L'asino (impropriamente conosciuto anche come L'asino d'oro) è un poema satirico scritto da Niccolò Machiavelli nel 1517, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1549 da Giunti. Il poema, suddiviso in otto capitoli di terzine dantesche, è permeato di episodi allegorici e grotteschi, cui fanno riscontro riferimenti autobiografici e velati accenni alla vita politica del tempo.

Contesto Nel 1513, sospettato di aver partecipato a una congiura contro la Repubblica di Firenze, Machiavelli fu arrestato e imprigionato. Amnistiato con l'ascesa al soglio pontificio di papa Leone X Medici, si ritirò nella sua casa di Sant'Andrea in Percussina, frazione di San Casciano in Val di Pesa, dove scrisse Il principe, che dedicò a Lorenzo II de' Medici cercando di riconquistare un posto nella vita politica di Firenze. Scrisse anche i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio e Dell'arte della guerra, dedicati a Cosimo Rucellai, che incontrava con altri studiosi alle riunioni letterarie degli Orti Oricellari. Nel 1515 scrisse la novella Belfagor arcidiavolo e la commedia La mandragola.

Quando iniziò a scrivere L'asino, Machiavelli si trovava escluso dalle vicende politiche di Firenze, condannato a una forma di esilio; ferito dall'ingratitudine, pensò di vendicarsi. Fu in una situazione simile che due secoli prima Dante Alighieri aveva composto la Divina Commedia, il che indusse Machiavelli a formulare il progetto di scrivere una favola politica, cui avrebbe dato la struttura di una seconda "Divina Commedia" (come dimostra l'adozione della terzina dantesca) di cui sarebbe stato protagonista.

Le opinioni divergono sulla data di composizione dell'opera. Alcuni ritengono che il poema sia stato scritto nel 1517. Altri suggeriscono una composizione in due parti: Machiavelli avrebbe scritto i primi cinque capitoli tra la fine del 1512 e l'inizio del 1513 e gli ultimi tre dopo il 1514.

Fonti La cultura umanistica del Rinascimento italiano attinse abbondantemente ai testi della letteratura greca e della letteratura latina. Nel XVI secolo godettero di grande fama due opere letterarie con lo stesso titolo del poema di Machiavelli. La prima è quella in latino di Apuleio, indicata come Le metamorfosi o L'asino d'oro, mentre la seconda, in greco, è il Lucio o l'asino attribuito a Luciano di Samosata ma oggi considerato un apocrifo. Entrambi i testi (che derivano probabilmente da una stessa fonte perduta, un romanzo di Lucio di Patre) furono oggetto di numerose edizioni e riedizioni durante il XV e il XVI secolo. In particolare la versione di Apuleio fu adattata in italiano da Matteo Maria Boiardo alla fine del '400 (sebbene egli contaminò l'opera con quella dello pseudo-Luciano, di cui adottò il finale banalizzante), mentre attorno al 1550 Agnolo Firenzuola la tradusse con una conclusione edificante, rifacimento di quella di Apuleio.

Oltre allo spunto generale sulla metamorfosi da uomo ad animale e il titolo (in origine semplicemente L'asino, mentre solo in seguito fu detto Asino d'oro come l'opera di Apuleio), il poema di Machiavelli non ha molto altro in comune con questi testi. Egli infatti si ispirò soprattutto al Grillo nei Moralia di Plutarco, oltre che all'episodio di Circe e Ulisse (libro X dellOdissea di Omero e libro XIV delle Metamorfosi di Ovidio), nonché, come detto sopra, alla Commedia di Dante.

Trama Il primo capitolo, che funge da proemio, indica la materia dell’opera, le peripezie attraversate dal protagonista sotto le vesti di un asino, e per tramite di una favola allegorica ne indica l’origine in una naturale inclinazione del suo autore alla malignità.

Con il capitolo due comincia la narrazione vera e propria, ambientata nella stagione primaverile.

Nel giorno dell’equinozio, il protagonista si smarrisce, senza sapere come, in una selva oscura, dove incontra una giovane, «piena di beltade» (v. 49), seguita da un corteo di «innumerabili animali» (v. 56). Quel luogo sinistro è il regno di Circe (Machiavelli per scrivere l’opera si era servito del mito della maga) e che la donna è una sua ancella, incaricata di sorvegliare e accudire gli animali, uomini un tempo, che la maga ha mutato in bestie con la sola potenza del suo sguardo. Per sfuggire al’incantesimo di Circe, la giovane consiglia vivamente al protagonista di unirsi al corteo degli animali, diretto al palazzo della maga; per far questo è costretto però ad abbandonare la posizione eretta e a procedere a gattoni.

Nel capitolo tre la fanciulla lo guida al palazzo di Circe e lo informa circa il suo futuro: il destino (per l’autore è la Fortuna), lo ha colpito con particolare ferocia, ma questa sofferenza non è perenne e un giorno egli sarà di nuovo felice. Perché ciò accada è necessario tuttavia, così la provvidenza ha decretato, che egli si muti in asino e sotto forma di questo animale giri per il mondo («gir ti conviene / cercando il mondo sotto nuova pelle», vv. 116-17). Prima che la metamorfosi si compia, gli è concesso di trattenersi «alquanto tempo» nel regno di Circe, per prendere esperienza di quel luogo.

