La necropoli dei bambini di Lugnano, sulla sinistra idrografica della valle del Tevere, è un eccezionale ritrovamento archeologico di epoca tardo romana, consistente in una numerosa serie di sepolture che, sulla base delle ceramiche ritrovate, sono state datate intorno alla metà del V secolo. Una delle tante particolarità, da cui deriva il nome attribuito, dipende dal fatto che le sepolture riguardano esclusivamente corpi di bambini (in maggioranza neonati) e feti abortivi, in numero, rispettivamente, di 25 e 22.Le sepolture, in totale 47, riguardavano 18 feti, 22 neonati e solo 7 bambini di età superiore ai sei mesi; di questi solo uno mostra un'età di 2-3 anni. A questi numeri andrebbe aggiunta circa una dozzina di sepolture che, secondo la stima degli autori, sono ancora da riportare alla luce. È da osservare, come fanno notare gli autori della ricerca, che di una corrispondente necropoli di adulti nessuna traccia è stata ancora trovata.
Una numerosa serie di indizi suggerisce che le morti si consumarono tutte in un arco di tempo brevissimo; una circostanza questa che ha indirizzato gli studiosi verso l'ipotesi di una pestilenza. La ricerca delle esatte cause della moria ha dato origine ad un fruttuoso filone di ricerca interdisciplinare che, con una serie di argomentazioni, è giunto alla conclusione di trovarsi di fronte alla prima evidenza archeologica della malaria.
Sono stati inoltre riconosciuti i segni della persistenza, all'interno di un'area ormai da tempo cristianizzata, di antichi riti di stregoneria e di sacrifici pagani. Di converso, la mancanza di alcun segno di cristianità nelle sepolture, può addirittura lasciare prefigurare la sopravvivenza, nella tarda antichità, di una comunità ancora profondamente permeata da una religiosità pagana. L'unico segno riferibile ad un possibile influsso della spiritualità cristiana, può essere la stessa circostanza della sepoltura di bambini di così breve esistenza: si tratta infatti di un'usanza sconosciuta al mondo romano precristiano.
La scoperta fornisce lo spunto per importanti implicazioni sulla cronologia e sulla storia epidemiologica della penetrazione della malaria in occidente. Essa ha permesso inoltre di avanzare affascinanti ipotesi sul ruolo attivo che la malaria potrebbe aver giocato quale cofattore del declino del mondo antico. Ma paradossalmente, quella stessa epidemia che falcidiò i bambini di Lugnano potrebbe aver avuto un ruolo importante nel proteggere le antichità romane dalla distruzione, condizionando le scelte di Attila che, nel 452, rinunciò repentinamente al suo proposito di calare su Roma: una decisione di grande portata storica, ma la cui genesi non trova altrove una convincente spiegazione.
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Gli scavi Gli scavi, compiuti negli anni 1988-1992 dall'équipe del prof. David Soren dell'Università dell'Arizona a Tucson, hanno riportato alla luce la necropoli in una località collinare detta Poggio Gramignano, ubicata nella media valle del Tevere, sulla sinistra idrografica del fiume, nel comune di Lugnano in Teverina, ad un'altezza di 185 m slm. Le sepolture sono state rinvenute all'interno di una villa romana di età augustea, costruita intorno al 15 d.C.,Nell'area sono state trovate tegole recanti marchi del I e del II secolo d.C.: la datazione di poco successiva al 10 d.C. è quella avanzata dal prof. Soren. Un altro dei contributori (Archer Martin), si esprime nei termini di una datazione lievemente più tarda, intorno alla metà del I secolo (p. 229 del resoconto degli scavi). ma già in rovina dal III secolo.La rovina della costruzione è datata all'inizio del III secolo, con utilizzi solo sporadici e accidentali in epoca successiva. Tuttavia, la presenza di bolli laterizi delle Figlinae Publilianae (Monacchi in Soren e Soren, A Roman villa..., cit., 1999, pag. 382), databili ai primi decenni del III secolo potrebbe indicare un serio tentativo di manutenzione in quell'epoca. (cfr. Eva Margareta Steinby, La cronologia delle figlinae doliari urbane dalla fine dell'età repubblicana fino all'inizio del III secolo. BCAR 84, Roma, 1974-75, 1977). La costruzione si adagiava su ondulazioni collinari affacciate sul Tevere, il cui corso si snoda circa 3,5 km più a sud. La villa era già in piccola parte conosciuta grazie alle sessioni di scavo condotte da Daniela Monacchi nel 1982 e 1984. Gli scavi di Soren e collaboratori, hanno incidentalmente rivelato che i pochi resti della villa fino ad allora conosciuti facevano parte di un ben più esteso complesso, articolato su oltre 1800 m2. L'area interessata dalla necropoli è costituita da cinque stanze facenti parte degli ambienti residenziali riservati alla servitù. Questi ambienti, addossati a un'ondulazione della collina a nordovest della villa, si trovavano collocati in posizione dominante rispetto alla dimora gentilizia.
