L'epistolario di Giacomo Leopardi è una raccolta di lettere scritte da Giacomo Leopardi dal 1810 al 1837.
L'epistolario, nel quale il Leopardi racconta le vicende della sua vita con sentimenti complessi e spesso dolorosi, raccoglie oltre novecento lettere. Lo stile, pur non essendo trascurato, ha un codice familiare e un'agilità che sono lontani dalla prosa letteraria delle Operette morali, ma è comunque curato, almeno in paragone al "lungo e tormentato monologo solitario"ivi. dello Zibaldone.
Caratteristiche dell'Epistolario Il Leopardi non ha scritto le sue lettere pensando ai posteri o comunque a un destinatario degno della sua anima e della sua parola. L'epistolario leopardiano, accanto a pagine composte in uno stile trasparente di suggestioni umane e letterarie, talvolta luminoso di poetici significati, raccoglie altre pagine che ci danno una scrittura meno intensa e ci lasciano un'immagine più comune del poeta, un "orizzonte singolarmente ristretto [...] [senza] prospettive della società e dell'epoca, né contengono apprezzamenti d'ordine politico o sociale. Nulla, o pressoché nulla, vi trapela degli avvenimenti del tempo [...] l'attenzione alla letteratura contemporanea è assai scarsa"S. Solmi, cit., p. XI., a parte il mito classicistico, la filologia, il desiderio di ritrovamenti letterari e archeologici che nel contemporaneo vorrebbero riflettere l'antico.
Il linguaggio della quotidianità Si può pensare a questo aspetto per il motivo ricorrente del matrimonio della sorella Paolina, per la cui realizzazione, sempre sperata e sempre fallita, in un continuo affiorare e dileguare di possibili mariti, il Leopardi e la famiglia si danno un gran da fare. E, ancora, al contegno di dimessa quotidianità, nelle lettere in cui Giacomo informa il padre Monaldo sui propri disturbi e sulle necessità di denaro. Le prime righe vibranti sono dettate da quel mondo di cure e affetti letterari che, componente fondamentale della personalità del poeta, è largamente documentato dall'epistolario, costituendo una delle zone più ampie e più interessanti.
In una lettera, diretta all'editore Antonio Fortunato Stella, del 24 gennaio 1817 (il poeta ha quindi 19 anni e la sua conversione letteraria "dall'erudizione al bello" è già avvenuta) si affaccia una trepida richiesta sulla sorte della sua traduzione del II canto dell'Eneide: "La prego a darmi qualche buona nuova del secondo libro della Eneide speditole il settembre passato. Condoni questa importunità a chi non ha altri pensieri né piaceri in tutta quanta la vita che questi, e tra la speranza e il timore per la sorte de' suoi figli prova tutti i furori e le smanie dell'impazienza"Lettera n. 21, ed. Newton cit., p. 1135.. In questa lettera, pur nel giro di una battuta di carattere pratico, si insinua una confessione che ha un singolare accento di verità interiore, e affiora il profilo di un'anima tutta assorta in una sua fede, il paesaggio di una vita concentrata in un'unica occupazione, in un amore estremo: "non ha altri pensieri né piaceri".
Il linguaggio togato Poco dopo ci si imbatte in una cerimoniosa lettera al Monti: "Se è colpa ad uomo piccolo lo scrivere non provocato a letterato grande, colpevolissimo sono io, perché a noi si convengono i superlativi delle due qualità [...] Riceverà per parte mia dal sig. Stella, miserabilissimo dono, la mia traduzione del secondo libro della Eneide, anzi non dono, ma argomento di riso al traduttore della Iliade primo in Europa, e al grande emulo del grande Annibal Caro. Ed ella rida, ché il suo riso sarà di compassione, e la sua compassione più grata e onorevole a me che l'invidia di mille altri"Lettera n. 25, ivi, p. 1136.. Sotto la paludata eloquenza, modellata sugli schemi delle dedicatorie a prìncipi e mecenati in uso un tempo, spunta un'ingenua e giovanile fede letteraria, a cui è commisurata la realtà, e si afferma la tendenza a sentire i rapporti con il mondo sub specie litterarum, a fondare insomma, nel nome delle lettere, un nuovo regno e una nuova nobiltà, una nuova società con una sua nuova gerarchia.
In data 21 febbraio 1817 compare la prima lettera a Pietro Giordani, la prima di quella serie di lettere che sono tra le più belle e importanti dell'intero epistolarioLettera n. 27, ivi.. Ma non è tanto questa prima lettera, che ha la stessa occasione e lo stesso andamento togato da dedicatoria della precedente al Monti, che merita particolare attenzione, ma la seconda che segue il mese successivoLettera n. 33, ed. cit. pp. 1140-44. e che la supera per bellezza e pienezza della confessione. Qui, tra l'altro, scrive che "unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza [per la "salute debolissima" di cui dirà appena dopo]: tutto il resto è noia."ivi, p. 1141.,
Il linguaggio della confessione: lettere 1817-20 È una lettera che viene dal cuore, la lettera di un innamorato, di un innamorato degli studi, che investe del proprio amore chi così altamente rappresenta e illustra quegli studi: "Quando leggo Virgilio, m'innamoro di lui; quando i grandi viventi, anche più caldamente".
