Biografia
Giovanni Battista Maria Gaetano De Rolandis nacque a Castell'Alfero nell'Astigiano il 24 giugno 1774 da una famiglia aristocratica radicata nel territorio e nota già nel Cinquecento.
Il padre, Giuseppe Maria Antonio De Rolandis (laureatosi a Parigi) svolgeva gratuitamente la professione di "medico dei poveri", la madre Rosa Bussolotti proveniva da Portacomaro. Era il penultimo di otto fratelli. Il maggiore, Antonio Maria, era dottore, assistente del protomedico Argenta, aveva effettuato la vaccinazione antivaiolosa a tutti i componenti di casa Savoia ospitati nel castello di Govone d'Alba. I conti De Rolandis erano imparentati con gli Alfieri di Sostegno (ai quali apparteneva l'architetto Benedetto Alfieri di Cortemilia), i Giobert di Mongardino, gli Amico di Castell'Alfero ed i Morata di Milano.
Giovanni Battista frequentò l'Accademia Militare di Torino (1789) dove era apprezzato spadaccino, ma in seguito alle notizie di truppe francesi ammassate sulla dorsale delle Alpi piemontesi, la madre, temendo una guerra, lo allontanò da Torino e lo iscrisse col fratello Luigi al Seminario di Asti (1791), fondato e diretto dal vescovo Paolo Maurizio Caissotti, noto per le sue idee innovatrici umanitarie, tanto che da quello stesso istituto nacquero figure altamente filantropiche come Don Bosco, Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giuseppe Allamano.
In seguito ad una sua vivace protesta su come venivano alloggiati i servi, e come erano assegnate le indulgenze, fu allontanato, anche se promettente negli studi. La mamma, rimasta vedova, si confidò col cugino conte Carlo Luigi Amico, ministro plenipotenziario dei Savoia a Napoli, e questi si adoperò perché fosse accolto presso il Collegio Piemontese "La Viola" di Bologna e fosse iscritto alla facoltà di teologia di quella università.
L'incontro con Luigi Zamboni Magro, capelli ricci, il viso simpatico e sorridente, a Bologna venne chiamato Zuanin ossia "Giovannino" . Qui ebbe come educatore ed insegnante di letteratura l'abate Giuseppe Compagnoni, allora religioso devoto, accanito ricercatore, timidissimo, tanto che pur essendone autore, firmò con lo pseudonimo "Liofilo" una corposa enciclopedia. Seguì il corso di educazione teologica di Ambrogio di San Nicolò degli Albari tenuto all'Università "Alma Mater" e qui incontrò Luigi Zamboni, laureando in legge, dal carattere focoso, irrequieto, buon parlatore.
Zamboni si diceva entusiasta della Rivoluzione Francese e contestava l'assolutismo del Governo Pontificio bolognese. Nel 1790 aveva diffuso alcuni manifesti firmandoli "Parte del Popolo". In essi "invitava i cittadini felsinei ad insorgere per acquisire l'antica libertà". Era in contatto con il sedicente Abate Bauset. Costui in realtà era Antoine Christophe Saliceti, commissario del governo francese, fondatore di quel servizio di "intelligence" voluto da Napoleone per pianificare la sua discesa nella pianura padana.
Il Saliceti era solito accompagnarsi con l'avvocato genovese Benedetto Francesco Boselli, esponente della Massoneria ligure, nonno di Clara Boselli che agli inizi del Novecento sposerà il senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat. Parlavano della necessità di abbattere l'ancièn régime e di portare in Italia i principi democratici dei moti parigini.
Sul finire del 1792 Zamboni lasciò Bologna e raggiunse a Marsiglia il Commissario Saliceti e lo stesso avvocato Boselli. Entrambi lo presentarono come persona fidata al generale Alexandre Renoux, comandante dell'Armata del Reno. Arruolato col grado di "porte drapeau" (porta insegna) nelle file francesi, Zamboni accettò l'incarico di recarsi a Roma per spiare la consistenza militare di papa Pio VI, Giovanni Angelo Braschi.
