La teoria delle laringali (o laringalista) è una teoria oggi generalmente accolta della linguistica storica, che ipotizza l'esistenza di suoni consonantici di tipo laringale (da uno a tre e anche più, secondo gli autori), nel sistema fonologico ricostruibile per l'indoeuropeo. Questi suoni sono completamente scomparsi in tutte le lingue indoeuropee attestate, e sono stati individuati solo nelle lingue anatoliche, in particolare nella lingua ittita.
Le prove della loro esistenza sono molto indirette, ma l'esistenza di laringali permette di rendere conto di numerosi fenomeni all'interno del sistema vocalico delle lingue indoeuropee. La storia del laringalismo si interseca con quella dello scevà, un suono vocalico ricostruito per l'indoeuropeo, di cui la laringale costituirebbe il grado zero.
Quante laringali si debbano postulare e quali fossero con precisione i valori fonetici da attribuire alle laringali indeuropee rimangono tuttora questioni controverse.
Scoperta
Le origini della teoria furono proposte da Ferdinand de Saussure nel 1879, in un articolo che si occupava soprattutto di un'altra questione (dimostrare che *a ed *o erano fonemi separati in indeuropeo). Più che di "laringali", comunque, Saussure parlò di "coefficienti sonantici": delle entità "astratte" che permettevano di interpretare in modo molto regolare e sistematico la natura delle radici indeuropee. Alle osservazioni di Saussure, comunque, non fu dato grande rilievo fino alla scoperta ed alla decifrazione dell'ittita agli inizi del XX secolo.
L'ittita, scritto con simboli presi dal sillabario accadico, possedeva uno o più suoni trascritti convenzionalmente ḫ, come in te-iḫ-ḫi "io metto". Varie proposte più o meno insoddisfacenti furono fatte per stabilire delle corrispondenze tra questo suono (o questi suoni) ed il sistema consonantico indeuropeo sino ad allora ricostruito. Fu Jerzy Kuryłowicz che rilevò (Études indoeuropéennes I, 1935) come questi suoni venissero a corrispondere ai "coefficienti sonantici" ipotizzati da Saussure. Da allora la teoria delle laringali (in diverse versioni) è stata accolta da moltissimi indoeuropeisti.
L'identificazione tardiva scoperta di questi suoni da parte degli indoeuropeisti è dovuta soprattutto al fatto che, tra tutte le lingue indeuropee, solo in ittita e in altre lingue anatoliche tali suoni sono attestati direttamente e regolarmente come suoni consonantici. Nelle altre lingue la loro presenza viene rilevata principalmente sulla base degli effetti che hanno sui suoni vicini e sugli schemi di alternanza a cui partecipano; quando una laringale è attestata direttamente, lo è di solito sotto forma di vocale (come negli esempi in greco che seguono).
La maggior parte degli indoeuropeisti ammette, in modo più o meno esteso, la ricostruzione di suoni laringali, perché la loro esistenza permette di spiegare in modo più semplice alcuni mutamenti fonetici ed alcuni schemi apofonici presenti nelle lingue indeuropee, che altrimenti sarebbero difficili da spiegare. Inoltre essa risolve alcuni misteri minori, come il perché le radici verbali contenenti solo una consonante più una vocale (*CV-) abbiano solo vocali lunghe es. *dō- "dare": ricostruendo *deh₃- non solo si rende conto degli schemi di alternanza in un modo più economico di prima, ma si riallinea la radice con il tipo base consonante - vocale - consonante dell'indoeuropeo (*CVC-).
Esistono molte versioni della teoria laringalista. Alcuni studiosi, come Oswald Szemerényi, ricostruiscono una sola laringale. Alcuni, sulle orme di Jaan Puhvel (nel suo contributo a Evidence for Laryngeals, ed. Werner Winter), ne ricostruiscono otto o più. La maggior parte degli studiosi lavora con tre laringali di base:
*h₁, la laringale "neutra" *h₂, la laringale "di colorazione a" *h₃, la laringale "di colorazione o"
Molti studiosi, comunque, insistono su o ammettono l'esistenza di una quarta consonante, *h₄, che differirebbe da *h₂ solo perché non sarebbe retroflessa come la ḫ dell'anatolico. Dunque, eccetto quando si discute l'evidenza ittita, la teorica esistenza di una *h₄ è di poco conto. Un'altra teoria simile, ma molto meno generalmente accettata, è quella di Winfred P. Lehmann, sulla base di riflessi inesistenti in lingua ittita, secondo cui *h₁ era realmente due suoni separati. (Assunse che uno fosse un colpo di glottide e l'altro una fricativa glottidale.)
