento elettorale previsto per il Terzo Stato riservava il diritto di voto ai francesi di età non inferiore ai 25 anni, appartenenti a quell'ordine e iscritti nel ruolo delle imposte. Nelle città gli elettori si sarebbero riuniti nelle corporazioni di appartenenza o, se non iscritti, nei quartieri di domicilio, scegliendo due delegati ogni cento votanti. L'assemblea dei delegati avrebbe a sua volta scelto i delegati dell'assemblea di baliaggio del proprio ordine che, infine, eleggeva i deputati agli Stati generali. Nelle province, gli abitanti del Terzo Stato si sarebbero riuniti in assemblea di parrocchia scegliendo due delegati ogni duecento «focolari» per l'assemblea di baliaggio che avrebbe proceduto all'elezione dei propri deputati. Non fu eletto alcun deputato che appartenesse ai ceti popolari urbani o alla classe dei laboureurs, i contadini: nelle assemblee, era determinante l'eloquenza e il possesso di una buona istruzione, in particolare il sicuro maneggio della materia economica e giuridica, così che risultarono eletti 578 deputati, avvocati, medici, commercianti, finanzieri, industriali e borghesi proprietari terrieri, oltre a due personalità provenienti dagli altri due ordini, Mirabeau e l'abate Sieyès.

Per gli altri due ordini, era sufficiente eleggere in prima istanza i deputati nelle assemblee di baliaggio: erano elettori del primo ordine, il clero, tutti gli ecclesiastici, dai parroci ai vescovi, mentre del secondo ordine erano elettori tutti i nobili in possesso di un feudo.

Il clero elesse 291 deputati, tra i quali 220 curati, quasi tutti non nobili, spesso critici nei confronti dei privilegi dei vescovi e degli Ordini religiosi, e pertanto vicini alle posizioni del Terzo Stato. La loro congrua era infatti molto modesta - 750 lire francesi annue, che si riduceva a 350 per i vicari - e strideva con le altissime rendite dei 139 vescovi, tutti nobili e quasi tutti residenti a corte anziché nelle loro diocesi: il vescovo di Strasburgo, per esempio, godeva di una rendita di 400.000 lire francesi. Vi erano tuttavia anche vescovi liberali, quali Talleyrand-Périgord, vescovo di Autun, o l'arcivescovo di Bordeaux, Champion de Cicé.

La nobiltà elesse 270 deputati, in grande maggioranza decisi a conservare le prerogative della loro classe, anche se non mancavano, tra di essi, specialmente tra la più alta aristocrazia, dei rappresentanti conquistati dalle idee dei «Lumi» e pertanto moderatamente liberali, come il marchese La Fayette, il duca de La Rochefaucauld, il visconte di Noailles o il conte di Clermont-Tonnerre.

I «cahiers de doléances»

In ogni assemblea di baliaggio era stato redatto un cahier de doléances, un registro nei quali erano riportate le lamentele circa abusi e inefficienze, di ordine sia locale che generale, riscontrate dalla comunità, insieme con le rivendicazioni e le proposte ritenute necessarie. Soltanto le redazioni dei cahiers del Terzo Stato erano state precedute dalla presentazione di cahiers elaborati dalle assemblee di parrocchia, di corporazione e di quartiere, dei quali però non si era sempre tenuto conto nell'elaborazione di quelli definitivi di baliaggio.