Il marchesato di Finale fu un antico Stato italiano preunitario, situato nell'attuale Liguria.
Il suo territorio, originariamente esteso anche alle Langhe, si ridusse poi a quello appartenente agli odierni comuni di Finale Ligure, Calice Ligure, Rialto, Orco Feglino, Tovo San Giacomo, Magliolo, Bormida, Osiglia, Pallare, Carcare, Calizzano, Massimino.
Il marchesato è stato il più longevo residuo dell'antica marca aleramica. I suoi possedimenti furono governati ininterrottamente per sei secoli da una stessa dinastia di marchesi aleramici, noti inizialmente col nome di marchesi del Vasto, poi con quello di marchesi di Savona, quando reggevano la marca di Savona (comprendente anche le Langhe), e successivamente di marchesi Del Carretto, quando Savona si costituì in libero comune..
Origini Il marchesato del Finale si sviluppò su parte dei territori donati nel 967 ad Aleramo del Monferrato dall'imperatore Ottone I e fu per molti secoli un feudo imperiale.
Anselmo, figlio di Aleramo, diede origine alla dinastia dei marchesi di Savona, altrimenti chiamati del Vasto, il cui più famoso esponente, Bonifacio, acquisì ampi domini in Liguria e Piemonte. Fra il 1142 e il 1148 i suoi figli si divisero il patrimonio, dando origine a diverse dinastie feudali.
Il quintogenito, Enrico del Vasto, altrimenti noto come Enrico I Del Carretto, ereditò la marca di Savona, nel momento in cui sia Savona che Noli si stavano ormai costituendo in Libero comune, e ne venne investito il 10 giugno 1162 da Federico Barbarossa.
Il territorio della marca di Savona si estendeva dalla costa ligure (fra Cogoleto e Finale) lungo le valli delle Bormide sin quasi ad Acqui. Anche Cortemilia e Novello si aggiunsero ai domini di Enrico alcuni decenni dopo, con la morte senza eredi di Bonifacio, fratello di Enrico, vescovo di Alba e marchese di Cortemilia. Analogamente la morte di Ugo di Clavesana, altro figlio di Bonifacio del Vasto, è all'origine dei diritti che i discendenti di Enrico vantarono nella diocesi di Albenga e in altri territori dell'antico marchesato di Clavesana..
Da Enrico del Vasto discendono tutti i Del Carretto, che nei secoli successivi si spartirono in vario modo i suoi domini. Enrico, però, non utilizzò mai il nome Del Carretto, che fu attribuito per la prima volta ai suoi figli dopo il 1190. Il nome è stato collegato con il possesso di un piccolo castello sulla Bormida detto appunto Carretto, anche se recentemente sono state poste delle obiezioni a questa ipotesi.Il castello sembra essere stato costruito nel XIII secolo, mentre il nome "del Carretto" sembra essere antecedente. Quando Enrico II cominciò ad utilizzarlo, egli si qualificava già come "marchese di Finale" e soprattutto Carretto (nei pressi di Cairo Montenotte) non faceva parte dei suoi domini, ma di quelli di suo fratello Ottone.
Il controllo di Enrico del Vasto sull'estesa marca di Savona era più formale che sostanziale, a causa della crescente autonomia dei comuni di Savona, Noli, Alba e Alessandria. Già nella prima metà del XII secolo Savona e Noli si erano gradualmente costituite in liberi comuni sotto la protezione di Genova e gli accordi del 1153 con Savona e del 1155 con Noli avevano formalizzato la loro larga autonomia. Nonostante la presenza di beni patrimoniali e di diritti fiscali nel savonese e nel nolese (diritti che furono riscattati con moneta contante in vari accordi entro la fine del secolo), il controllo che Enrico del Vasto era in grado di esercitare in Liguria al momento dell'investitura del 1162 era di fatto ormai ridotto principalmente alla zona finalese. Per questo motivo, nonostante la variazione del titolo, è logico stabilire convenzionalmente che il 1162 è la vera data d'inizio del marchesato di Finale, che per i successivi quattro secoli mantenne la continuità dinastica, giuridica e territoriale..
