Il suo insegnamento è caratterizzato dall'integrazione di elementi della tradizione induista e islamica e dall'insistenza sulla devozione a Dio (bhaktī), sull'amore, l'abbandono a Dio e la tolleranza religiosa. Nella tradizione induista è generalmente venerato come sant o maestro spirituale e, in alcune correnti devozionali, come manifestazione o avatar del divino; nella tradizione islamica è invece associato alla figura del faqīr e del santo musulmano. La sua pratica religiosa, caratterizzata dall'uso di elementi riconducibili a entrambe le tradizioni, contribuì a rendere la sua figura condivisa da fedeli appartenenti alle due comunità.
Nella tradizione devozionale induista, Sai Baba è talvolta descritto come una manifestazione dell'amore divino o dell'amore universale, in riferimento al ruolo centrale attribuito all'amore, alla devozione e all'abbandono a Dio nel suo insegnamento. La sua figura è divenuta anche un simbolo di tolleranza religiosa e di convivenza tra induismo e Islam.
Alla figura di Shirdi Sai Baba è inoltre collegata quella di Sathya Sai Baba, nato Sathya Narayana Raju Ratnakaram (1926-2011), che nel 1940 dichiarò di esserne la reincarnazione e assunse pertanto il nome di Sai Baba, presentandosi successivamente come una nuova manifestazione del divino e come avatāra.
La venerazione di Sai Baba si esprime anche attraverso immagini e ritratti, ampiamente presenti nei luoghi di culto e negli ambienti domestici dei devoti, che ne fanno una presenza quotidiana nella pratica religiosa. La tradizione devozionale gli attribuisce inoltre numerose guarigioni e altri eventi soprannaturali, contribuendo alla sua reputazione di santo taumaturgo.
Biografia Della nascita di Sai Baba di Shirdi non si hanno informazioni storicamente certe. Non sono noti il suo nome originario, il luogo e la data di nascita, i genitori né la sua appartenenza religiosa prima dell'arrivo a Shirdi. Le tradizioni successive lo hanno talvolta descritto come un brahmano affidato in giovane età a un fachiro musulmano, ma tali racconti non sono confermati da fonti storiche, e Sai Baba stesso non fornì informazioni attendibili circa le proprie origini.Secondo una tradizione riportata da Mhalsapati e successivamente ripresa da diversi biografi, Sai Baba avrebbe dichiarato di essere nato da genitori bramini a Pathri, allora nel territorio dello Stato di Hyderabad, governato dai Nizam, e di essere stato affidato durante l'infanzia a un fachiro musulmano. Dopo la morte del fachiro, la moglie di quest'ultimo lo avrebbe affidato a un guru indù chiamato Venkusha, presso Selu, dove sarebbe rimasto per dodici anni. La tradizione identifica talvolta Venkusha con Gopalrao Deshmukh, descritto come uno zamindar di Selu, ma tale identificazione e l'intera ricostruzione delle sue origini non sono storicamente accertate. Le tradizioni relative alla sua origine braminica e alla sua formazione presso un fachiro musulmano e successivamente presso Venkusha sono quindi considerate parte della tradizione biografica e agiografica sviluppatasi intorno alla sua figura; non esistono infatti prove storiche indipendenti che consentano di verificarle, e Sai Baba non fornì mai informazioni certe e coerenti sulla propria origine. Cfr. e
Secondo la tradizione raccolta nel Sai Satcharitra, testo agiografico marathi sulla vita e gli insegnamenti di Sai Baba, Sai Baba fece la sua prima comparsa a Shirdi da giovane, all'apparente età di sedici anni, stabilendosi per alcuni anni ai piedi di un albero di neem e conducendo vita ascetica. Dopo un periodo di assenza ritornò a Shirdi intorno al 1858, accompagnando il corteo nuziale di Chand Patil, capo del villaggio di Dhoopkheda. Secondo la tradizione, durante il viaggio Patil lo aveva incontrato e invitato a unirsi al corteo diretto a Shirdi. Fu allora che il sacerdote hindu Mhalsapati lo avrebbe salutato con l'espressione «Ya Sai» («Benvenuto, santo» o «Oh, santo»), da cui derivò il nome con cui divenne noto. Sai è un appellativo di origine persiana riferito a un santo o asceta, mentre Baba è un termine usato in India per indicare una persona anziana o venerata e significa letteralmente «padre», quindi «santo padre». Secondo la tradizione biografica, dopo essersi allontanato da Shirdi e avervi fatto ritorno intorno al 1858, vi rimase poi stabilmente per circa sessant'anni, fino alla morte avvenuta nel 1918. Dopo aver soggiornato a lungo presso l'albero di neem, si stabilì in una vecchia moschea abbandonata, che in seguito divenne nota come Dwarkamai.
