Labolizionismo è un movimento politico per l'abolizione del commercio degli schiavi e la soppressione della schiavitù. Nasce e si sviluppa in Europa e in America tra la fine del XVIII e il XIX secolo, come movimento e istanza morale, basato su considerazioni umanitarie - già in uso presso gli antichi Ebrei, i quali usavano riscattarsi reciprocamente per conservare lo status di esseri umani e la propria libertà - considerazioni emerse alquanto successivamente anche presso i "gentili" nella cultura illuministica o cristiana.Lisa Lindsay, Captives as Commodities: The Transatlantic Slave Trade, Pearson Education Inc., New Jersey (USA), 2008Niall Ferguson, Empire: How Britain Made the Modern World, Penguin Books, Londra, 2003

Benché la tratta e la schiavitù fossero diffuse anche nel Mondo arabo e in altre parti dell'Africa e dell'Asia, solo in Occidente emersero istanze sufficientemente incisive da portare alla loro abolizione.Jacques Heers, Négriers en terres d’islam, Perrin, Parigi, 2003 (seconda edizione: 2007)Olivier Pétré-Grenouilleau, Les Traites négrières. Essai d'histoire globale, Gallimard, Parigi, 2004 «Furono poi gli sviluppi e gli effetti della rivoluzione industriale sul mercato capitalistico mondiale a fare della schiavitù un istituto superato e controproducente. L'economia internazionale non aveva più bisogno di masse di schiavi impegnate nelle piantagioni, ma di lavoratori salariati che producessero ricchezza e consumassero merci, di nuovi mercati per lo smercio della produzione industriale e l'investimento di capitali.». «La schiavitù era ormai antieconomica, una pietra di inciampo: doveva venire abolita»Raimondo Luraghi, The rise and fall of the plantation South, New York 1978 p.49 Gli abolizionisti concentrarono i propri sforzi dapprima sull'abolizione della tratta degli schiavi africani verso le Americhe, quindi sull'abolizione della schiavitù nelle colonie o ex colonie europee e infine sul contrasto alla tratta araba e alla schiavitù in Africa e in Asia.Paul Lovejoy, Transformations of Slavery: A History of Slavery in Africa, Cambridge University Press, Cambridge, 2012

Il termine viene genericamente usato anche in riferimento a quelle correnti di pensiero o movimenti politici e sociali che si battono per l'abolizione di leggi, costumi o consuetudini ritenute non più adeguate ai tempi e ingiuste. In particolare si parla di abolizionismo anche nel caso del movimento che negli anni trenta negli Stati Uniti sosteneva la necessità di porre fine a quelle leggi che proibivano l'uso di bevande alcoliche (proibizionismo).

L'abolizionismo teorico

Nel mondo antico, che definiva giuridicamente lo schiavo come un "istrumentum vocale", un utensile provvisto di voce, la volontà di trattare umanamente gli schiavi o addirittura di abolire la schiavitù era presente in filosofi come Seneca, che riteneva che la schiavitù fosse un'istituzione priva di ogni base giuridica, naturale e razionale. Per questo, diceva, gli schiavi vanno trattati come tutti gli altri esseri umani («servi sunt, immo homines» sono servi anzi uomini) e così per le differenze sociali: "Che significa cavaliere, liberto, schiavo. Sono parole nate dall'ingiustizia." (Epistole, 31). Ma in fondo, aggiungeva, la vera schiavitù è quella che assoggetta gli uomini alle passioni e ai vizi. Tutti noi siamo schiavi spiritualmente e solo la filosofia può liberarci. Quindi vi è nel mondo un'ingiustizia di fondo verso cui è inutile ribellarsi.