Storia Circa nel 1193 il nucleo urbano di Finalborgo venne cinto di mura da Enrico II Del Carretto, figlio di Enrico del Vasto, che sembra essere stato il primo nel 1188 a fregiarsi del titolo di marchese di Finale. Per molti secoli, tuttavia, i Del Carretto continuarono a portare anche il titolo onorifico di marchesi di Savona, che ricordava l'antichità della loro casata e l'origine imperiale. Sia Enrico II che il suo erede Giacomo furono ghibellini, come Enrico del Vasto. Giacomo sposò una figlia naturale di Federico II di Svevia, Caterina da Marano, sorella di re Enzo.
Dopo la morte di Giacomo Del Carretto (1265), i suoi domini furono divisi fra i figli in terzieri, dando origine a tre distinte linee dinastiche. Uno di questi "stati", il terziere di Finale, rimase sovrano per tre secoli, prima di passare alla Spagna (1602). Gli altri due terzieri erano quello di Millesimo, i cui signori si sottoposero al dominio dei marchesi di Monferrato, e quello di Novello. Con questa divisione il territorio del marchesato al di là delle Alpi marittime si limitava all'alta valle della Bormida fra Calizzano e Carcare. La proprietà di Carcare (condivisa con altri carretteschi) consentiva l'accesso alla strada per Alessandria, conservando così al marchesato una funzione strategica (unico accesso al ducato di Milano non controllato da Genova)..
Nel Trecento, inoltre, i Del Carretto, anche grazie al matrimonio di Enrico, terzo figlio del marchese Giorgio, con Caterina di Clavesana, diedero origine al marchesato di Zuccarello e Balestrino, fra Finale e Albenga. Nonostante la sovranità riconosciuta dall'imperatore, i Del Carretto dovettero difendere continuamente la propria autonomia dalle ambizioni di Genova, che considerava i territori dei marchesi di Savona come un autentico problema (dividevano in due i possessi della repubblica genovese). Nel 1385 Genova ottenne che i marchesi si riconoscessero suoi vassalli per metà dei loro domini feudali, ma questo riconoscimento fu vano, perché privo dell'approvazione imperiale.
Nel Quattrocento, invece, l'alleanza con i Visconti, prima, e con gli Sforza, poi, consentì ai marchesi di Finale di godere di una sostanziale indipendenza. Approfittando, però, del periodo della Repubblica Ambrosiana (l'interregno fra le due dinastie milanesi), Genova innescò una guerra che si protrasse dal 1447 al 1448 ed ebbe come risultato l'incendio di Finalborgo, la capitale del marchesato, la demolizione di Castel Gavone e la completa sottomissione a Genova. Già nel 1450, però, Giovanni I Del Carretto riconquistò Finale. Per oltre un secolo Finale rimase indipendente, raggiungendo una discreta prosperità, fino a che venne coinvolta pesantemente nelle guerre fra Francia e Spagna.
Genova tornò a invadere il marchesato del Finale nel 1558, facendo leva sulle proteste di una parte della popolazione, stremata dalle difficoltà economiche dell'ultima fase di guerra ispano-francese antecedente la pace di Cateau-Cambrésis e dal rigido governo di Alfonso II Del Carretto. Dopo un effimero ritorno del marchese, scoppiò una nuova rivolta fomentata e protetta dalla Spagna, che desiderava assicurarsi il dominio diretto sull'unico scalo ligure non dipendente da Genova e ben collegato con il milanese tramite i feudi imperiali del Monferrato.