L'amore di gloria In questo clima di affetti letterari, sempre nella stessa missiva nasce la confessione del suo amore di gloria: "Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente desiderio di gloria" e prende rilievo la dichiarazione circa il suo modo di leggere i classici e la giustificazione del suo assiduo tradurre, che non è mero lavoro di grammatico o di retore, ma disciplina e rito di uomo di gusto e di poeta: "Ella dice da Maestro che il tradurre è utilissimo nella età mia, cosa certa e che la pratica e me ne rende manifestissima. Perché quando ho letto qualche Classico, la mia mente tumultua e si confonde. Allora prendo a tradurre il meglio. E quelle bellezze per necessità esaminate e rimenate a una a una, piglian posto nella mia mente, e l'arricchiscono e mi lasciano in pace".
Recanati Da questo personale universo di emozioni e di ideali di letteratura e di poesia il giovane Leopardi non esce neppure quando parla di Recanati e della propria origine patrizia: "Di Recanati non mi parli. M'è tanto cara che mi somministrerebbe le belle idee per un trattato dell'Odio della patria, per la quale se Codro non fu timidus mori, io sarei timidissimus vivere. Ma mia patria è l'Italia per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano, perché alla fine la nostra letteratura, sia pur poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche, né certo ella vorrebbe che la fortuna l'avesse costretto a farsi grande col francese o col tedesco, e internandosi nei misteri della nostra lingua compatirà alle altre e agli scrittori a' quali bisogna usarle." La lettera si chiude poi con una professione commovente di fedeltà alle lettere: "Nondimeno Ella può esser certa che se io vivrò, vivrò alle Lettere, perché ad altro non voglio né potrei vivere".
Sul tema di Recanati il poeta ritornerà anche nella lettera successiva al Giordani del 30 aprile, una lettera che si apre con abbandono affettuoso alla storia della nuova amicizia, per poi continuare a parlare in senso dispregiativo della sua città e per concludere con queste parole: "Qui, amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. Si meravigliano i forestieri di questo silenzio, di questo sonno universale. Letteratura è vocabolo inudito".
La sua insofferenza per quello che egli chiamerà poi nelle Ricordanze del 1829 "natio borgo selvaggio", scaturisce dal suo offeso amore per la letteratura.
La sua protesta sembra dunque solamente determinata dal deluso desiderio di vivere in un ambiente propizio agli studi, con più libri e con conversazioni più stimolanti, eppure non è solamente un'astratta passione di letterato che lo fa guardare oltre i confini di Recanati, ma è anche il desiderio di vedere cose nuove con lo stesso desiderio romantico che aveva spinto l'Alfieri per le più lontane strade d'Europa.
L'infelicità, le illusioni, il tedio, la speranza Dalle lettere al Giordani e al giornalista letterato Pietro Brighenti, emergono anche molti altri motivi leopardiani: l'infelicità personale e l'infelicità universale, le illusioni, il tedio, la speranza. Così scrive nella lettera del 30 giugno 1820 al Giordani: "Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e necessaria. Io credo che nessun uomo al mondo in nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni [...] le grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente: sicché ristretti alla verità e nudità delle cose, che altro si deggiono aspettare se non tedio infinito ed eterno?"Lettera n. 158, ivi, pp. 1202-03..
Qualche settimana dopo scrive al Brighenti: "Bisogna farsi core alla meglio, e conservare la speranza. Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle cari illusioni. La speranza è una delle più belle, e la misericordia della natura, ce ne ha fornito in modo, che difficilmente possiamo perderla. A me resta solamente per forza di natura. Secondo la ragione dovrei mancarne affatto. Ma viviamo giacché dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente, e amiamoci di cuore, che forse è la miglior fortuna di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì; l'ambizione, l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un animale senza cuore, sono cose che mi spaventano"Lettera n. 164, ivi, p. 1205..
Il linguaggio rivolto ai familiari: lettere da Roma 1822-23 Il gruppo di lettere scritte da Roma si distinguono per il tono appassionato pieno di interrogazioni, aggettivi e superlativi che denotano come, col passare del tempo, il Leopardi si stia liberando completamente dalle forme auliche per avviarsi ad un tono di prosa privo di fronzoli esteriori e ricco di "intima dignità". In queste lettere la parola si fa più asciutta e pungente, già vicina a quella delle Operette morali. Fra i corrispondenti di questo periodo dominano i familiari.
Il bisogno d'amore Il 25 novembre del 1822, dopo pochi giorni di soggiorno romano, Leopardi scrive al fratello Carlo una lettera che si distingue, soprattutto per la diversa impronta stilistica, da tutte le lettere precedenti. In essa confessa l'insensibilità per le grandi cose di Roma e il fastidio per le donne e gli uomini di quella città e termina con una invocazione d'amore al fratello: "Amami, per Dio. Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita: il mondo non mi par fatto per me"Lettera n. 222, ivi, p. 1223..
Il giudizio negativo su Roma Lontano da Recanati il poeta cambia la sua prospettiva e l'odiato borgo viene ora visto in una luce più favorevole. Così scrive alla sorella Paolina il 3 dicembre 1822: "Che cosa volete sapere de' fatti miei? Se Roma mi piace, se mi diverto, dove sono stato, che vita faccio? Quanto alla prima domanda, non so più che rispondere, perché tutti mi domandano la stessa cosa cento volte al giorno, e volendo sempre variare nella risposta, ho consumato il frasario, e i Sinonimi del Rabbi. Parlando sul serio, tenete per certissimo che il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano"Lettera n. 224, ivi, p. 1224.. Il giudizio su Roma è dunque negativo sia riguardo all'ambiente morale e intellettuale che a quello fisico.
L'esperienza dello spazio fisico