Alcune dirette evidenze per le consonanti laringali dall'anatolico:
Il PIE *a è un suono raro ed in uno stranamente largo numero di buone etimologie è iniziale. Perciò il PIE (tradizionale) *anti "di fronte e contro" > greco antí "contro"; latino ante "di fronte a, prima"; (sanscrito ánti "vicino; alla presenza di"). Ma in ittita c'è un sostantivo ḫants "fronte, faccia" con varie derivazioni (ḫantezzi "primo" e così via) che indica una radice PIE di un sostantivo *h₂ent- "faccia" (di cui *h₂enti sarebbe il locativo singolare). (Non ne consegue necessariamente che tutte le forme ricostruite con un'iniziale *a debbano automaticamente essere riscritte con *h₂e.)
Similmente la ricostruzione PIE tradizionale per 'pecora' è *owi- (una radice in y, non una radice i) da dove sct ávi-, latino ovis, greco óïs. Ma, ora, il luvio presenta ḫawi-, indicando invece una ricostruzione *h₃ewi-.
Ma se le laringali come consonanti furono individuate per la prima volta nell'ittita solo nel 1935, su cosa si basavano le congetture che Saussure fece circa 55 anni prima?
Queste congetture venivano fuori da una rianalisi di come schemi di alterazione vocalica nelle radici proto-indoeuropee di struttura differente si allineavano gli uni con altri.
Una caratteristica della struttura dei morfemi del proto-indoeuropeo era un sistema di alternanze vocaliche denominato dai primi studiosi tedeschi Ablaut (apofonia, propriamente "alternanza di suoni"). Vari e diversi schemi del genere sono stati distinti, ma il più comune, con un ampio margine, è l'alternanza e/o/zero trovata nella maggioranza delle radici, in molte radici di verbi e sostantivi ed anche in taluni affissi (l'uscita del genitivo singolare, per esempio, è attestata come *-es, *-os, and *-s). I differenti stati sono chiamati gradi apofonici, il grado e ed il grado o sono considerati "gradi pieni" e la totale assenza di vocale è detta "grado zero".
Perciò la radice *sed- "sedersi" (le radici sono di solito citate al grado e, se ne hanno uno) ha tre forme differenti: *sed-, *sod- e *sd-. Questo tipo di schema si ricostruisce attraverso l'inventario della radice PIE ed è trasparente:
*sed-: in latino sedeō "(mi) siedo" antico inglese sittan "seder(si)" < *set-ja- (con umlaut germanico) < *sed-; greco hédrā "posto a sedere, sedia" < *sed-. *sod-: in latino solium "trono" (la l latina rimpiazza sporadicamente la d intervocalica, i grammatici romani dicevano che fosse un tratto sabino) = antico irlandese suideⁿ /suð'e/ "una seduta" (tutti regolarmente ricondotto alla radice PIE *sod-yo-m); gotico satjan = antico inglese settan "collocare" (causativo) < *sat-ja- (ancora l'ablaut) < PIE *sod-eye-. PIE *se-sod-e "sedetti" (perfetto) > sanscrito sa-sād-a tramite la legge di Brugmann. *sd-: nei composti, come *ni- "giù" + *sd- = *nisdos "nido": inglese nest < proto-germanico *nistaz, latino nīdus < *nizdos (tutti sviluppi regolari). La terza persona plurale del perfetto sarebbe stata *se-sd-ṛ da cui l'indoiraniano *sazdṛ che dà (attraverso un regolare sviluppo) il sanscrito sedur /sēdur/.
Ora, in aggiunta alle radici comuni aventi struttura consonante + vocale + consonante ci sono anche radici ben attestate come *dʰē- "porre, posizionare". Queste radici terminano con una vocale lunga nelle categorie in cui radici come *sed- presentano gradi pieni e in quelle forme dove ci si aspetterebbe un grado zero, prima di un affisso che comincia con una consonante, ci imbattiamo in una vocale breve, ricostruita come *ə, o scevà (più formalmente, scevà primum indogermanicum). Le corrispondenze di queste vocali nella comparazione linguistica sono differenti da quelle che si hanno dalle altre cinque vocali brevi. (Prima di un affisso che comincia con una consonante, non c'è traccia di alcuna vocale nella radice, come mostrato sotto.)