Comunque, secondo le accuse della Repubblica di Genova, anche il duca di Savoia, Emanuele Filiberto, aveva svolto un ruolo nella turbolenza politica finalese, come riferito da Gabriel de la Cueva, duca di Albuquerque, governatore di Milano dal 1564 al 1571, al re Filippo II di Spagna.Archivo General de Simancas, Estado, leg. 1219, doc. 40, citato da . Interpellato in merito, nella sua lettera di risposta al duca,Archivo General de Simancas, Estado, leg. 1219, doc. 190, citato da . Emanuele Filiberto: "non negò di aver consentito ai suoi sudditi di andare in aiuto dei rivoltosi e di aver fornito agli stessi le vettovaglie di cui avevano bisogno, ma sottolineò che la crudeltà con la quale il marchese trattava i suoi sudditi forniva più di una giustificazione alla ribellione e che quando i finalini si erano recati da lui per chiedere aiuto, gli avevano fatto presente che anche Genova avrebbe appoggiato la loro azione. Tuttavia, quando gli era stato comunicato dall'inviato del governatore di Milano, Brugora, che Madrid non aveva molto gradito il suo atteggiamento, aveva prontamente fatto rientrare in Piemonte i suoi sudditi recatisi nel Finale e cessato di rifornire i rivoltosi di vettovaglie. La lettera terminava con l'auspicio che l'Albuquerque facesse tutto il possibile per "riconciliare, pacificare e rimettere in gratia di esso marchese li suddetti huomini et non lasciarli abbandonati et disperati alla tirannide di esso" "..
Vi doveva essere comunque un partito filo-spagnolo finalese, in quanto risulta agli atti Archivo General de Simancas, Estado, leg. 1258, doc. 1, lettera del 20 dicembre 1582, citato da . che, nel 1582, i "sindaci, consoli e popoli finalesi" avevano scritto al re di Spagna circa il loro timore che la Repubblica di Genova, dopo aver cercato senza successo di "subornarli" e di allontanarli dalla loro "devozione" alla Spagna, avesse ottenuto dall'imperatore l'impegno che Finale sarebbe stato restituito al marchese Carretto e, nel contempo, che i genovesi avevano indotto i commissari imperiali a maltrattare gli abitanti con conseguenti "disordini et danni infiniti". La lettera dei finalesi al re di Spagna si chiudeva con una dichiarazione solenne secondo la quale essi rimanevano "fino all'ultimo fiato et sospiro" fedeli e devoti alla corona spagnola.
L'obiettivo strategico degli spagnoli fu raggiunto nel 1598, quando l'ultimo marchese, Sforza Andrea, vendette a Filippo II d'Asburgo tutti i diritti feudali sui feudi carretteschi. L'accordo, ratificato da Filippo III nel 1599, trovò attuazione (come previsto dagli accordi) solo con la morte di Sforza Andrea nel 1602..
In queste vicende, mentre il duca Carlo Emanuele I di Savoia era per la Spagna un alleato difficile, per i divergenti interessi dinastici e territoriali, la Repubblica di Genova era considerata "fedelissima". Comunque, anche i genovesi avevano un interesse divergente riguardo al marchesato di Finale che, per loro, rappresentava la continuità territoriale in Liguria. Pertanto la Repubblica presentò, ma senza successo, le proprie ragioni al nuovo re Filippo III di Spagna in una ambasceria del 17 e 18 febbraio 1599, sostenendo che:
la spiaggia del Finale è incapace di porto, essendo scuopertissima ad ogni vento di mare, dove le correnti sono gagliarde e rapide et le acque molto profonde, et esser perciò impossibile farci porto; che la spesa sarebbe eccessiva et si gittarebbe affatto senza frutto alcuno; che per il passo delle sue fanterie e munitioni le sarebbero sempre pronti et aperti, come lo sono in ogni tempo stati a serenissimi predecessori suoi tutti li porti e luoghi nostri; che il traffico del sale, ove tanto i Milanesi si fondano, non è similmente riuscibile et in ogni caso verrebbero a sentirne maggior incomodo, siccome s'è già conosciuto, quando in qualche tempo n'è stata fatta la prova;
Per "Milanesi", i genovesi intendevano evidentemente i governatori spagnoli di Milano che, oltre a voler avere uno sbocco marittimo per il passaggio di soldati e munizioni "senza necessità di domandare il passo a nessuno" erano interessati anche allo sfruttamento del sale per "uso et industria dello stato". Il documento prosegue mettendo in rilievo il poco interesse di Finale Ligure per un impero enorme come quello spagnolo, anche per il "disgusto" (ossia "dispiacere", nel senso spagnolo della parola) che l'occupazione spagnola di questo territorio avrebbe dato a un alleato "devotissimo":