Una spiegazione cristiana dell'origine della schiavitù si trova invece ad esempio in sant'Agostino, che attribuisce l'origine della schiavitù alle conseguenze del Peccato originale, asserendo anche che «è evidentemente giusto che coloro i quali sono superiori quanto alla ragione siano superiori anche quanto al comando». Scriveva l'abate Smaragdo di Saint-Mihiel sotto Ludovico il Pio «Non è la natura che ha fatto gli schiavi è la colpa» e allo stesso modo nel VI secolo Isidoro di Siviglia: «La schiavitù è un castigo inflitto all'umanità dal peccato del primo uomo», e La chiesa stessa quindi, diventata un'istituzione, possedeva un gran numero di schiavi e se qualcuno, in aderenza alla parola evangelica, voleva mettere in pratica il principio cristiano dell'eguaglianza in Cristo di tutti gli uomini, questi andava severamente condannato. Nel sinodo di Gangra (324?) si affermava: «Se qualcuno sotto il pretesto della pietà, spinge lo schiavo a disprezzare il suo padrone, a sottrarsi alla schiavitù, a non servire con buona volontà e rispetto, che egli sia scomunicato»M. Bloch, Op. cit. Un problema particolare si poneva poi alla Chiesa riguardo alla possibilità degli schiavi di essere consacrati al sacerdozio: cosa da tutti ritenuta impossibile poiché un uomo come lo schiavo sottoposto secondo la legge al potere assoluto di un padrone non avrebbe avuto l'indipendenza e la libertà necessaria a chi dispensava i sacramenti.Alberto Piola, Donna e sacerdozio: Indagine storico-teologica degli aspetti antropologici dell'ordinazione delle donne, Effata Editrice IT, 2006 p. 239 Nel Concilio di Aegde del 506 venne trattato il tema della limitazione della schiavitù. San Patrizio condannò la schiavitù.Warren, L. (2019). Fire on the Water: Sailors, Slaves, and Insurrection in Early American Literature, 1789-1886. United States: Bucknell University Press.

La morale cristiana e l'abolizionismo Secondo fonti vicine alla chiesa cattolica, la chiesa, introducendo validità religiosa ai matrimoni contratti dagli schiavi e promuovendo la pia pratica dell'affrancamento, non un dovere ma un atto raccomandabile, avrebbe contribuito concretamente all'abolizione della schiavitù, che ad opera dei re cristiani sparì quasi del tutto in Europa alla fine del X secoloLa Civiltà cattolica, Anno XVI, Volume 102, Parte 4, p. 33 pur sopravvivendo però quella forma di transizione dalla condizione di schiavo a quella di libero rappresentata dalla servitù della glebaI servizi a cui i servi della gleba erano obbligati, va precisato, a differenza della schiavitù, non avevano un carattere generico, ma erano precisamente definiti. Inoltre i servi della gleba, diversamente dagli schiavi, non venivano considerati "cose" ma persone, avevano il diritto alla proprietà privata, sebbene limitata ai beni mobili, potevano sposarsi, avere figli ai quali lasciare un'eredità. Il feudatario non aveva diritto sulla vita del servo della gleba, che però poteva essere venduto insieme alla terra, su cui aveva il diritto-dovere di restare. che permase in Europa sino al XIX secolo quando fu abolita con l'emancipazione decisa in Russia nel 1861 dallo zar Alessandro II. La Chiesa con papa Gregorio XVI aveva già nel 1839 proclamato l'abolizione dello schiavismo.

Altre interpretazioni storiche attribuiscono invece la graduale scomparsa della schiavitù come pratica diffusa in Europa piuttosto a motivazioni economiche. A seguito di cambiamenti tecnologici e una diversa strutturazione della produzione agricola, si sarebbe quindi avuto il passaggio dal sistema delle ville o manieri, con un grande edificio al centro di un latifondo coltivato da schiavi, a un sistema invece basato su contadini indipendenti e distribuiti sul territorio, riuniti in villaggi.

L'abolizionismo per l'Impero e la Chiesa nel Cinquecento Si tornò in Europa a discutere di abolizione della schiavitù con la scoperta del Nuovo Mondo che entrò a far parte dell'Impero spagnolo. Carlo V nel decreto del 1526, su parere del Consiglio Reale delle Indie istituito per la protezione degli Indios, proibiva la schiavitù in tutto l'Impero. Il 2 giugno del 1537, papa Paolo III in una sua lettera Veritas ipsa indirizzata al cardinale Jean de Tavera, arcivescovo di Toledo, dichiarava che gli Amerindi sono esseri umani che hanno diritto alla libertà e alla proprietà condannando decisamente la pratica della schiavitù: argomenti questi ribaditi ufficialmente, quasi con le stesse parole, con la bolla pontificia Sublimis Deus pubblicata pochi giorni dopo.

