Biografia
Barbara fu figlia di Marsilio Torelli e di Paola Secco d'Aragona, figlia a sua volta di Francesco Secco (Caravaggio, 1423 - Vicopisano, 1496), un capitano di ventura che aveva sposato nel 1451 Caterina Gonzaga, figlia naturale del marchese di Mantova Ludovico, venendo così a essere strettamente imparentato con la famiglia mantovana. Il padre Marsilio aveva abbandonato la carriera ecclesiastica nel 1462, alla morte del fratello maggiore Marcantonio, entrando a servizio come capitano della famiglia milanese degli Sforza e prendendosi cura del feudo di Montechiarugolo.
Marsilio e Paola Secco ebbero quattro figli: oltre Barbara, nacquero Cristoforo, Francesco e Orsina. Quest'ultima è la committente dell'affresco della Madonna della Misericordia, rappresentante la Vergine che protegge con il suo mantello i quattro giovani Torelli inginocchiati. Un autore ignoto lo dipinse nel 1483 nella chiesa di San Quintino a Montechiarugolo, come recita la scritta sottostante: «Hoc opus fecit fieri Ursina MCCCCLXXXIII».
Fu forse nel castello paterno che Barbara vide la luce,Altri indicano in Ferrara la nascita, ma senza fornire documentazione in proposito. intorno al 1475, e vi visse per sedici anni; nel loggiato della rocca è infatti tuttora leggibile la scritta: «1491, ottobre: la magnifica madonna Barbara Torella, moliera de messere Ercule Bentivolio, se partì de qui per andare a marito a Pisa».Franco Fiorini, All'ombra di un Castello, 1993, p. 73.
Il matrimonio con Ercole Bentivoglio
Ercole Bentivoglio (1459-1507) era figlio del signore di Bologna, Sante, e di Ginevra Sforza, una figlia illegittima del signore di Pesaro Alessandro Sforza, ed era altresì nipote del nonno materno di Barbara, Francesco Secco; capitano di ventura al soldo dei Fiorentini nella guerra contro Genova, si trovava allora a Pisa.
I due coniugi vissero insieme a Pisa dalla fine del 1491 ai primi del 1494, quando il Bentivoglio partì nuovamente per una guerra proprio contro i Pisani: in quegli anni nacquero le loro due figlie, Costanza e Ginevra. Nell'estate del 1500 Barbara andrà ad abitare a Fermo, in un palazzo ottenuto dal marito, in quel momento al servizio dello Stato pontificio: qui avvenne il dramma che pose fine a un matrimonio che probabilmente non fu mai felice. Il Bentivoglio aveva scoperto i furti commessi da un suo servo il quale, sperando di ottenere clemenza, gli aveva confessato che la moglie cercava di avvelenarlo intanto che lo tradiva con un suo compagno d'arme: la confessione risultò però essere falsa e il servitore fu ucciso dal Bentivoglio, mentre Barbara, già incarcerata dal marito, fu liberata. Tuttavia un reciproco sospetto doveva gravare sui due coniugi - in Ercole, quello di essere tradito, e in Barbara, di poter essere uccisa da un giorno all'altro - così che la Torelli nel giugno del 1501 fuggì a Urbino, rifugiandosi presso la madre.
Fu Silvestro Calandra, castellano di Mantova e segretario dei Gonzaga, che si trovava da un anno a Urbino,Su Silvestro Calandra cfr. Roberto Zapperi, ad vocem, in «Dizionario biografico degli Italiani», XVI, 1973 ad informare con una lettera del 20 luglio 1501 il marchese Francesco II Gonzaga della vicenda, aggiungendo che il Bentivoglio, in partenza per combattere i Fiorentini, essendosi scusato con la moglie e la madre Paola Secco, chiedeva che Barbara lo seguisse in Toscana: «ma non è parso a madonna Paula de dargela, se in prima non se consulta cum la excellentia vostra». Nella lettera il Calandra sosteneva altresì che più volte il Bentivoglio aveva tentato di far prostituire la moglie: «ne volse far contracto et venderla per mille ducati a uno vescovo, come più diffusamente intenderà la excellentia vostra da la prefata madonna Paula, quale ad questo effecto se parte per venire a Mantua».In Archivio di Stato di Mantova, Archivio Gonzaga, b. 1068.
