Le Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero" nascono nel 1931 dalla fusione della Biblioteca Civica di CataniaCostituita a sua volta dalle collezioni riunite della Libreria dei padri cassinesi, delle congregazioni religiose catanesi soppresse e della Biblioteca-Museo di Mario Rapisardi. con la Biblioteca del barone Antonio Ursino Recupero.
Ubicazione
Le Biblioteche occupano parte dell'ala nord del monumentale settecentesco ex-Monastero dei benedettini, che accoglie anche il Sacrario dei caduti e la chiesa di San Nicolò. Il complesso monastico è sede anche del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Catania. Le biblioteche riunite occupano i locali originali della Libreria benedettina, i locali dell'ex Museo benedettino, la "Sala Guttadauro", il Refettorio piccolo detto anche "Sala rotonda", il cosiddetto "Corridoio dell'Elefante", il CellerarioOssia la processione di celle destinate al ricovero dei monaci. nella zona Nord del Monastero per complessivi 1540 m² al netto delle murature.
Storia Origini della Biblioteca Civica La fondazione dell'istituzione sotto la denominazione di «Biblioteca Civica» di Catania nacque da una fusione: venivano assorbite la Biblioteca benedettina o Libreria dei PP. Cassinesi dell'Abbazia Cassinese di San Nicolò l'Arena, un monastero benedettino, le Librerie delle soppresse Congregazioni religiose catanesi, la Biblioteca-Museo Mario Rapisardi.
La Biblioteca Civica di Catania deve il maggior numero di volumi soprattutto dall'ex libreria dei padri benedettini.
L'ordine di San Benedetto – –, prevedeva tra i suoi precetti anche la raccolta del patrimonio letterario per preservarne la memoria, cui si aggiungeva l'attività di copisti amanuensi.
La Libreria cassinese di Catania, probabilmente, viene iniziata intorno all'anno 1578., cioè da quando i monaci si trasferirono da Nicolosi al plesso (ancora in costruzione) nel «quartiere della Cipriana», portando in processione la reliquia del Santo Chiodo il 9 febbraio 1578. Questa collezione, sorta forse da un primo nucleo di libri provenienti dal cenobio nicolosita, si arricchì di nuove acquisizioni fino al sisma del 1693, quando venne persa una parte dei volumi. Notevole sviluppo della Libreria rifondata si ha nel corso del Settecento. La Biblioteca benedettina venne incamerata dal nuovo Regno d'Italia nel 1866, insieme a tutti i beni ecclesiastici.
La struttura divenne di proprietà comunale nel 1869Alla presa di possesso da parte del governo, dopo l'incameramento, nel febbraio 1867, fu presente l'allora abate del monastero benedettino il beato Giuseppe Benedetto Dusmet. Bibl.: Angela Daneu Lattanzi, I manoscritti ed incunaboli miniati della Sicilia, Roma/Palermo, Istituto poligrafico dello Stato/Accademia di scienze lettere e arti di Palermo, 1984, p.35.. Nel 1893 fu nominato "bibliotecario onorario", Federico De Roberto, che scrisse molte pagine del suo romanzo I Viceré, da uno scrittoio a schiena d'asino, ancora custodito nella Sala Guttadauro della Biblioteca. Nel 1925 Giuseppe Villaroel ebbe dal comune l'incarico della risistemazione del museo o "Antiquarium comunale" e della BibliotecaNel 1943 egli ricorda le "immense sale polverose dove il silenzio denso di echi, a volte, pareva mosso dalle tonache e dal respiro dei monaci morti"..
Insieme alla Libreria furono annesse le collezioni delle altre congregazioni religiosi catanesi soppresse nel 1866, incamerate tra i beni del nascente Regno d'Italia, costituendo la prima biblioteca civica da un nucleo di volumi di provenienza religiosa.
L'altra principale collezione costituente la biblioteca civica, la Biblioteca-Museo di Mario Rapisardi, fu invece frutto di raccolta privata, acquisita nel 1914Angela Daneu Lattanzi, I manoscritti ed incunaboli miniati della Sicilia, Roma/Palermo, Istituto poligrafico dello Stato/Accademia di scienze lettere e arti di Palermo, 1984, p.35..