L'"Isola della Libertà" La nave che li trasportava, la "Feluca Tirrena", attraccò all'Isola di San Pietro in Sardegna dove un gruppo di corsi animati dal qui esiliato Filippo Buonarroti, nipote del grande Michelangelo, avevano occupato la cittadella nominando Carloforte "Isola della Libertà" e promulgando una Costituzione stilarono un "Piano per il governo di una Repubblica". L'"Isola della Libertà" durò quattro mesi, e molti militari francesi si accasarono con le giovani carlofortine. Zamboni, sotto il nome fittizio di Luigi Rinaldi proseguì per Roma, si arruolò nell'esercito pontificio, ed assolse il compito che gli era stato assegnato, annotando la consistenza dell'armamento di Pio VI. Tornò quindi in Romagna e riferì al Saliceti. A Bologna, nel "Caffè degli Stelloni", centro di fermento politico e culturale, si incontrava col De Rolandis. Tra i due nacque una profonda amicizia suggellata dalle comuni idee innovatrici. Convinsero altri studenti ad unirsi e come simbolo del loro movimento idearono una coccarda tricolore ad ispirazione di quella parigina.
Il piano d'azione Le idee rivoluzionarie e riformatrici dello Zamboni fecero proseliti stimolando la popolazione felsinea alla sollevazione contro il governo pontificio dello Stato della Chiesa, accusato di crudele assolutismo imposto con l'appoggio della Santa Inquisizione.
Si unirono subito i medici Pietro Gavasetti, Angelo Sassoli, e Tomaso Bambozzi di Ancona, docenti all'Università bolognese. Poi aderirono altri studenti e gente del popolo. Ai primi di settembre del 1794 Zamboni espose il suo piano al Commissario di Napoleone Cristoforo Saliceti. Secondo quanto illustrarono, l'azione militare doveva interessare diversi punti della città. Il disegno aveva lo scopo di scuotere dalla rassegnazione i cittadini che, esasperati, avrebbero certamente dato man forte ai patrioti. Il progetto consisteva nei seguenti punti risolutivi: Gettar bombe incendiarie in alcuni punti della città; principalmente "...alli palazzi delle persone più odiose al popolo" La sera stabilita, radunare in via Galliera angolo via Strazzacappe, presso l'abitazione dello Zamboni, un numero considerevole di persone disposte a raggiungere il Palazzo del Governo, sorprendere la guardia svizzera, sequestrare il legato pontificio, aprire le carceri, impadronirsi dell'armeria, suonare la campana dell'orologio chiamando a raccolta più gente possibile per circondare le due caserme della città Riunire il Senato d'urgenza per far approvare le nuove disposizioni del governo repubblicano.
Di fronte a tanta determinazione il commissario Christophe Saliceti fornì alcune armi, denaro, e carte toponomastiche. Zamboni contraccambiò la fiducia consegnandogli l'elenco dei cospiratori scritto in codice, lo stesso codice cifrato che il Saliceti usava per corrispondere con Napoleone. Gli diede anche un testo scritto dal De Rolandis dal titolo "Teorema per il buon governo di una Repubblica" assai simile a quello già esposto a Carloforte da Filippo Buonarroti e che sarà presentato da quest'ultimo a Parigi nel corso della "Cospirazione degli eguali", fucina della filosofia politica comunistica contro la proprietà ed il Direttorio, ripresa da François Noèl Babeuf e Darthé.
In un incontro successivo De Rolandis e Zamboni comunicarono agli emissari francesi che la sollevazione era stata stabilita per il 16 settembre. Saliceti giunse immediatamente a Bologna, e con severità stroncò ogni entusiasmo. A nome del governo francese rimproverò ai due studenti di non aver raccolto denari sufficienti per comprare l'appoggio dei cittadini indecisi, e suggerì di attendere la primavera successiva quando le truppe di Napoleone avrebbero valicato le Alpi per invadere l'Italia. Saliceti ribadì che invece della sollevazione, servivano proteste di malcontento popolare, al fine di dare pretesto per un intervento dell'esercito rivoluzionario comandato da Bonaparte.
