La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 2001 al 2003 comprende il biennio in cui il segretario Fausto Bertinotti tenta di modificare l'identità del Prc, cerca un rapporto privilegiato con i movimenti esplosi nel G8 genovese e che si conclude con la fine delle ostilità con la coalizione de l'Ulivo.

Dopo Seattle, la svolta n. 1: addio a Stalin Il 21 gennaio 2001 ricorrono gli 80 anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano. In quell'occasione Fausto Bertinotti tiene a Livorno un ampio discorso che culmina in una nuova parola d'ordine per il partito: «Sradichiamo dal nostro interno ogni residuo di stalinismo». Al contempo propone «una scelta netta: una rinascita marxiana», cioè tornare a Marx per uscire «dalla crisi del movimento comunista del Novecento». È la prima di una lunga serie di svolte che cambieranno in breve tempo il volto di Rifondazione.

Per il 13 maggio dello stesso anno sono previste le elezioni politiche. Dopo una lunga ed estenuante trattativa tra Ulivo e Prc, Rifondazione decide alla Camera dei deputati di concorrere solo nella quota proporzionale (patto di «non belligeranza»), e di presentarsi comunque al Senato, ma come forza indipendente. I risultati non sono dei migliori (5%), anche se si registra una lieve crescita e in ogni caso il Prc risulta l'unico partito fuori dai poli a superare agilmente lo sbarramento del 4%.

Tuttavia il centrosinistra perde e a Palazzo Chigi torna Silvio Berlusconi. Al Senato il mancato accordo tra Ulivo e Prc, permette alla Casa delle Libertà di conquistare 40 seggi che, altrimenti, avrebbero impedito a Berlusconi di avere una maggioranza al Senato. Per questo motivo Bertinotti sarà oggetto di durissime critiche, interpretate in quei giorni dal regista Nanni Moretti che darà dell'«irresponsabile» al segretario di Rifondazione Comunista.

Bertinotti intanto prosegue nella sua opera "movimentista" e al Cpn del 26 e 27 maggio 2001, dopo aver fatto il punto della situazione dopo il voto politico, propone di «dare vita a una sorta di Costituente programmatica della sinistra alternativa», che «non si tratta di una somma, quanto di un processo di allargamento per contaminazione. In sostanza si tratta di dare vita a livello mondiale, europeo e italiano di un nuovo movimento radicalmente riformatore. Si tratta di rafforzare un nuovo movimento operaio, in relazione con i movimenti contestatori dell'assetto capitalistico della società, capace di produrre una nuova idea di governo dell'Italia e dell'Europa, in stretta connessione con l'idea di un superamento del capitalismo». Il tutto nell'ottica di «contribuire alla costruzione e alla connessione dei movimenti».

Gli stessi movimenti che di lì a poco verranno segnati dalla contestazione al G8 in programma a Genova per luglio.

Qui il Prc è parte integrante del Genoa Social Forum, aggregazione di associazioni anti-G8, creato da Vittorio Agnoletto, già esponente di Democrazia Proletaria e candidato dal Prc alla Camera due mesi prima.

Svolta n. 2: "Rifondazione, rifondazione, rifondazione" Dopo i fatti di Genova, Rifondazione è certa che il «movimento dei movimenti» è una realtà cui rapportarsi. Ma per far ciò al segretario Bertinotti non basta aprire il Prc, serve una profonda e radicale rifondazione ideologica del partito, come già avvenuto con lo stalinismo.

E a settembre Bertinotti lo dice esplicitamente a una Festa di Liberazione a Meldola, in Romagna: «Non possiamo apparire come chi vuole conservare una pur grande storia, in cui ci sono state però anche delle tragedie, che ci rendono lontani rispetto a tanti che pure ascoltano con interesse ciò che diciamo». Dunque: «Liberiamoci dalle nostre scorie e cambiamo».

E un nuovo mutamento ideologico arriverà nel Cpn del 15 e 16 settembre, quattro giorni dopo gli attentati negli USA. Riflettendo a caldo sui fatti che stanno sconvolgendo il pianeta, il Prc approva un ordine del giorno dal titolo «No alla spirale guerra-terrorismo»Odg No alla spirale guerra-terrorismo . Nel documento in pratica si condannano tanto gli attentati terroristici, quanto la conseguente guerra in Afghanistan voluta dagli Usa, ma, cosa anomala per un partito che si dice comunista, il tutto non viene letto con le categorie leniniste dell'imperialismo.

