Mastro-don Gesualdo è un romanzo di Giovanni Verga, pubblicato nel 1889. Narra la vicenda dell'omonimo protagonista ed è ambientato a Vizzini, in Sicilia, nella prima metà dell'Ottocento in periodo risorgimentale.

Secondo romanzo del Ciclo dei vinti, è il frutto di un lungo lavoro di stesura durato otto anni. I primi abbozzi risalgono al 1881-1882, subito dopo la pubblicazione de I Malavoglia. Mastro-don Gesualdo uscì a puntate sulla Nuova Antologia dal 1º luglio al 16 dicembre 1888 e poi in volume presso l'editore Treves, nel 1889, ma datato 1890. A differenza de I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo fu accolto in modo positivo.

L'operazione linguistica condotta dallo scrittore risulta in questo romanzo particolarmente complessa a causa dell'eterogeneità delle classi sociali rappresentate, ognuna portatrice di un lessico proprio.

L'elaborazione dell'opera è stata ricostruita filologicamente da Carla Riccardi, curatrice anche dell'Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Verga. La filologia ha accolto come definitivo il testo così come appare nel manoscritto inviato in tipografia e lo ha corredato di un ricco apparato genetico nel quale sono però anche presenti alcune varianti evolutive.

Composizione Il romanzo è diviso in 4 parti, ognuna delle quali è suddivisa a sua volta in capitoli.

Trama

Parte prima Cap. I. Un incendio scoppia nel palazzo dei Trao, una famiglia nobile decaduta composta da tre fratelli: don Diego (malato di tisi), don Ferdinando e donna Bianca. Molta gente accorre sul posto per cercare di domare le fiamme ed avvertire i fratelli. Gesualdo Motta teme invece solamente che l’incendio possa danneggiare il suo magazzino. Nanni l’Orbo crede di scorgere un ladro tentare di fuggire dalla finestra della camera di donna Bianca, ma don Diego scopre che la sorella si trovava invece con Ninì Rubiera, suo cugino ed amante e cerca inutilmente di nascondere la cosa. Spento l’incendio, i presenti criticano la famiglia Trao per le condizioni in cui si è ridotta. Pur essendo ormai squattrinati, i fratelli non hanno infatti voluto cambiare stile di vita e iniziare a lavorare, attività estranea alla loro classe sociale, preferendo vivere dell'elemosina dei parenti.

Cap. II. Il giorno seguente don Diego si reca al palazzo della famiglia Rubiera per raccontare alla baronessa, ciò che ha scoperto, con l'intenzione di combinare un matrimonio. Essa non ha però alcuna intenzione di ammogliare il figlio Ninì con Bianca, poiché priva di dote e promette che si impegnerà a trovarle un marito alla sua altezza, che si scoprirà poi essere Gesualdo Motta. I due parlano anche della stupidità di don Ferdinando, ossessionato dalle carte della lite, ossia la documentazione di una contesa giudiziaria secolare che oppone i nobili Trao alla corona di Spagna, illudendosi che, quando quella lite sarà vinta, frutterà un'immensa ricchezza alla loro famiglia. La baronessa discute anche col canonico Lupi del fatto che Gesualdo Motta intende concorrere all'asta per la gabella delle terre comunali, cosa che farà infuriare suo cugino, il barone Zacco, essendo i terreni assegnati alla sua famiglia da generazioni.