Qualunque fosse il fenomeno che portava una vocale breve in radici come *sed-/*sod-/*sd- a scomparire completamente, era ragionevole concludere che una vocale lunga nelle stesse condizioni non sarebbe completamente scomparsa, ma avrebbe lasciato una specie di residuo. Questo residuo si riflette come i in ario mentre cade in iraniano; si risolve variamente in e, a, o in greco; nelle altre lingue cade assieme ai riflessi del PIE *a (sempre tenendo a mente che le vocali brevi in sillabe non iniziali subiscono destini diversi in italico, celtico e germanico):
*dō- "dare": latino dōnum "dono" = antico irlandese dán /dāṅ/ e sanscrito dâna- (â = ā con accento tonico); greco dí-dō-mi (presente con duplicazione) "io do" = sanscrito dádāmi. Ma nei participî abbiamo: greco dotós "dato" = sanscrito ditá, latino datus tutti < *də-tó-. *stā- "stare": greco hístēmi (presente con duplicazione, regolare sviluppo da *si-stā), sanscrito a-sthā-t aoristo "stavo", latino testāmentum "testimonianza" < *ter-stā- < *tri-stā- ("i terzi" o simili). Ma abbiamo il sanscrito sthitá-"stato", il greco stasís "il rimanere, lo stare", il supino latino statum "stato".
L'esperienza convenzionale allinea i tipi di radice come *sed- e *dō- come segue:
Gradi pieni Gradi deboli sed-, sod- sd- "seder(si)" dō- də-, d- "dare"
Ma ci sono altri schemi di radici "normali", come quelle cher terminano con una delle sei sonanti (*y w r l m n), una classe di suoni la cui peculiarità nel proto-indoeuropeo è che sono sillabici (vocalici in effetti) e consonantici in dipendenza dei suoni loro adiacenti:
Radice *bher-/bhor-/bhṛ- ~ bhr- "portare" *bher-: in latino ferō = greco phérō, avestico barā, sanscrito bharāmi, antico irlandese biur, norreno ber, antico inglese bera tutti "io porto"; latino ferculum "catafalco, lettiera" < *bher-tlo- "mezzo per il trasporto". *bhor-: in gotico e scandinavo barn "bambino" (= dialetto inglese bairn), greco phoréō "io porto [dei vestiti]" (voce frequentativa *"portare con sé"); sanscrito bhâra- "carico" (*bhor-o- per la legge di Brugmann). *bhṛ- davanti a consonante: sanscrito bhṛ-tí- "un trasporto"; gotico gabaurþs /gaborθs/, antico inglese gebyrd /jebyrd/, alto tedesco antico geburt tutti "nascita" < *gaburdi- < *bhṛ-tí- *bhr- davanti a vocale: vedico bibhrati 3pl. "essi portano" < *bhi-bhr-ṇti; greco di-phrós "cocchio abbastanza grande per due uomini" < *dwi-bhr-o-.
L'intuizione di Saussure fu di allineare radici con vocale lunga come *dō-, *stā- con radici come *bher- piuttosto che con radici del tipo di *sed-. Cioè trattare lo scevà non come un residuo di una vocale lunga ma, come la *r di *bher-/*bhor-/*bhṛ-, come un elemento che era presente nella radice in tutti i gradi, ma che nella forma di grado pieno era in coalizione con un'ordinaria vocale e/o della radice producendo una vocale lunga, "colorando" (cambiando il valore fonetico) il grado e; l'elemento misterioso era rintracciabile così com'era solo nella forma di grado zero:
Grado pieno Grado zero bher-, bhor- bhṛ- / bhr- "portare" deX, doX- dẊ- / dX- "dare" (Ẋ = forma sillabica dell'elemento misterioso)
Saussure trattò solo due di questi elementi, corrispondenti ai nostri *h₂ e *h₃. In seguito si notò che il potere esplicativo della teoria, così come la sua eleganza, aumentava se veniva aggiunto un terzo elemento, il nostro *h₁, che ha le stesse proprietà di allungamento ed essere sillabico degli altri due, ma non aveva l'effetto di colorazione delle vocali adiacenti. Saussure non offrì indicazioni sulla natura fonetica di questi elementi; la sua espressione per indicarli, "coéfficiants sonantiques", era comunque generalmente usata per approssimanti, nasali e liquide (es. le sonanti PIE) come in radici quali *bher-.