Storici responsabili dell'intero patrimonio furono dall'11 luglio 1872 il canonico Giuseppe Coco Zanghì e dal 1878 il canonico Francesco Fisichella e nel 1902 Carmelo Ardizzoni, che ricoprì il ruolo di archivista comunale. Successivamente ne fu direttore dal 1907 al 1923 Vincenzo Finocchiaro.
La Biblioteca Benedettina o Libreria dei Padri Cassinesi
Il Fondo librario originario delle Biblioteche Riunite "Civica e A. Ursino Recupero", apparteneva all'ex-Monastero benedettino di San Nicolò l'Arena e si inquadra nel movimento di rinnovamento promosso a Catania da Giacomo De Soris, abate del suddetto monastero nel XIV secolo. In seguito alle leggi eversive del 1866, la Biblioteca benedettina divenne Biblioteca comunale e destinataria dei 20.000 volumi delle disciolte congregazioni religiose catanesi (1868). Ma, sfrattati gli ultimi 46 monaci nel 1867, il patrimonio librario rimase in preda all'umido ed ai vandali fino al 1872, anno della rinascita della Biblioteca.
Nel 1578 i monaci benedettini si trasferirono a Catania dal loro cenobio sull'Etna: ipotesi sostenuta per il fatto che in quell'anno pare che la festa catanese del Santo Chiodo impegnò anche i benedettini, a parere dell'autore Di Baola Bertucci, senza citare fonti., occupandosi della Biblioteca con grande impegno. Nel 1593 l'abate Romano Giordano, pose la prima pietra., e l'opera fu completata nel 1629 per le cure dell'abate Gregorio Motta, risultando così grande da superare ogni altra biblioteca di Catania. Passati appena quindici giorni dal catastrofico terremoto del 1693, i monaci realizzarono un abituroDef.: "Casa povera, una catapecchia". in legno per riporvi i libri e dare un luogo di lettura agli studiosi sopravvissuti. Nella successiva opera di ricostruzione del monastero, la Biblioteca fu una delle principali attività dei benedettini catanesi: dopo una serie di scelte non proprio felici, venne alloggiata in quella che è oggi chiamata "Sala Vaccarini", dal nome dell'autore del suo progetto, l'architetto Giovan Battista Vaccarini, inaugurata nel 1773. Fondatore della Biblioteca fu il ricco monaco Niccolò Riccioli e Paternò (1695-1783), che nel monastero insegnò filosofia e teologia morale, e, per quaranta anni tenne una cattedra di teologia nell'Università degli studi catanese. Non risparmiò spese per l'allestimento della Sala, e, soprattutto, "per fornirla di ogni specie di libri"., come scrive Francesco di Paola Bertucci nella sua "Guida del Monastero dei PP. cassinesi di Catania" (1846).
Della precedente consistenza della Biblioteca, abbiamo notizia da Vito Maria Amico e Statella (1697-1762), storico e abate dello stesso monastero, il quale documenta che nel 1733 contava 4.600 volumi attinenti a varie scienze, 600 dei quali erano stati donati dall'abate Anselmo Daniele.. Molti dei vecchissimi manoscritti che facevano parte dei fondi del precedente monastero erano invece scomparsi tra le rovine del terremoto del 1693.
