Labbazia di San Giovanni in Argentella è un complesso monastico già benedettino e successivamente guglielmita, che sorge nei pressi di Palombara Sabina, nell'area metropolitana di Roma.

Dedicato a san Giovanni Battista, venne fondato tra VI e VII secolo sui resti di un edificio di epoca romana, databile al II secolo a.C. Venne in seguito ampliato nel corso del XII secolo.

Dagli inizi del 2020 la diocesi di Sabina-Poggio Mirteto, per interessamento del vescovo Ernesto Mandara, ne gestisce il patrimonio storico artistico. Storia La chiesa sorge sui resti di un edificio d’epoca romana risalente al II o al I secolo a.C., edificato in prossimità di una sorgente, ad oggi difficilmente identificabile: si potrebbe trattare di una villa rustica oppure di un tempio legato al culto dell’acqua.

Il toponimo stesso di “Argentella” sembrerebbe derivi proprio dai riflessi argentei dell’acqua che scorre placida lungo la valle.

Su tale edificio venne innalzato un primitivo oratorio, oggi non più visibile, risalente al VI-VIII secolo e consacrato probabilmente durante il dominio dei Longobardi che lo dedicarono a san Giovanni Battista. Di questo edificio furono rinvenute porzioni di muro al di sotto dell'attuale pavimento della navata centrale della chiesa, emerse durante la campagna di restauri condotta negli anni settanta p. 63. In epoca carolingia subì probabilmente un primo ampliamento: a questo periodo risalgono i frammenti di pavimento in opus sectile e alcuni plutei e pilastrini che decoravano l’interno dell’edificio sacro. Ad abitare per primi questo edificio furono i monaci dell'ordine benedettino. Sono ormai smentite le origini greche dell'abbazia come sostenuto a inizi Novecento da Raffaele LuttazziFu il reverendo Raffaele Luttazi a sostenere per primo l'origine greca dell'abbazia in: . Stessa interpretazione da parte di Ugo Tarchi in: .

Sulla lunetta del portale d'ingresso campeggia, infatti, il simbolo benedettino, già in uso in questa forma nel VI secolo. Che l'abbazia fosse dei benedettini lo proverebbero anche antichi documenti risalenti agli anni 998, 999 e 1010. Pur mancando fonti documentarie precedenti all'anno 998, studi recenti sembrano concordi nell'attribuire all'abbazia origini alto-medievaliCf. e . Si suppone inoltre che la consacrazione sia da ascrivere ai Longobardi, particolarmente devoti a san Michele arcangelo e a san Giovanni Battista.

Nel corso del XII secolo sul primitivo oratorio venne costruita l’attuale chiesa romanica a tre navate con terminazioni absidali. Questo fu il periodo di massimo splendore per l’abbazia che coincise con la restituzione ai monaci, nel 1111, di vasti possedimenti da parte del conte Ottaviano, signore di Palombara, della famiglia dei Crescenzi che nel corso di più di un secolo si erano impossessati di numerose proprieta’ dell’abbazia. Ciò fu possibile a seguito dell’intervento diretto di Papa Pasquale II, determinato a ristabilire i diritti della Sede Apostolica sul Patrimonium Sancti Petri, permettendo così ai monaci di ricostituire un vasto patrimonio tra la diocesi sabina e quella di Tivoli.

Riacquisite le proprieta’, seguì un periodo di prosperita’ economica che permise l’ampliamento della chiesa e la costruzione di alcune strutture monastiche tra cui il corpo d’accesso alla chiesa con il portale su cui campeggia lo stemma dell’ordine benedettino. Tra questo e la chiesa vi era un piccolo atrio, chiuso su tutti e quattro i lati e forse porticato. Tra il XII e il XIII sec. venne innalzato anche il campanile e si realizzarono le opere d’arte ancora custodite all’interno dell’abbazia: tutto ciò si rifaceva alle scelte romane per la decorazione delle basiliche, in particolar modo quella di S. Pietro in Vaticano, con il chiaro intento programmatico di celebrare la potenza del papato e il predominio di questo sull’impero.

Il cardinale Jacopo Savelli, futuro papa Onorio IV, nel 1286 affidò il monastero ai monaci dell'ordine Guglielmita che intrapresero una serie di lavori che ne modificarono profondamente l’aspetto p. 61 pp. 47 e 52: l’atrio venne coperto, il corpo d’accesso fu innalzato, al disopra della navata destra venne costruito un lungo corridoio che metteva in comunicazione gli ambienti in facciata con gli spazi monastici a valle. Nel 1445 i monaci guglielmiti abbandonarono l’abbazia che venne affidata ad abati commendatari, segnando così il suo progressivo e inesorabile declino. Nei secoli successivi venne abitata da qualche eremita e officiata dai frati minori osservanti del convento di San Francesco in Palombara.

L’ultimo cardinale vescovo di Sabina che ordinò lavori di manutenzione fu Lorenzo Litta che, visitando l’abbazia nel 1815, la trovò in stato di semiabbandono pp. 95 e 108. Fu solamente per interessamento del pittore bolognese Enea Monti che sul finire del XIX secolo l’abbazia tornò al centro dell’interesse degli studiosi e sottoposta nuovamente a restauri. Nel 1900, per interessamento del reverendo Raffaele Luttazi, la chiesa venne dichiarata Monumento Nazionale con Regio Decreto.

Rimasta a lungo abbandonata, l'abbazia dal 1963 al 2020 ha ospitato alcuni membri della Fraternità dei Santi Nicola e Sergio. Nel corso degli ultimi anni è divenuta set cinematografico per alcuni film e serie tv quali Preferisco il paradiso con Gigi Proietti, Dante di Pupi Avati e Pezzi unici.