L'addio all'imperialismo è dunque la seconda svolta ideologica di un partito lanciato ormai come un treno verso un ripensamento totale della propria identità.

Intanto, il 6 settembre scoppia un piccolo caso quando il quotidiano La Stampa pubblica un virgolettato di Bertinotti che ai suoi avrebbe detto: «Fra cinque anni quando si tornerà a votare per forza di cose noi e la sinistra moderata dovremo presentarci insieme». Il giorno dopo Bertinotti smentisce, ma il quotidiano torinese replica che è tutto vero.

Una nuova polemica arriverà un mese dopo a causa di un'intervista che Bertinotti rilascia al Quotidiano Nazionale del 4 novembre. Dichiara Bertinotti: «Potrà sembrare paradossale ma Berlusconi sta facendo quelle cose che non hanno voluto fare Prodi, D'Alema e Amato e che si sono poi rivelate la pietra tombale dell'Ulivo».

Al Cpn del 15 e 16 dicembre arriva la "rivoluzione": vengono approvate le 63 tesi su cui verterà il successivo V congresso del partito. A redigerle è Paolo Ferrero, già demo-proletario, che Bertinotti ha voluto per far svoltare il partito. Le tesi sono approvate con 181 sì, 28 no e 45 astenuti. In maggioranza vi sono anche i trozkisti dell'area Erre di Livio Maitan e del Capogruppo al Senato Gigi Malabarba. Ma il Cpn è tutt'altro che tranquillo visto che le tesi toccano punti ideologici non da poco. L'ala destra ex-cossuttiana, "L'Ernesto", propone solo pochi emendamenti, ma cruciali; mentre i trotzkisti di Ferrando propongono 36 tesi alternative.

Il 4 aprile 2002 si apre così il V congresso del Prc, definito «della svolta a sinistra», e il cui slogan è «rifondazione, rifondazione, rifondazione». Nella sua relazione introduttiva, Fausto Bertinotti pone subito «il problema della costruzione, in rapporto con lo sviluppo del movimento, di un nuovo progetto politico», per «costruire nella società, in Italia e in Europa, un'alternativa di modello sociale e di democrazia, che può diventare anche alternativa di governo, fondata sulla duplice discriminante del no alla guerra e alle politiche neo-liberiste. E, contestualmente, si propone di rifondare la politica, dopo che essa è stata devastata dall'omologazione e dal pensiero unico del mercato, a partire dalla ripresa della sua ambizione più alta, quella di cambiare la società esistente, di trasformare la società capitalistica».

Bertinotti ribadisce anche che «lo stalinismo è incompatibile col comunismo». Se da un lato si chiude coi vecchi maestri sovietici, dall'altro se ne propongono di nuovi. La conclusione della relazione ne indica uno: Frei Betto. Chiude infatti Bertinotti: «Frei Betto (...) ci dice quale deve essere il nuovo mondo possibile: 'Proponiamo - ha scritto Frei Betto - di definire questa società con un termine che riassume, da circa due secoli, le aspirazioni dell'umanità a un nuovo modo di vivere, più libero, più ugualitario, più democratico e più solidale. Un termine che - come tutti gli altri ("libertà", "democrazia", ecc.) - è stato manipolato da interessi profondamente antipopolari e autoritari, ma che non per questo ha perduto il suo valore originario ed autentico: socialismo'. Vale anche per noi. Anche per noi il futuro si chiama socialismo».

Tuttavia non mancheranno delle polemiche sulle innovazioni apportate dal congresso, ma la maggioranza che guiderà il partito, resta sostanzialmente quella già uscita dal precedente congresso.

Due grandi lotte di opposizione (autunno 2001 - primavera 2003) Il pacifismo arcobaleno

Dal 2001, gli Usa sono determinati nello sradicare il terrorismo ricorrendo alla guerra. Nel far ciò, l'amministrazione repubblicana di George W. Bush, trova un alleato fedelissimo nel governo italiano di Silvio Berlusconi. Il Prc si trova così in prima linea nel fronteggiare ogni logica guerrafondaia.

