Leccidio delle Fosse Ardeatine fu l'uccisione di 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei, o detenuti comuni, trucidati a Roma il 24 marzo 1944 dalle truppe di occupazione tedesche come rappresaglia per l'attentato partigiano di via Rasella, compiuto il 23 marzo da membri dei GAP romani, in cui erano rimasti uccisi 33 poliziotti del reggimento "Bozen" appartenente alla Ordnungspolizei, la polizia tedesca, costituito da reclute altoatesine. L'eccidio non fu preceduto da alcun preavviso da parte dei tedeschi«Deve essere [...] smentita la voce, diffusa in seguito, che gli autori dell'attentato fossero stati invitati a presentarsi e che solo la loro mancata presentazione indusse i nazisti ad attuare la rappresaglia. Questa infatti fu compiuta in modo precipitoso, sulla base di un ordine che non faceva alcun cenno a questo invito»: ., che non furono gli unici autori dei rastrellamenti che prepararono il crimine: «furono gli italiani ad attuare 104 arresti (e ulteriori 81 furono attuati in forma congiunta)»Michele Sarfatti, L’elenco dei morituri scritto da italiani, in L'Indice dei libri del mese, n. 9/2024, p. 29..

Per la sua efferatezza, l'alto numero di vittime e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, l'eccidio delle Fosse Ardeatine divenne l'evento-simbolo della durezza dell'occupazione tedesca di Roma. Fu anche la maggiore strage di ebrei compiuta sul territorio italiano durante l'Olocausto; almeno 75 delle vittime erano in stato di arresto per motivi razziali.

Le Fosse Ardeatine, antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina, scelte quale luogo dell'esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, nel dopoguerra sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale. Sono oggi visitabili e sono luogo di cerimonie pubbliche in memoria.

Storia Occupazione tedesca di Roma

Dopo l'armistizio di Cassibile, la fuga del re Vittorio Emanuele III e l'ingresso nella capitale delle truppe tedesche dopo gli sfortunati combattimenti di Roma (8-10 settembre 1943), il 12 settembre i tedeschi assunsero il controllo effettivo della città, che era stata dichiarata città aperta dal governo italiano il 14 agosto. Fin dai primi giorni dell'occupazione tedesca di Roma si costituirono nella capitale gruppi di resistenza, in particolar modo il Fronte militare clandestino ("Centro X"), diretto dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, e nuclei comunisti, ai quali il generale Carboni aveva fatto distribuire armi sin dal 10 settembre.Gioacchino Solinas, I granatieri di Sardegna nella difesa di Roma, E.F.C.

Sottoposta pro forma alla sovranità della RSI, mantenendo lo status di "città aperta", Roma era in realtà governata di fatto solo dai comandi germanici e lo divenne anche formalmente dopo lo sbarco di Anzio, il 22 gennaio 1944, quando l'intera provincia romana venne dichiarata "zona di operazioni". Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante tedesco del fronte meridionale, nominò capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell'ordine pubblico in città, l'ufficiale delle SS Herbert Kappler, già resosi protagonista della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 16 ottobre 1943, di 1.023 ebrei romani verso i campi di sterminio.

La campagna del terrore avviata da Kappler, con frequenti rastrellamenti ed arresti di antifascisti e semplici sospetti nelle varie carceri romane (fra cui il più tristemente famoso fu quello di via Tasso), sgominò nell'inverno 1943-44 quasi ogni gruppo della Resistenza romana, che si ritrovò a perdere prima gli elementi militari, quindi quelli comunisti dissidenti di "Bandiera Rossa". Anche gli aderenti a "Giustizia e Libertà" e al Partito Socialista e i sindacalisti socialisti (come Bruno Buozzi) subirono forti decimazioni negli arresti compiuti dalle varie forze di polizie tedesche, dalla polizia italiana fascista e dalle bande italiane sotto controllo germanico (come la Banda Koch). Solo i GAP comunisti riuscivano a mantenere una buona efficienza operativa.

Il fatto che Roma venisse a trovarsi nelle immediate retrovie del fronte ingenerò la convinzione che la città fosse pienamente teatro di guerra. È in questo contesto che i quadri comunisti della Resistenza romana giunsero alla determinazione di reagire con le armi e di attaccare militarmente l'occupante con un'azione che avesse un forte valore simbolico: venne infatti scelto come data il 23 marzo, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento.

L'attentato in via Rasella

Il 23 marzo 1944 ebbe luogo un'azione di guerra partigiana contro l'11ª compagnia del III battaglione del Polizeiregiment "Bozen" in via Rasella, per iniziativa di partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica delle brigate Garibaldi, che ufficialmente dipendevano dalla Giunta militare che era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale.

Tale reparto fu segnalato come bersaglio da Mario Fiorentini (nome di battaglia Giovanni), poiché abitava nei pressi di via Rasella e da casa sua vedeva "passare ogni pomeriggio" i militari "in pieno assetto di guerra". Giorgio Amendola, responsabile principale dei GAP, indicò le direttive, ma lasciò quindi al comando partigiano "assoluta libertà d'iniziativa",Lettera di Giorgio Amendola a Leone Cattani in Renzo De Felice, Mussolini l'alleato. II, la guerra civile, Appendice 2, p. 565 non per eventuali responsabilità dei soldati che vi appartenevano. Il "Bozen" era costituito da soldati addestrati e venne descritto dallo stesso Amendola come un "battaglione di gendarmeria" che transitava in via Rasella "in pieno assetto da guerra".