Cap. III. In occasione della festa di San Gregorio Magno la cugina Marianna Sganci organizza un ricevimento a casa sua, a cui accorre il fior fiore della nobiltà. Alla festa si presenta anche mastro-don Gesualdo, ben vestito ma con le mani mangiate dalla calcina, che viene fatto accomodare sul balcone del vicoletto, riservato agli invitati meno prestigiosi e ai parenti poveri, tra cui don Ferdinando e donna Bianca. Gli invitati parlottano del matrimonio che si sta organizzando tra Bianca e Gesualdo, criticando l'inferiore condizione sociale di lui e indignandosi per non essere stati informati di nulla. Si parla anche del matrimonio che si prospetta tra Ninì Rubiera e Fifì Margarone e del fatto che Gesualdo e la baronessa Rubiera sono diventati soci in affari per accaparrarsi le terre del comune: lui mette a disposizione il capitale, lei il nome prestigioso. A un certo punto Bianca e Ninì riescono a discutere da soli e lei chiede amareggiata al cugino se ci sia speranza per loro. Ninì non intende però opporsi al volere della madre, temendo che la baronessa possa negargli il denaro fintanto che è in vita, anche se l’eredità gli spetterà poi interamente, essendo figlio unico. Sposerà quindi Fifì Margarone, pur non amandola e lei mastro-don Gesualdo. La zia Sganci chiede a Gesualdo di accompagnare a casa i Trao, così che lui abbia l’occasione di conoscere sua nipote Bianca. Il marchese Limoli, zio di Bianca, cerca di convincerla che è un buon partito, perché ha molto denaro, mentre il canonico Lupi dice a Gesualdo che il matrimonio con la donna lo introdurrà nella cerchia dei nobili e lo agevolerà nei suoi affari.

Cap. IV Viene descritta la solerzia di Gesualdo nello svolgere il proprio lavoro. Esso non si ferma di fronte a nessuna difficoltà e lavora strenuamente in ogni condizione climatica. Controlla costantemente le sue proprietà e che i braccianti svolgano il loro lavoro, infuriandosi quando li trova oziosi. Gesualdo fatica anche per mantenere tutti i suoi famigliari: suo fratello Santo vive sulle sue spalle, così come sua sorella Speranza, visto che il cognato Burgio fa sempre investimenti che non rendono nulla. Si racconta anche come Gesualdo, che da ragazzo aveva portato la calcina alla fornace di suo padre Nunzio, si sia fatto da sé (Homo faber fortunae suae). Dopo essere andato a lavorare come manovale con suo zio, è riuscito con alacrità ad accumulare la sua “roba”, essendo portato per gli affari. Tutte le sue fatiche sono state ricompensate ed è ora padrone di molteplici terreni ed attività. Gesualdo abita con l'umile servetta Diodata, segretamente innamorata di lui. Quando le comunica che presto prenderà moglie, Diodata ne è sconvolta, temendo anche per la sorte dei figli avuti da lui e abbandonati all'orfanotrofio.

Cap. V. Gesualdo è costretto a dirigersi a Fiumegrande, dove un ponte in costruzione sotto la direzione di suo padre è appena crollato per una sua malversazione. Mastro Nunzio, non sopportando il fatto che il figlio abbia lasciato il lavoro in cui era nato e sentendosi defraudato del suo ruolo di capofamiglia, combina ora solo guai con i suoi affari, agendo di testa sua. Gesualdo si mostra più furioso per i denari persi per l’appalto che non preoccupato per suo padre e gli operai. Si reca poi dal canonico Lupi per trovare un modo per recuperare i soldi della cauzione e, sotto la spinta di questa disgrazia, si decide al matrimonio con Bianca da lui propostogli. I suoi famigliari non mostrano invece alcuna comprensione per lui, l’unica a sostenerlo è Diodata.

Cap. VI. Bianca si reca in chiesa per confessarsi. Nei giorni precedenti Gesualdo ha presentato la proposta ufficiale di matrimonio ai suoi fratelli, che non hanno però acconsentito, scatenando la sua collera. Diego e Ferdinando, per quanto poveri, sostengono che la loro nobiltà deriva dal sangue e sono quindi riluttanti a dare in moglie Bianca a uno come Gesualdo. Il sagrestano Luca e il canonico Lupi le chiedono quindi di indurre i suoi fratelli a riconsiderare la proposta, sostenendo che sarebbe un affare per tutta la famiglia. Don Luca manda la moglie a fare un’ambasciata a Ferdinando e anche Donna Marianna, mentre fa visita a don Diego, sempre più malato, sostiene che è un’occasione da non perdere. Alla fine i fratelli dicono a Bianca di fare ciò che vuole. Essa acconsente allora a sposarsi, non per la tresca con il cugino, ma solo per uscire dalle ristrettezze economiche in cui versa la famiglia.