La scoperta del Nuovo Mondo aveva infatti posto nuovi problemi teologici alla Chiesa. «Già la stessa esistenza della popolazione americana su terre così lontane da ogni altro continente conosciuto faceva sorgere la questione di spiegarne l'origine e il passaggio sul Nuovo Mondo in maniera conforme al racconto della Genesi...» e d'altra parte veniva a mancare « [...] quella che era stata una convinzione unanime dei teologi medioevali, che cioè non esistesse alcun paese al mondo in cui il Vangelo non fosse stato predicato»R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana del Cinquecento, Ricciardi, Milano-Napoli, 1959.

Si trattava di stabilire «quali possibilità di salvezza avesse l'uomo virtuoso rimasto nell'ignoranza della religione». La Chiesa rispose in maniera straordinariamente moderna sostenendo che anche i popoli rimasti fuori della Chiesa potevano partecipare della salvezza grazie all'assistenza diretta dell'Onnipotente. Il che voleva dire affermare la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini e di tutte le nazioni così come avrebbe sostenuto dapprima il religioso Pedro de Córdoba con il padre missionario Antonio de Montesinos, nel 1511, e poi il frate Bartolomé de Las Casas che, difendendo l'indigeno americano, difendeva l'uomo in quanto tale.

Il dibattito sull'abolizionismo

Nonostante le leggi protettive delle popolazioni d'America, continuò lo sfruttamento degli Indios al punto che fin dal 1516 il frate Las Casas, per evitarne l'estinzione totale, si era fatto promotore del trasferimento in America dei neri dell'Africa e ciò veniva auspicato anche per motivazioni economiche, in quanto i neri apparivano assai più idonei a resistere alle fatiche. Era chiaro anche che con i massacri degli Indios: «Vostra Maestà e la sua reale corona perdono grandi tesori e ricchezze che in tutta giustizia potrebbero ottenere, tanto dai vassalli indiani, quanto dalla popolazione spagnola, che se lasciasse vivere gli indiani, diverrebbe grande e potente, il che non sarà possibile se gli indiani muoiono».

Si stabilì così che ad ogni colono spagnolo fosse concesso il diritto di importare dodici neri africani con l'obbligo di liberare e rimandare i suoi indiani ai loro villaggi e a quello che rimaneva delle loro terre. «Di questo consiglio il prete Las Casas si pentì grandemente, poiché poté vedere e constatare che la cattività dei Neri è altrettanto ingiusta che quella degli Indiani [...] che l'ignoranza in cui si trovava e la sua buona volontà lo facciano perdonare dal giudizio divino...» (Istoria o Brevissima Relazione della Distruttione dell'Indie Occidentali di Mons. Reverendissimo Don Bartolomeo Dalle Case, Sivigliano dell'ordine dei Predicatori, trad. di G. Castellani, Venezia, 1643)

La Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie occidentali che il Las Casas inviò al re di Spagna nel 1542 denunciando il genocidio degli Indios causò l'accesa reazione dei coloni che, accusandolo di aver tradito la sua razza e la sua religione, lo costrinsero a lasciare la diocesi del Chiapas e a ritornare in Spagna.

Le tesi di Juan Ginés de Sepúlveda

Di fronte alla relazione di Bartolomeo De Las Casas, la Spagna fu scossa da un vasto dibattito tra i sostenitori della schiavitù e gli "abolizionisti". A sostegno dei primi un alto funzionario, il cronachista imperiale Juan Ginés de Sepúlveda scrisse nel 1547 un Trattato sopra le giuste cause della guerra contro gli indi.G. Gliozzi, La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo da Colombo a Diderot, Principato, Milano, 1971