De Rolandis e Zamboni accolsero queste indicazioni come un vero affronto al loro slancio patriottico e decisero di tentare ugualmente la sollevazione senza aiuto esterno. Secondo alcuni storici italiani e francesi è a questo punto che i due tolsero dalla coccarda la banda azzurra tipicamente parigina, e la sostituirono con il verde della speranza. Loro stessi motivarono questa decisione affermando: ".. per non far da scimia alla Francia…".
I tre colori avevano comunque il medesimo significato allegorico di "Giustizia Eguaglianza Libertà". Va aggiunto che il bianco ed il rosso sono i colori di Bologna e di Asti, patria dei due martiri, ed il verde è comune segno simbolico di speranza.
La sollevazione
I preparativi per la sollevazione, prevista per il 16 settembre, vennero però bruscamente frustrati dall'indicazione del governo francese di attendere la primavera successiva, visto che i rivoluzionari bolognesi erano a corto di fondi e di uomini ed i francesi non conoscevano a fondo gli umori e gli animi della città.
Lo Zamboni e il de Rolandis accolsero queste indicazioni come un vero affronto al loro slancio patriottico e decisero così di tentare la sollevazione senza aiuto esterno.
Quando tutto pareva ormai predisposto, il 12 novembre, forse traditi da qualche compagno, pervenne una denuncia al cardinale di Bologna Giovanni Andrea Archetti che autorizzò una perquisizione presso il collegio "La Viola". Ma tutto il materiale rivoluzionario era presso la casa di Zamboni e così l'azione dei gendarmi non portò alla luce nessuna cospirazione.
Il giorno dopo, 13 novembre, i rivoluzionari si radunarono presso la casa di Luigi Zamboni: erano rimasti una decina. Erano tristi, abbattuti, pieni di timore per eventuali ritorsioni da parte del potere. Brigida Zamboni, la mamma di Luigi, distribuì biscotti che in suo onore vennero chiamati "brigidini". Sua sorella Barbara Borghi versò vino caldo. Sulla città imperversava un temporale, lampeggiava e grandinava. Uscirono ugualmente, ai pochi passanti consegnarono una coccarda tricolore ed uno dei cinquanta volantini che Zuanin aveva scritto a mano inneggiando alla libertà. Inseguiti dalle guardie tutti fuggirono, Zamboni e De Rolandis verso il Granducato di Toscana. Raggiunsero fradici l'osteria del Covigliaio oltre il confine, sicuri di essere in salvo. Non furono le guardie della polizia pontificia a fare irruzione nel locale e ad arrestare i fuggitivi anche se si trovavano in una zona di extraterritorialità, come qualcuno scrive ancor oggi; in realtà, stando alle cronache dell'epoca, la cattura venne effettuata dalla guardia granducale, messa sull'avviso dalla polizia bolognese. Zamboni e De Rolandis furono incarcerati prima a Firenzuola, poi consegnati alla polizia pontificia sul ponte delle confine, in località Le Filigare, portati a Monghidoro, poco lontano dal confine, e dopo un sommario interrogatorio trasportati a Bologna il 3 dicembre davanti al bargello Amedeo Bellotti.
Di fronte al Tribunale dell'inquisizione
Qui iniziò uno dei più truci processi intentati a Bologna dal "Santo Uffizio" condotto da Federico Pistrucci chiamato dal popolo "La mano sinistra del maligno", sotto la regia del cardinale Segretario di Stato, lo spagnolo Xaverio de Zelada. Luigi Zamboni non sopportò le torture e le angherie, e nella notte tra il 17 ed il 18 agosto 1795 il giovane venne trovato impiccato nell'angusta cella del Torrone (oggi palazzo comunale di Bologna).
Anche gli altri studenti vennero arrestati, e fu messo ai ceppi pure l'anziano padre di Luigi, che nulla sapeva né del complotto né della tragica morte del figlio. Malarico e continuamente febbricitante morì sei mesi dopo. La mamma e la zia dello Zamboni, Brigida e Barbara Borghi, furono rinchiuse nella fortezza di San Leo, accanto alla cella di Alessandro Balsamo conte di Cagliostro.