Cap. VII. Il matrimonio di Bianca e Gesualdo viene celebrato in assenza dei parenti: quelli di lei perché non approvano e quelli di lui perché si vergognano della loro condizione. I pochi invitati presenti alla successiva festa sembrano interessati solo ad arraffare cibo, a commentare le spese fatte e a sparlare degli altri parenti. Gli sposi si mostrano più impacciati che felici. Diodata è ancora innamorata di Gesualdo, ma lui le ha combinato un matrimonio riparatore con Nanni l'Orbo. Viene consumata la prima notte di nozze. Bianca rimane rigida e impaurita e il marito ha quasi paura di toccarla. Gesualdo si illude di poter trovare un possibile terreno d'intesa con la moglie (“i segni umili di privazione che l'avvicinavano a lui”), ma invano. Tale atteggiamento preannuncia la loro futura incomunicabilità e l’inizio di un'unione triste.

Parte seconda Cap. I. Nella sede del comune si svolge l'asta per la gabella delle terre comunali. Tutti si infervorano e si accapigliano, tranne Gesualdo, che resta impassibile, sapendo di poter superare le offerte di chiunque. Questo scatena le ire dei nobili, in particolare di Ninì Rubiera, avido e geloso nei suoi confronti, per via di Bianca. Per far desistere Gesualdo, gli viene proposto che i terreni vengano divisi tra lui, la baronessa Rubiera e il barone Zacco, oltre alla concessione del denaro perso nella cauzione del ponte crollato, ma esso rifiuta, volendo a tutti i costi il monopolio su quelle terre. Intende infatti aggiudicarsele per una rivalsa personale nei confronti dei nuovi parenti per l'affronto subito, ovvero il matrimonio a sua insaputa riparatore. Il matrimonio con Bianca (che viene poi rivelato poi essere incinta) non è stato di alcuna utilità a Gesualdo, che è tuttora solo contro tutti e non ha ottenuto il sostegno dei nobili. Venendo poi a sapere dal canonico dei moti rivoluzionari carbonari di Palermo, con la rivendicazione delle terre da parte dei “villani”, Gesualdo decide di aderire lui stesso alla Carboneria e di provare ad assumerne la guida, per farla pagare a tutti i pezzi grossi.

Cap. II. Si prospetta il tema della rivolta contadina; da una parte i “villani” intenzionati a dividersi le terre del comune ma incapaci di organizzarsi e di darsi dei capi, dall'altra i “galantuomini”, impauriti dalla collera popolare. Tuttavia, il fermento popolare prodotto dalle notizie dei rivolgimenti politici palermitani non sfocia nella temuta jacquerie, anzi rinsalda la solidarietà tra i possidenti che dimenticano la loro rivalità di “cani e gatti” per fare fronte comune contro il nemico di classe. I rivoltosi infatti si riuniscono durante una notte ma al primo segnale di pericolo si disperdono e scappano. Secondo Gesualdo, il fervore politico dei “galantuomini” è solo un ennesimo tentativo di tagliarsi l'uno all'altro l'erba sotto i piedi e deriva dalla necessità di trovarsi dalla parte giusta, qualora la rivoluzione avesse successo, per tutelare i propri profitti.

Cap. III. Don Diego è sempre più debole e malato e si fa vedere sempre meno. Durante la sua ultima notte, la stessa in cui giunge la Compagnia d’Arme in paese, viene affidato solamente alla carità del sagrestano, poiché nessuno, nemmeno il dottore e lo speziale, ha il coraggio di uscire di casa a causa dei tafferugli. Diego muore quindi tra l'indifferenza dei parenti, nessuno dei quali vorrebbe accollarsi le spese del funerale. La perdita del fratello è un duro colpo per Bianca, che era stata tenuta all'oscuro del degenerare della sua malattia. Questo la induce ad un parto prematuro e viene così alla luce Isabella, figlia di Gesualdo.

Cap. IV.