La storia della Federazione Russa riguarda gli eventi attinenti alla storia della Russia che si sono succeduti a partire dal 1991 con la nascita della Federazione Russa.
La fine dell'Unione Sovietica e il nuovo assetto
Il 12 giugno 1991 Boris Nikolaevič El'cin vinse con il 57% dei voti le elezioni presidenziali per il posto di presidente della RSFS, sconfiggendo il candidato del Partito Comunista, Nikolai Ivanovich Ryzhkov. Dopo aver represso un tentato colpo di stato in agosto, a ottobre El'cin annunciò riforme di liberalizzazione del mercato e privatizzazioni, sulla falsariga di quelle polacche una serie di misure conosciute anche come "terapia shock".William Easterly I disastri dell'uomo bianco. Perché gli aiuti dell'Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene Bruno Mondadori edizioni, 2007, pag. 70
Il 25 dicembre 1991 venne approvata la ridenominazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa da parte del V Congresso dei deputati del popolo della RSFS Russa; alle ore 18:00 si dimise il presidente dell'Unione Sovietica e dichiarò abolito l'ufficio, inoltre conferì tutti i poteri e l'archivio presidenziale sovietico al presidente della Russia El'cin e alle 18:35 la Bandiera dell'Unione Sovietica sopra il Cremlino di Mosca fu ammainata e sostituita con il tricolore russo.
La definitiva ufficializzazione si concretizzò successivamente il 21 aprile 1992 con le riforme costituzionali varate dal VI Congresso dei deputati del popolo., e .
La nuova politica economica Una delle prime conseguenze fu la transizione dall'economia pianificata all'economia di mercato. Gli obiettivi da perseguire furono la liberalizzazione, stabilizzazione e privatizzazione, politiche basate sul neoliberista "Washington Consensus" di IMF, Banca Mondiale e Dipartimento del Tesoro statunitense.
I programmi relativi alla liberalizzazione e alla stabilizzazione dell'economia russa furono gestiti dal Primo Ministro nominato da El'cin, Egor Gajdar, un economista liberale trentacinquenne, sostenitore della "terapia shock". Questa iniziò a essere applicata il 2 gennaio 1992 quando il presidente russo sancì la liberalizzazione dei commerci con l'estero, dei prezzi e della concorrenza. Lo scopo che ci si prefiggeva con l'eliminazione dei prezzi calmierati era quello di far convergere le merci nei negozi russi durante la crisi di approvvigionamento, rimuovere le barriere all'economia e all'impresa privata e tagliare gli aiuti a fabbriche e fattorie statali. Con l'eliminazione di dazi e delle barriere esterne si voleva far convergere nuovo capitale nel mercato russo ed eliminare il potere dei monopoli statali.
I risultati della liberalizzazione, con l'abbassamento dei controlli sui prezzi, portarono tuttavia all'iperinflazione inasprita dalla decisione della Banca centrale della Federazione Russa di stampare nuova cartamoneta per finanziare il debito accumulato. La Banca Centrale, organo sotto il controllo del Parlamento russo, era molto scettica riguardo a queste riforme infatti in questo periodo molte imprese russe finirono in bancarotta visto che avevano un modello di produzione inadeguato, confrontato a quello dell'economia globale. Il passaggio al libero mercato comportò la nascita di una nuova classe di imprenditori (alcuni dei quali dediti al mercato nero) che si erano formati durante la perestrojka. Ma la liberalizzazione dei prezzi comportò, per gli anziani e per coloro che avevano uno stipendio fisso, un drastico calo dello stile e della qualità di vita.
La stabilizzazione, chiamata anche aggiustamento strutturale, si concretizzava in un duro regime di austerity (una severa e inflessibile politica monetaria e fiscale). Nel seguire il programma di stabilizzazione, il governo lasciò lievitare gran parte dei prezzi al consumo, alzò sensibilmente i tassi di interesse, elevò drasticamente il carico fiscale dei contribuenti e tagliò in modo reciso sia ogni sussidio alle industrie e alle imprese statali sia la spesa sociale. A causa delle draconiane politiche di austerità messe in campo, si verificò un crollo delle commesse (e di ordini di produzione) e molte imprese russe furono costrette alla chiusura, trascinando nella depressione economica il territorio loro circostante. La spiegazione razionale del programma era rappresentata dal tentativo di comprimere la pressione inflazionistica incorporata dall'economia in modo che i produttori cominciassero a prendere decisioni economicamente ragionevoli circa produzione e investimenti e in tal modo cessasse lo spreco di risorse che aveva provocato le scarsità delle merci negli anni ottanta.
Permettendo al mercato, piuttosto che ai piani governativi, di determinare prezzi, quantità di prodotti e livelli di output, i riformatori intendevano creare un sistema economico basato su incentivi all'efficienza, dove lo spreco e la noncuranza erano puniti dal mercato stesso. La rimozione delle cause della cronica inflazione sarebbe stata, secondo Gajdar, la base per tutte le altre riforme: l'iperinflazione, a parere dei riformatori, impediva democrazia e progresso economico e solo stabilizzando il tesoro statale sarebbe stato possibile smantellare l'economia pianificata sovietica e creare la nuova Russia capitalistica.
Gli ostacoli alle riforme e il debito pubblico La ragione principale per cui la transizione russa è stata così faticosa è da individuarsi nel fatto che il Paese doveva ricostruire allo stesso tempo sia le istituzioni politiche che quelle economiche, entrambe travolte dal crollo dell'URSS. Oltre a questo, è opportuno evidenziare che la Russia era impegnata a ricostruire un nuovo Stato nazionale dopo la disintegrazione dell'Unione.