Non sorprende pertanto che Barbara non raggiungesse il Bentivoglio in Toscana, ma si mettesse anch'ella in viaggio per Mantova, come Elisabetta Gonzaga avvertiva da Urbino Isabella d'Este il 3 gennaio 1502, pregandola di accogliere con ogni considerazione la Torelli, meritevole «per le virtù e sue bone conditioni», che si accingeva a raggiungere Mantova per soggiornarvi momentaneamente «in un monasterio per cagione de quelle occurrentie sue».In Alessandro Luzio, Isabella d'Este e i Borgia, 1915, p. 155. Tre giorni dopo Elisabetta accompagnava a Ferrara Lucrezia Borgia, nuova sposa di Alfonso d'Este, e di qui, tornata a Mantova per rendere visita al fratello Francesco, veniva a conoscenza che proprio il fratello di Lucrezia, Cesare, si era impadronito del suo ducato.
Quanto a Barbara Torelli, da Ferrara cercava di farsi restituire la dote di 10.000 fiorini d'oro che era rimasta nelle mani del Bentivoglio il quale, da parte sua, non aveva nessuna intenzione di privarsi di una tale ingente somma e oltre tutto pretendeva che la figlia Costanza, in quel momento ospite della corte di Mantova, lo raggiungesse per andare sposa ad Alessandro Gonzaga, figlio di Giovanni e nipote del marchese Francesco, al quale egli l'aveva promessa.Susanna Polloni, Un'amica di Isabella d'Este. Barbara Torelli e il suo ultimo testamento, 1997 p. 34. Di fronte a questa richiesta Barbara, raggiunta a Mantova la figlia Costanza, nel febbraio del 1504 la riportò a Ferrara ed entrambe entrarono nel convento del Corpus Domini, non già per condurvi un ritiro spirituale ma per trovarsi al sicuro da eventuali colpi di mano del Bentivoglio. Di qui, infatti, Barbara, con l'appoggio di Lucrezia Borgia, preparò gli accordi per il matrimonio della figlia con Lorenzo Strozzi, figlio di Tito Vespasiano e fratello di quell'Ercole Strozzi, poeta cortigiano degli Estensi, che aveva subito provato nei confronti di Barbara un interesse che andava molto al di là dell'umana simpatia per le sue sventure.
La relazione tra lo Strozzi e la Torelli iniziò probabilmente nel 1504: Ercole era già padre di due figli naturali, Tirinzia e Romano. Da Barbara ebbe il suo terzo figlio, Cesare, nel 1505, lo stesso anno in cui Costanza Bentivoglio sposava Lorenzo Strozzi senza poter portare la dote che il padre rifiutava di concederle, malgrado le sollecitazioni in tal senso che gli Strozzi gli fecero pervenire, tramite un notaio, il 18 gennaio 1506, e malgrado la lettera con la quale, il 1º marzo, Isabella d'Este lo invitava a benedire le nozze della figlia.Michele Catalano, La tragica morte di Ercole Strozzi e il sonetto di Barbara Torelli, 1926, p. 20. L'altra figlia di Barbara e di Ercole Bentivoglio, Ginevra, sposerà poco dopo Galeazzo Sforza, fratello di Giovanni, signore di Pesaro.
Il matrimonio e l'omicidio di Ercole Strozzi
Ercole Bentivoglio moriva nel giugno del 1507 e Barbara era così libera di sposare Ercole Strozzi. Il matrimonio fu accolto a Ferrara da mormorii di disapprovazione, essendo stato celebrato in settembre, dopo pochi mesi di vedovanza, e avvenuto con colui che in tal modo diveniva il cognato della propria figliastra, creando una dubbia mescolanza di parentele.M. Catalano, cit., pp. 20-24.
Il 24 maggio 1508Un tempo si riteneva erroneamente che questa fosse la data del matrimonio della Torelli con lo Strozzi, sulla base di un verso del sonetto attribuito a Barbara, che indicava la morte di «colui che appena cinque giorni e otto / Amor legò pria de la gran percossa». Barbara partoriva Giulia Strozzi e tredici giorni dopo, il 6 giugno, Ercole Strozzi veniva selvaggiamente assassinato: il suo cadavere, trafitto da ventidue pugnalate, veniva trovato in strada,Nell'attuale via Savonarola: M. Catalano, cit., pp. 1-13. sotto quella casa Romei nella quale Lucrezia Borgia fonderà pochi anni dopo il monastero di San Bernardino.