Nella moschea mantenne acceso un fuoco sacro, la dhuni, dalla quale ricavava la cenere chiamata udi o udhi, che distribuiva ai visitatori. Alla cenere venivano attribuite dai suoi seguaci proprietà curative e protettive e Sai Baba la utilizzava anche nel trattamento dei malati.
Sai Baba non dichiarò mai pubblicamente di appartenere esclusivamente all'induismo o all'Islam. Indossava abiti associati alla tradizione musulmana, si definiva talvolta fachiro e mostrava una conoscenza di pratiche e testi delle tradizioni sia hindu sia islamica. Partecipava alle festività di entrambe le comunità e insegnava che Dio è uno, indipendentemente dalla religione attraverso la quale viene venerato.
Il suo insegnamento era trasmesso soprattutto oralmente, attraverso racconti, parabole e conversazioni con i discepoli. Un ruolo centrale aveva l'esempio della sua stessa vita. Tra i principi più frequentemente associati al suo insegnamento figurano la fede (śraddhā), la pazienza (saburi), la devozione a Dio e il riconoscimento dell'unità fondamentale del divino.
Sebbene ricevesse offerte e somme di denaro sempre più consistenti, condusse sempre una vita austera e continuò a procurarsi il cibo personalmente, attraverso la questua. Secondo le testimonianze raccolte nel Sai Satcharitra, utilizzava abitualmente un unico abito, che riparava più volte, e distribuiva rapidamente il denaro e i beni ricevuti a persone bisognose. Non impose tuttavia ai suoi seguaci di adottare il proprio stile di vita né prescrisse particolari restrizioni alimentari; in alcuni episodi della tradizione, anzi, mise in discussione le proibizioni alimentari fondate sul rigore religioso.
Secondo le testimonianze tradizionali, Sai Baba era accessibile a chiunque e riceveva quotidianamente numerosi visitatori. Chiedeva talvolta denaro ai discepoli più facoltosi e lo distribuiva ai più poveri. A chi gli chiedeva il motivo di tale pratica avrebbe risposto che il denaro gli veniva richiesto dal Fakīr (Dio) e che, in cambio, era tenuto a restituire al donatore un valore dieci volte superiore.
L'insegnamento di Sai Baba attribuiva particolare importanza all'amore verso Dio e verso gli altri esseri. Secondo la tradizione, sosteneva che il riconoscimento della presenza divina in tutte le creature rendesse incompatibili l'odio e il risentimento. La realizzazione spirituale veniva collegata all'abbandono fiducioso a Dio e alla devozione, elementi riconducibili alla tradizione della Bhakti.
Miracoli e tradizione devozionale Alla figura di Sai Baba sono attribuiti numerosi miracoli, soprattutto nelle testimonianze dei suoi discepoli e nel Sai Satcharitra. Tra gli eventi più ricorrenti figurano guarigioni ottenute attraverso la udi, presunte conoscenze di eventi lontani o dei pensieri altrui, interventi a distanza, materializzazioni o moltiplicazioni di oggetti e altri fenomeni soprannaturali. Nella tradizione devozionale hindu, alcuni di questi episodi sono interpretati come manifestazioni della līlā («gioco divino»), termine con cui si indica l'azione o manifestazione del divino. Tali racconti costituiscono una parte importante della tradizione devozionale sviluppatasi intorno alla sua figura, ma non sono considerati eventi storicamente verificati.