La propria preminenza all'interno del blocco sovietico ed Est-Europeo comportò una transizione molto più difficoltosa rispetto agli altri paesi della cortina di ferro, quali Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, che, dopo il crollo del Muro di Berlino, si erano avviati senza traumi eccessivi sulla strada delle liberalizzazioni economiche.
Il primo grande problema a cui la neonata Russia dovette far fronte fu l'eredità dell'enorme impegno profuso dall'URSS durante la Guerra Fredda. Alla fine degli anni 1980 l'Unione Sovietica investiva un quarto del proprio prodotto interno nel settore della difesa (stime coeve degli analisti occidentali ritenevano invece fosse solo il 15%).Anders Åslund, "How small is the Soviet National Income?" in Henry S. Rowen and Charles Wolf, Jr., eds., The Impoverished Superpower: Perestroika and the Soviet Military Burden (San Francisco: Institute for Contemporary Studies, 1990), p. 49. In quel periodo il complesso militare-industriale dava lavoro a un adulto su cinque. In alcune regioni della Russia metà della forza lavoro era impegnata nelle industrie belliche (nella stessa circostanza di tempo occorre far presente, a titolo di confronto, che il prodotto interno destinato a scopi bellici dagli USA era di un sedicesimo, a cui corrispondeva un'analoga percentuale di forza lavoro impiegata nel settore). La fine della guerra fredda e il taglio degli investimenti statali in questo ramo colpirono duramente tali industrie a cui fu, di fatto, impossibile trovare nuovi mercati in cui vendere i propri prodotti. Durante il processo di conversione, un enorme bagaglio di esperienza, rappresentato da know-how e specialisti qualificati, andò perduto e le fabbriche furono a volte riconvertite dalla produzione di macchinari ad alta tecnologia a quella di utensili per cucina.
Un secondo ostacolo, in parte legato alla vastità e alla diversità geografica del territorio russo, era rappresentato dal vasto numero di economie regionali "mono-industriali" (regioni dominate da singole forze industriali) che la Russia ha ereditato dall'Unione Sovietica. La concentrazione della produzione in un numero relativamente basso di grandi imprese statali comportò la totale dipendenza dei governi locali al potere centrale: quando l'URSS collassò e i lacci che legavano Mosca alle singole repubbliche e regioni si sciolsero, la produzione in tutto il Paese crollò del 50%. Tale accadimento causò una tremenda disoccupazione e sottooccupazione.
In terzo luogo, la Russia post-sovietica non poté utilizzare il sistema di previdenza sociale e di welfare dell'URSS. Prima delle riforme, infatti, erano le aziende, in maggioranza grandi imprese, a essere tradizionalmente responsabili del welfare pubblico: provvedevano infatti all'assistenza sociale, agli alloggi, alla salute e allo svago della forza lavoro. I paesi e le città, invece, non possedevano neppure lontanamente l'apparato per provvedere ai servizi sociali basilari. Per tale ragione, le trasformazioni economiche sopra descritte crearono drammatici problemi per quel che concerne il sistema di welfare, poiché i governi locali erano di fatto impossibilitati dall'assumere la responsabilità finanziaria delle citate funzioni.
In ultimo è opportuno considerare una dimensione di capitale umano. La popolazione dell'Unione Sovietica non poteva certo essere considerata culturalmente arretrata: il tasso di alfabetizzazione era molto elevato e il livello dei laureati sovietici era tra i più alti al mondo nelle scienze, nell'ingegneria e in alcune discipline tecniche. Tuttavia, i sovietici non eccellevano in quelle che l'occidente chiama "arti liberali"."State Department Background Notes on Russia in 1991-1995", estratto da The Soviet Union-- A Country Study, a cura di Raymond E. Zickel, (Washington, D. C.: Federal Research Division of the Library of Congress, 1989). Consultabile online all'indirizzo web .. I manager sovietici erano inoltre estremamente validi nel raggiungere gli obiettivi prefissati dal governo, ma questa capacità si trasformò in debolezza con il cambio di regime, in quanto erano psicologicamente inadatti a confrontarsi con i rischi del mercato. Il profitto e l'efficienza non erano, in genere, le priorità per i responsabili sovietici di impresa, i cui obiettivi consistevano invece nel raggiungimento dei target imposti dal governo e nell'organizzazione dell'assistenza sociale per i propri sottoposti.Sheila M. Puffer, ed., The Russian Management Revolution: Preparing Managers for the Market Economy (Armonk, NY: M.E. Sharpe, 1992).
La situazione economica e sociale Nel 1990, il 20% del PIL netto del sistema sovietico era generato per il 50% dall'industria e per il 25% dal settore primario, il quale era significativamente al di sopra della media occidentale. La quota del settore industriale sul PIL raggiungeva il 49% in Lituania e il 71% in Armenia, caratterizzata come le Repubbliche Baltiche dall'«esistenza di interi agglomerati urbani sorti intorno alle fabbriche di un solo comparto, a volte di un unico prodotto». Cinque Stati, invece, erano caratterizzati da un'economia agricola (Moldavia, Azerbaigian, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan), rispetto alla Comunità degli Stati Indipendenti e alla Federazione Russa che occupavano nel settore rispettivamente il 14% e il 10.4% della forza-lavoro complessiva. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale pubblicate nel World Economic Outlook del 1994, il PIL reale dell'URSS si contrasse dell'11.6% nel '91, del 18.2% nel '92 e di un ulteriore 12% nel '93, con un tasso di inflazione annuo del 1.300% nel biennio '92-'93, che subì un picco iperinflattivo al 4.900% nell'Ucraina del '93 e una lieve decrescita al 900% in Russia.