Il delitto, che per la modalità dell'esecuzione dovette essere stato compiuto da più persone, molto probabilmente su commissione, rimase impunito: non essendosi mai conosciuto il mandante, diede adito a numerose supposizioni. Ercole Strozzi non era certamente popolare a Ferrara: aveva rivestito la carica di «giudice dei dodici Savi», il magistrato incaricato di dare esecuzione alle decisioni del governo ferrarese, che aveva imposto in quegli anni pesanti tasse alla cittadinanza.L'odio contro il governo cittadino si era già manifestato brutalmente al tempo in cui Ferrara era libero Comune: il 3 maggio 1385 il giudice dei Savi Tomaso da Tortona fu linciato e bruciato sopra una catasta di registri dell'estimo e delle tasse. I dodici Savi esercitavano allora il governo effettivo della città, ma l'istituzione della Signoria aveva svuotato di potere la magistratura, divenuta del tutto subordinata alle decisioni del principe.
Altre ipotesi molto popolari furono quelle che ritenevano l'episodio una vendetta di gelosia, in particolare dello stesso duca Alfonso, a causa dell'amicizia fra lo Strozzi e Lucrezia Borgia, o ancora si pensò che Ercole Strozzi facesse da intermediario in una relazione tra il Bembo e Lucrezia, o tra il duca Francesco Gonzaga e Lucrezia,Maria Bellonci, Lucrezia Borgia, 1989. ma anche quest'ultima, a causa della pessima fama che tuttora la circonda, fu naturalmente sospettata dagli storici di aver fatto uccidere lo Strozzi per vendicarsi del tradimento da lui perpetrato sposando la Torelli. Si pensò anche che mandante dell'omicidio potesse essere un Bentivoglio e così i sospetti si indirizzarono sul signore di Sassuolo, Alessandro Pio, in quanto figlio di una Bentivoglio, Eleonora, e oltre tutto sposato con una cugina di Lucrezia, Angela Borgia.Sulla vicenda, cfr. Maria Wirtz, Ercole Strozzi poeta ferrarese, 1906, pp. 70-75; M. Catalano, cit., p. 27; S. Polloni, cit., p. 36.
L'ultima tra tante ipotesi, e probabilmente la più vicina alla realtà, è quella che fu formulata dalla stessa Torelli. Ella così scriveva da Venezia al duca Francesco Gonzaga, padrino della figlia Giulia, il 17 marzo 1509: «Pensava per aver taciuta la mia perversa sorte, ch'el caso mio oribile fusse de compassione e ch'el bastasse, ma ritrovo esser molestata e perseguitata più che mai. Pensava de finire la lite della dotta [dote] mia, la quale è in Rota a Roma, per poter vivere così dolorosamente con questi miserandi figlioli, li quali son 6La Torelli si riferisce ai suoi figli, Costanza, Ginevra, Cesare e Giulia, e ai due figli naturali di Ercole Strozzi, Tirinzia e Romano. e dotarli di qualche virtù, a ciò avesino similitudine al padre. Ora da la fortuna mia non è concesso. Chi me ha tolto il marito, fa perdere il suo alli figlioli e cerca ofenderme in vita e farme perder la dotta, la quale a me pare dificile, se per ragione se ha a vincere».La lettera integrale è in A. Luzio, cit., p. 143.
All'epoca in cui la Torelli scriveva quella lettera, la lite sulla dote vedeva in causa Barbara e la figlia Ginevra che, dopo la morte del padre Ercole Bentivoglio, era divenuta con la sorella Costanza l'erede del patrimonio del Bentivoglio, comprendente anche la dote della Torelli. Poiché questa aveva raggiunto un accordo con la figlia Costanza, il processo in corso a Roma, del quale non si conosce l'esito, vedeva contendere la madre con la figlia Ginevra, dietro la quale non poteva non essere il marito Galeazzo Sforza: così, non sembra essere che lui, colui che Barbara pensa averle «tolto il marito».M. Catalano, cit., pp. 25-32.