Tra gli episodi più noti vi è quello secondo cui Sai Baba avrebbe alimentato con acqua le lampade della moschea dopo che alcuni commercianti si erano rifiutati di fornirgli l'olio. Un altro episodio particolarmente noto risale al 1886, quando, secondo il Sai Satcharitra, rimase per circa tre giorni in uno stato interpretato dai suoi seguaci come samadhi, dopo aver chiesto a Mhalsapati di sorvegliarne il corpo; al termine del periodo avrebbe ripreso a respirare.
La fama di Sai Baba aumentò progressivamente tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Alla sua morte, avvenuta il 15 ottobre 1918, le sue spoglie furono deposte nel Buti Wada, edificio successivamente trasformato nel luogo di culto oggi noto come Shree Sai Samadhi Mandir.
Dopo la sua morte, la venerazione di Sai Baba si diffuse ampiamente in India e successivamente anche fuori dal Paese. La sua immagine entrò nella pratica religiosa quotidiana di numerosi devoti, comparendo nelle abitazioni e nei luoghi di culto; in diversi Paesi furono inoltre istituiti templi e santuari a lui dedicati.
Lo stile di vita Di carattere gioviale, Sai Baba amava parlare e scherzare con i tanti fedeli che lo frequentavano. Secondo la tradizione, considerava il Dio degli induisti e quello dei musulmani come un'unica Divinità. Il suo insegnamento orale era generalmente trasmesso attraverso parabole, ma attribuiva particolare importanza all'esempio della propria vita, attraverso il quale esercitò una profonda influenza sui suoi devoti.
Nonostante nel corso degli anni ricevesse somme di denaro e offerte sempre più ingenti, Sai Baba condusse una vita di estrema povertà e ogni mattina provvedeva personalmente a mendicare il cibo necessario per la giornata. Non possedeva un vero e proprio guardaroba e indossava abitualmente lo stesso abito, che rammendava e rattoppava di persona fino a quando un discepolo non lo convinceva a sostituirlo. Le offerte e i beni che riceveva venivano generalmente redistribuiti a chi ne aveva bisogno. Non predicava tuttavia la povertà ai propri discepoli, né chiedeva loro di adottare il suo stile di vita, e non imponeva particolari divieti riguardo agli alimenti. In alcune occasioni, anzi, avrebbe indotto persone particolarmente osservanti a consumare cibi che la loro tradizione religiosa vietava.
Era accessibile ai fedeli in ogni momento della giornata e si rendeva disponibile ad ascoltarne le domande. Ogni giorno chiedeva ai discepoli più facoltosi somme comprese tra le 4 e le 100 rupie, che redistribuiva immediatamente tra quelli più poveri. Quando gli veniva chiesto il motivo di tali richieste, rispondeva che chiedeva denaro soltanto alle persone che gli venivano indicate dal fachiro (cioè Dio) e che, in cambio di quanto ricevuto, era tenuto a donare qualcosa di valore dieci volte superiore.
Il suo insegnamento era incentrato sull'amore. Secondo il suo insegnamento, quando il discepolo avesse compreso la vera natura dell'amore avrebbe raggiunto spontaneamente la rivelazione spirituale. Insisteva inoltre sulla necessità di riconoscere Dio in ogni essere e nell'intero creato, poiché tale consapevolezza avrebbe reso privi di senso il conflitto, l'odio e il risentimento verso gli altri. Indicava nell'assoluto abbandono a Dio la via per raggiungere tale condizione, contribuendo così alla diffusione della tradizionale via indiana della bhakti, intesa come via della devozione e dell'amore.
Nella cultura popolare Dopo la sua morte, la figura di Sai Baba si diffuse ampiamente attraverso templi, santuari, statue e soprattutto immagini e ritratti, derivati in larga parte dalle fotografie del santo e utilizzati come modelli per numerose rappresentazioni devozionali. La produzione e la circolazione di tali immagini hanno assunto particolare rilievo anche nello spazio urbano, dove ritratti e icone di Sai Baba sono presenti in santuari e altri luoghi di culto, oltre che negli ambienti domestici dei devoti.
Opere sulla sua vita