Primo banco di prova è l'Afghanistan, attaccato dagli Usa il 7 ottobre 2001.

Per far ciò Rifondazione si appella ripetutamente all'articolo 11 della Costituzione italiana, che impedisce all'Italia di fare guerre di aggressione, ma solo di difesa. Tuttavia il governo Berlusconi è determinato nell'inviare comunque delle truppe italiane in Afghanistan, un anno dopo l'attacco Usa.

Il 15 settembre 2002, dopo il Giubileo degli oppressi, il padre comboniano Alex Zanotelli con diverse associazioni, lancia la campagna "Pace da tutti i balconi!". In pratica si chiede a tutti i sinceri pacifisti di mettere nei balconi la bandiera della pace color arcobaleno o, in alternativa, un semplice lenzuolo bianco con su scritto PACE oppure NO ALLA GUERRA. L'iniziativa sarà un successo e anche il Prc aderisce con entusiasmo. Da allora la bandiera della pace sarà onnipresente in ogni lotta del partito contro la guerra, come di altri partiti della sinistra.

Il 3 ottobre a votare in Parlamento contro l'invio del contingente militare, saranno solo il Prc, il Pdci, i Verdi e parte dei Ds. Il movimento pacifista è in minoranza anche dentro l'opposizione di centrosinistra.

Ma ormai incombe la guerra in Iraq contro il suo presidente Saddam Hussein: il 16 ottobre Bush firma una risoluzione del Congresso che autorizza la guerra contro l'Iraq.

Il 19 febbraio 2003, il Prc presenta in Parlamento una sua mozione indipendente nella quale chiede un 'no' convinto contro ogni soluzione che preveda la guerra.

Il 5 marzo, Bertinotti aderisce, con altri esponenti politici e sindacali, a una giornata di digiuno indetta dal Vaticano «contro la guerra e il terrorismo».

Il 20 marzo l'Iraq è sotto attacco e vi resterà ufficialmente fino al 1º maggio. Seguirà una lunghissima guerriglia.

Il 3 aprile viene comunque approvata dal parlamento una mozione sulla guerra in Iraq. Il centrosinistra presenta tre mozioni distinte. Una di queste è presentata da Prc, Pdci e Verdi.

Il 12 ottobre il Prc partecipa alla tradizionale e cattolica Marcia per la Pace Perugia-Assisi. L'evento si rinnoverà ogni 2 anni.

A questo punto Bertinotti è pronto a far sterzare il pacifismo di Rifondazione verso la nonviolenza.

Lo Statuto dei Lavoratori

Il 17 agosto 2001, il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, spinge per un ripensamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa in imprese sopra i 15 dipendenti. Più precisamente Fazio chiede al governo «maggiore facilità sia nel licenziare che nell'assumere».

L'idea è accolta subito e favorevolmente sia dal ministro per le Attività Produttive, Antonio Marzano, sia dalla Confindustria presieduta da Antonio D'Amato; mentre un secco no arriva dai sindacati uniti. Bertinotti, chiamato in causa, dirà che la proposta di Fazio «è inaccettabile socialmente e inefficace economicamente».

Malgrado ciò, il governo e Confindustria ritengono che la flessibilità sia decisiva per il rilancio dell'economia nazionale, e inizia un lunghissimo braccio di ferro con i sindacati e l'opposizione in genere.

L'apice della conflittualità si raggiungerà con la manifestazione nazionale indetta dalla CGIL al Circo Massimo di Roma il 23 marzo 2002. Tre milioni di persone inondano la capitale, per ascoltare il segretario nazionale della CGIL, Sergio Cofferati, che parlerà dell'articolo 18 come di un «diritto fondamentale della persona». La manifestazione portò allo sciopero generale del 16 aprile, che sarà di vaste dimensioni.

Il giorno dopo, 17 aprile, Fausto Bertinotti lancia dalla prima pagina di Liberazione, la proposta di raccogliere le firme per un referendum che estenda le tutele dell'articolo 18 anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Secondo Bertinotti, rifacendosi alle parole di Cofferati, la dignità del lavoratore non può fermarsi nelle aziende sopra i 15 dipendenti. Da qui l'idea del referendum estensivo.