L'operazione fu portata a termine da 12 partigiani.Altri 5 parteciparono alla sua organizzazione. Fu utilizzata una bomba a miccia ad alto potenziale, collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 kg di esplosivo misto a spezzoni di ferro; dopo l'esplosione furono lanciate alcune bombe a mano dai tetti delle case per ingannare e "onde dare l'impressione che le bombe occorse per l'attentato alla colonna erano partite dall'alto" dei palazzi (in cui vennero eseguiti i primi 100 arresti di cittadini ignari). Rimasero uccisi 32 militari dell'11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen e un altro soldato morì il giorno successivo. L'esplosione uccise anche due civili italiani, Antonio Chiaretti, partigiano della formazione Bandiera Rossa, ed il tredicenne Piero Zuccheretti.Come dichiarato da una sentenza della Corte di cassazione del 7 agosto 2007. Il numero dei civili deceduti a seguito dell'evento non è ancora stato appurato con certezza. Le stime variano: Cfr. Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, Editori Riuniti, 1997, p. 293, nota 3 capitolo V. Anche .

La rappresaglia Processo decisionale tedesco

La prima alta autorità ad arrivare in via Rasella dopo l'attentato fu il questore Pietro Caruso; subito dopo giunse il generale Kurt Mälzer, comandante della piazza di Roma, che apparve sconvolto dall'evento, diede in escandescenze e proclamò subito la volontà di procedere alla "vendetta per i miei poveri kameraden". Il generale parlò di distruggere tutto il quartiere e di eliminare gli abitanti; il consigliere d'ambasciata Moellhausen e il colonnello Kappler arrivarono poco dopo e cercarono di calmare il generale Mälzer; il colonnello assicurò che avrebbe svolto un'inchiesta immediata per appurare modalità e responsabili dell'attacco..

Il colonnello Eugen Dollmann, presente sul posto, affermò che subito si parlò di rappresaglia. Il generale Mälzer avvertì anche immediatamente il comando supremo tedesco in Italia, ma non riuscì a parlare con il feldmaresciallo Kesselring, che si era recato nella testa di ponte di Anzio; fu quindi il capo ufficio operazioni, colonnello Dietrich Beelitz, che telefonò al quartier generale di Rastenburg; Adolf Hitler venne avvertito nel primo pomeriggio e dispose una rappresaglia immediata "che avrebbe fatto tremare il mondo".. Hitler avrebbe parlato di uccidere da trenta a cinquanta italiani per ogni soldato tedesco morto in via Rasella; peraltro non esistono documenti che provino l'esistenza di un ordine diretto di Hitler con la precisa determinazione dell'entità della rappresaglia..

In realtà, la decisione di compiere la rappresaglia fu presa durante una conversazione telefonica tra il generale Mälzer, il colonnello Kappler e il generale Eberhard von Mackensen (comandante della 14ª Armata), che era il superiore diretto del generale Mälzer poiché responsabile della zona di guerra della testa di ponte di Anzio. Il generale von Mackensen, che era a conoscenza delle pretese provenienti dal quartier generale di Rastenburg, ritenne, dopo essersi consultato con il colonnello Kappler, che fosse sufficiente fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto in via Rasella; inoltre il generale stabilì che le vittime della rappresaglia avrebbero dovuto essere i cosiddetti Todeskandidaten (persone da eliminare), ovvero i prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all'ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato a una condanna a morte..

La decisione finale venne presa in serata, dopo il ritorno del feldmaresciallo Kesselring al suo posto di comando. Egli apprese dal suo capo di stato maggiore, generale Siegfrid Westphal, i dettagli dell'attentato di via Rasella e le varie opzioni di rappresaglia discusse; quindi entrò in contatto telefonico con il generale Alfred Jodl a Rastenburg.. Il feldmaresciallo affermò che riteneva appropriato "compiere un'azione intimidatoria", ma che considerava inattuabile una rappresaglia nelle proporzioni richieste da Hitler; egli propose di applicare la proposta del generale von Mackensen di uccidere dieci italiani per ogni caduto tedesco in via Rasella. Il generale Jodl non entrò in dettagli e in pratica lasciò la decisione finale sull'entità della rappresaglia alle autorità supreme tedesche in Italia; il feldmaresciallo Kesselring concluse quindi il complesso processo decisionale tedesco comunicando al generale von Mackensen di procedere alla rappresaglia dieci contro uno con "esecuzione immediata"..

Il feldmaresciallo Kesselring in persona ha chiarito nella sua testimonianza al processo nel novembre 1946 che non fu attivata alcuna procedura precedente la rappresaglia per fare appello alla popolazione o agli attentatori, che non venne emesso alcun avvertimento pubblico riguardo alla rappresaglia e alla proporzione dieci contro uno e che non fu presentata alcuna richiesta ai partigiani di consegnarsi per evitare l'eccidio..Testimonianza del Feldmaresciallo Kesselring all'udienza del 25 novembre 1946 presso il tribunale militare di Roma. Atti del processo ai generali Maeltzer e von Mackensen, 1946/1947, in C. De Simone, Roma città prigioniera, i 271 giorni dell'occupazione nazista (8 settembre '43 - 4 giugno '44), Mursia, Milano 1994. Principale preoccupazione delle autorità tedesche a Roma fu la necessità di eseguire con la massima rapidità, entro 24 ore, e nella segretezza la rappresaglia, e la difficoltà di individuare nel poco tempo a disposizione l'elevato numero di Todeskandidaten richiesto dalla proporzione stabilita dal feldmaresciallo Kesselring e dal generale von Mackensen..

Scelta degli italiani da fucilare