Oltre al Riccioli, all'Amico e al Daniele, figura cardine per la formazione e lo sviluppo della Biblioteca del Monastero di San Nicolò nei decenni centrali del Settecento, fu il priore Placido Scammacca (1700 -1787), che ad essa insieme al museo, dislocato nelle stanze vicine, dedicò tutte le sue cure. L'interesse rivolto dal priore al museo e alla biblioteca è ben rappresentato nel suo ritratto, custodito nel Museo Civico del Castello Ursino, in cui abbraccia, per così dire, una pelike magnogreca (apula per l'esattezza) e, alle sue spalle due scaffali colmi di volumi in folio. Scammacca contribuì in due modi alla fioritura della Biblioteca del Monastero. In primo luogo, nel corso della sua permanenza romana negli anni quaranta del Settecento, provvide all'acquisto di codici miniati, manoscritti e incunaboli, che, giunti a Catania destarono subito l'ammirazione di tutti i visitatori, accrescendo così il prestigio del Monastero com'era nei desideri di tutti i monaci. Tra i codici miniati di particolare valore la Bibbia latina del XIII-XIV secolo attribuita a Pietro Cavallini, che Scammacca scovò presso uno dei tanti venditores librorum presenti nella Roma settecentesca, e lo Officium Beatae Mariae Virginis del XV secolo, sul cui foglio di guardia si legge il nome del monastero catanese, quello del priore e la data dall'acquisto: "Romae 1750". L'altro modo in cui Scammacca contribuì alla crescita della Biblioteca fu meno appariscente, ma forse anche più significativo, se si pensa agli studi e alle ricerche dei monaci, specialmente nel campo dell'antiquariato. A lui risale infatti l'acquisto, con fondi del monastero, s'intende, di tante opere, come, per dare solo un esempio, dei tre volumi di Giovan Battista Passeri Picturae Etruscorum in vasculis (1767-1775), indispensabili per lo studio delle collezioni di antichità conservate nel museo benedettino. Molto probabilmente dovette allora essere proprio Scammacca a far trasferire, con grande lungimiranza, dalla Biblioteca alla quinta stanza del museo i libri necessari per lo studio degli antichi manufatti, libri che ancora negli anni quaranta dell'Ottocento in cui Bertucci scrisse la sua Guida vi facevano bella mostra di sé.
Dopo la morte di Scammacca nel 1787, s'individua un deciso calo nell'acquisto di volumi di antiquariato da parte dei monaci, sostituiti da testi pertinenti alle scienze naturali, in sintonia con i mutamenti culturali dell'illuminismo. Figura emblematica di una tale trasformazione può essere ritenuta quella del già citato Emiliano Guttadauro per il quale, secondo quanto scrive ancora il Bertucci, "la botanica era la scienza che formava tutta la sua applicazione, e lo special diletto".. Il dotto monaco pertanto, non solo si adoperò per dotare il monastero di "un orto [...] ove potrebbe viemmeglio fare le sue osservazioni", ma riuscì anche ad indirizzare gli acquisti della Biblioteca verso le opere di scienze naturali che poi custodiva nel suo gabinetto.
Non sorprende allora che il monastero possedesse quasi tutte le opere del Linneo (1707-1778), varie edizioni delle "Species plantarum al Systema naturae alla Flora Suecica", e possedesse ancora nelle più, varie edizioni delle opere di botanici e scienziati come, Ferrante Imperato, Fabio Colonna, Francesco Cupani, Paolo Silvio Boccone, Giovanni Alfonso Borelli, Giovanni Battista Ferrari, Filippo Arena, Filippo Ingrassia, o le opere a stampa di Pietro Andrea Mattioli e Athanasius Kircher. A loro vanno aggiunti i due erbari di Liberato Sabbati – uno con essiccata (cioè che comprende tra le tavole una versione appunto essiccata delle piante che descrive): la "Collectio nonnullarum plantarum quae in horto medico Sapientiae Romanae luxuriantur", 1740-1751, in cinque volumi e l'altro a stampa,"Hortus Romanus", 1772-1793, in otto volumi che furono fatti arrivare a Catania da Placido Scammacca, e, con molta probabilità, con le loro tavole e i loro esemplari essiccati, furono all'origine della passione botanica di Guttadauro. Una passione questa che venne perseguita nel monastero soprattutto da Francesco Tornabene (1813-1897), il quale nel 1843 ottenne la cattedra di botanica nell'Università degli studi catanese e successivamente vi avrebbe creato l'Orto Botanico. Ma Tornabene al monastero fu anche bibliotecario in un momento di rapida crescita delle acquisizioni che seppe adeguatamente fronteggiare, senza tralasciare la valorizzazione del patrimonio librario affidatogli. Scrisse infatti, tra l'altro, sugli incunaboli e sui codici botanici posseduti dalla biblioteca. Il 25 ottobre 1866 in seguito alle leggi eversive ebbe fine la vita del monastero di San Nicolò l'ArenaGli ultimi 46 monaci, accompagnati dallabate di sante virtù, Giuseppe Benedetto Dusmet lasceranno per sempre il cenobio. L'abate, il suo segretario e il cellerario resteranno nel monastero per le operazioni della presa di possesso che inizieranno il 4 gennaio del 1868 e si concluderanno il 12 gennaio dell'anno successivo..