Il capitolo quattro si apre con una palese e fiera dichiarazione sia del protagonista sia dell’autore stesso, che si dice pronto a sostenere quello che la Fortuna gli ha riservato. L’ancella lo ricompensa con delle bellissime parole; dopo di che lo invita alla sua tavola, affinché possa rifocillarsi. Il resto del capitolo è occupato prima dalla descrizione minuta del corpo della giovane nel quale il protagonista rievoca sapidamente la notte di piacere trascorsa in compagnia della fanciulla dopo la vivace scena erotica.

Nel capitolo cinque vediamo la donna uscire dal palazzo, circa all’alba, per condurre al pascolo gli animali che le sono stati affidati da parte della maga. Il protagonista, rimasto solo, si immerge in una lucida e dolorosa meditazione sul «variar de le mondane cose» (v. 36) e sulle cause che conducono gli stati alla rovina, intrecciando esperienze individuali e drammi storico-politici del suo tempo.

Con il capitolo sei riprende il filo della narrazione. La giovane pastora fa rientro al palazzo e mostra al protagonista il luogo in cui le bestie vivono. Sopra la porta della stanza adibita allo svago delle fiere sta un «simulacro»: esso raffigura, scolpito nel marmo, il trionfo di un poeta coronato d’alloro e issato sulla groppa di un elefante. Costui, avverte la donzella, è il «grande abate di Gaeta» (v. 118), poeta e giullare della corte di Leone X.

Il capitolo sette mostra l’incontro dei due con un alcuni animali, sotto le cui sembianze si nascondono, nella nuova condizione, personaggi importanti del tempo, che il protagonista deve riconoscere.

L’ottavo e ultimo capitolo, infine, è occupato per intero dal discorso di uno degli animali di Circe, un porco, che sostiene e proclama con orgoglio la superiorità della condizione degli animali su quella degli uomini e giustifica con questo il suo rifiuto a ritornare allo stato originario. Su questo elogio della vita bestiale l’opera termina: è evidente infatti che l’esito cui approda il discorso del «fangoso animale» toglie forza e necessità alla metamorfosi del protagonista, provocando verosimilmente, l’interruzione della narrazione.

Il pensiero nascosto di Machiavelli

Animalità contro umanità Se Pico della Mirandola riteneva che l’uomo non avesse una natura ben definita, aspirando così a diventare quasi deus oppure scendere in basso e farsi bestia, Machiavelli aveva un pensiero completamente diverso. Per lo scrittore del principe l’uomo non può diventare, necessariamente, o un essere perfetto o una bestia. La bestialità è una dimensione immanente alla natura umana, che può stare nascosta per anni e al’improvviso riemergere facendo precipitare nella barbarie e nella brutalità.

“Facilmente gli uomini si corrompono, e fannosi diventare di contraria natura, quantunque buoni e ammaestrati” (Discorsi, I, 42). Con queste parole Machiavelli sostiene che l’educazione ha un ruolo importante (non decisivo) per “addomesticare” la natura umana, evitando che gli istinti e gli appetiti travolgano la civiltà. Per Machiavelli, a differenza di quanto pensava Pico della Mirandola, non esiste la superiorità umana su quella bestiale poiché, anche quando si costruisce la civiltà o il “Vivere civile”, il destino dell’uomo rimane intrecciato inevitabilmente al’essenza animale e da questa non si potrà mai, in maniera definitiva, liberare. È questo uno dei punti decisivi che egli vuole affermare nel suo poemetto, eliminando ogni forma di argomentazione riguardo alla dignitas hominis. Quando Machiavelli parla degli uomini e li affianca agli animali non lo fa per gioco ma allude a qualcosa di più profondo, creando una specie di allegoria.

In questo senso, la figura che rappresenta meglio l’uomo è il centauro, mezzo uomo e mezzo bestia. Scrive così ne Il Principe: “Bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura: e l’una sanza l’altra non è durabile” e ancora: “Sendo dunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano” In questo passo l’autore sostiene che al buon governatore serve essere ora una volpe ora un leone per far sì che prevalga ora l’astuzia e l’ingegno ora la forza e la tenacia. Gli stati fondati sulla pura forza sono instabili e fragili. È la prudenza tipica della volpe che il principe deve far sua, trasformandola in un istinto naturale; così parla Machiavelli: “Il principe che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire”.

Su questo argomento la lezione del porco nel’Asino è concorde con il pensiero dell’autore; per saper governare occorre imparare dagli animali, trasformando in qualità amministrative e politiche istinti animaleschi, come quello volpino della dissimulazione. L’animalità è insita nel’arte di governare, non se ne può prescindere. Nella foresta, come nella società sopravvive chi riesce a simulare e a ingannare gli altri. Su questo piano uomini e animali sono sullo stesso livello, anzi l’uomo dovrebbe imparare da certi comportamenti animali, se vuole difendersi dai nemici e riuscire a prevalere.