Dal 2025 ne è rettore don Fabrizio Gioiosi, presbitero della diocesi di Sabina-Poggio Mirteto.

Descrizione L'abbazia nel suo aspetto attuale è un imponente edificio in stile romanico. Interno La visita all’abbazia inizia dal portale d’accesso della chiesa, formato da due colonne in marmo, di epoca romana, che sorreggono un archivolto realizzato con laterizi romani e una lunetta al cui centro campeggia lo stemma dell’ordine benedettino: una croce greca che alterna ai quattro bracci altrettanti dischi. Al di sopra un’edicola custodisce l’immagine della Madonna che allatta il Bambino. Oltrepassato il portale si scendono alcuni gradini che conducono in un ambiente irregolare, voltato a crociera. Questo primo avancorpo, all’incirca coevo alla chiesa romanica, formava un vero e proprio nartece. Sulla sinistra si può ammirare uno splendido sarcofago strigilato risalente alla fine del Ill secolo con due leoni che addentano due cinghiali.

Questo ambiente precedeva un piccolo atrio scoperto, una sorta di triportico, che venne successivamente voltato dai guglielmiti. Anche in questo spazio si trova un sarcofago ma più tardo del precedente. La parete con le due finestre e il portale che immette nell’aula liturgica è la parte inferiore di quella che un tempo era la facciata vera e propria della chiesa romanica. Sugli stipiti del portale sono ancora visibili gli incassi del sistema di chiusura del portone. Si arriva così nella navata centrale della chiesa: la pianta è longitudinale e si sviluppa in tre navate, ciascuna delle quali termina con un’abside. All’interno è possibile ammirare varie tecniche costruttive medievali: si riconoscono murature con conci di calcare, filari di laterizi nelle porzioni centrali e negli archi e infine tufelli nelle parti superiori.

Le navate sono suddivise da una serie di archi che poggiano su quattro colonne di reimpiego e due pilastri per lato. Interessanti sono i capitelli del colonnato in stile ionico di età severiana le cui forme furono riprodotte in altri due di epoca medievale (i primi due sul lato destro).

Dalla navata sinistra si scende alla cripta al disotto del presbiterio dove, fino agli anni Settanta, l’acqua della sottostante falda acquifera si infiltrava e ristagnava. Quest’acqua era ritenuta miracolosa a tal punto che in occasione della festa della nascita di s. Giovanni Battista (24 giugno) i palombaresi vi si immergevano o la bevevano per ottenere benefici. La navata sinistra è occupata da un ambiente sopraelevato che funge da base quadrangolare al campanile: all’interno si trova una piccola abside decorata da un affresco, databile al XI o XII sec., raffigurante san Michele arcangelo. Alcuni studiosi ipotizzano si tratti di una schola cantorum mentre altri sostengono possa essere una cappella cosiddetta “aerea”, tipica dell’ambiente franco di età carolingia e ottoniana p. 64. Dinanzi ai gradini che conducono al presbiterio si può notare nella pavimentazione una disposizione differente di alcuni laterizi rispetto a tutti gli altri: testimoniano la presenza al di sotto dell’attuale pavimento di tre porzioni di muro del primitivo oratorio risalente al VI-VIII sec., notevolmente più piccolo rispetto alla chiesa attuale del XII secolo.

Nella navata destra si può ammirare la pergola marmorea di Centurius: prende il nome dall’artista che la realizzò e che firmò il suo lavoro lungo l’architrave. Si tratta di un bell’esempio di cosmatesco, datato al 1170. Nella pergola si riconosce anche un’epigrafe romana nella base della prima colonnina di sinistra; meravigliosi sono anche i pregiati marmi (il marmo bianco, il verde antico e il porfido rosso) che decorano le due lastre.

Situato al centro del presbiterio, al di sopra dell’altare in muratura, si innalza il ciborio vero e proprio capolavoro: su quattro colonne di marmo di riuso, una delle quali ricavata da un’epigrafe sbozzata per renderla cilindrica, altrettanti capitelli in stucco sorreggono le lastre dello stesso materiale ornate da un nastro che forma diversi intrecci a rete su tutta la superficie dal disegno continuo e omogeneo mentre sulla ghiera dell’arco presentano una trama intrecciata di nodi multipli. Lo si data all’XII secolo, opera di maestranze oltramontane. Sulla destra, appoggiato al muro, si può ammirare il tabernacolo costituito da due colonne tortili e un timpano con tracce della decorazione pittorica.

All’inizio della navata destra si possono ammirare gli unici due riquadri superstiti di un più esteso ciclo che raffigurava la vita di San Guglielmo, fondatore dei guglielmiti. Si scorgono anche una testa di un santo e la figura intera di un monaco con il donatore ai suoi piedi. I due riquadri sono ripresi dalla Vita, redatta da Teobaldo nel XIII sec., che fondeva la vita di san Guglielmo di Malavalle con alcuni episodi della vita di san Guglielmo duca d’Aquitania. Gli affreschi, databili verso la fine del XIV sec., rappresentano infatti Guglielmo d’Aquitania, convinto oppositore di papa Innocenzo II, che si converte dinanzi a un miracolo di san Bernardo di Chiaravalle che fece inginocchiare il suo cavallo dinanzi all’ostia consacrata. Miracolosamente giunto fino a noi, è l’affresco – molto interessante – che si può ammirare su quella che un tempo era la parte alta della facciata della chiesa, oggi all’interno di uno degli ambienti ricavati dai guglielmiti e a cui si accede dal vialetto sulla sinistra della chiesa. Rappresenta gli angeli in adorazione della croce e si rifà a modelli romani. Il dibattito circa la sua datazione è ancora molto acceso.

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