Le sepolture Tra i sistemi di inumazione utilizzati vi è quello che vien detto a cista o a enchytrismos: i corpi, in posizione raccolta, furono inseriti (incistati) all'interno di contenitori, in questo caso anfore riadattate allo scopo.Un'immagine è visibile a questo indirizzo: . Non si tratta comunque dell'unico sistema adoperato: altri corpi furono semplicemente inumati oppure collocati sotto frammenti di anfora o, in altri casi, protetti da rudimentali alloggiamenti, rettangolari o spioventi, realizzarti con tegole e frammenti ceramici provenienti dalla villa in rovina. Le sepolture di feti e neonati furono confinate in due delle cinque stanze; a questi corpi sono dedicate le sepolture meno elaborate.
Reperti e resti animali e vegetali Molto peculiare è la varietà dei reperti che hanno accompagnato le inumazioni: una bambola d'osso intagliato, privata degli arti un braccialetto infantile una coppia di calderoni di bronzo impilati; una pentola in posizione rovesciata, al di sotto della quale si celava un recipiente in vetro per il versamento di liquidi e un osso di mammifero
Gli strati portati alla luce hanno rivelato la contemporanea deposizione di interessanti resti animali e vegetali, come: un artiglio dal tallone di un corvo parte dello scheletro di un rospo resti carbonizzati di caprifoglio resti scheletrici di una dozzina di cagnolini di 5-6 mesi d'età, di un esemplare di circa un anno e l'incisivo di un cane adulto. Gli scheletri dei cani mostrano segni di smembramento: i pezzi sono poi distribuiti su più livelli di terreno. i resti dei cani dilaniati ricorrevano esclusivamente nei pressi delle inumazioni di feti e neonati che, come detto, occupavano due delle cinque stanze.
Sopravvivenza di rituali magici e culti precristiani Sia gli oggetti che gli animali, di certo non direttamente collegabili ai defunti, sono stati interpretati come evidenti indizi di sacrifici e rituali magici e apotropaici, eseguiti in occasione delle sepolture ed in assenza di alcuna simbologia cristiana; si tratta, per gli autori della ricerca, di un'importante testimonianza della sopravvivenza di rituali pagani in un'area che secondo la propaganda ufficiale doveva dirsi cristianizzata. In particolare, agli occhi degli scopritori, i resti dei cani, dilaniati prima della loro deposizione, appaiono come elementi di un rituale sacrificale di purificazione delle donne abortenti.Si veda Soren e Soren, The University of Arizona excavations at Lugnano in Teverina , cit. in bibliografia. In effetti gli autori forniscono un completo resoconto dei riscontri sull'utilizzo di simili oggetti ed animali in connessione a riti di stregoneria. È attestato ad esempio l'utilizzo di sacrifici di cani sia in funzione apotropaicaPlinio, Naturalis historia, XXX 42 e XXX 64 ( su LacusCurtius). sia in riti di purificazione,Pausania, III. L'usanza romana di sacrificare cani è riportata anche da Ovidio (Fasti, Libro IV ), nella festa Robigalia. L'usanza, sconosciuta ai greci, è invece tipica dell'ambiente culturale etrusco-italico; si veda la voce Sacrifici su Mauro Cristofani, Dizionario della civiltà etrusca, Giunti, 1999, ISBN 88-09-21728-4, p. 254. essendo nota peraltro le superstizioni sull'impurità delle madri abortenti.Plutarco, De superstitione, 170b.
Per quanto riguarda i destinatari dei sacrifici e delle offerte rituali, deve trattarsi sicuramente divinità infere e non celesti. Soren ritiene plausibile che la destinataria dei rituali sia Ecate, deità ctonia e psicopompa, collegata al culto dei morti e, specificamente, all'accompagnamento dei morti prematuri; è significativa l'associazione del suo culto ai cani e, in particolare, ai cuccioli.
Lo scavo, così, darebbe conferma archeologica al modello esplicativo del fenomeno "cristianizzazione" illustrato da Cinzio ViolanteCinzio Violante, Le strutture organizzative della cura d'anime nelle campagne dell'Italia centro-settentrionale, in Cristianizzazione ed organizzazione ecclesiastica delle campagne nell'alto medioevo: espansione e resistenze, Settimane del Centro italiano di studi sull'alto medioevo, XXVIII, Spoleto, II, pp. 963-1158., secondo cui nell'età tardoantica, e fino agli inizi dell'alto medioevo, vi sarebbe stata una scarsa diffusione del processo di cristianizzazione, basato su una rete disarticolata e composta di insediamenti religiosi di basso profilo, nella quale trovavano posto anche alcune fondazioni private di cui non si conosce l'entità, ma che non sembrano in numero rilevante.
Lo schema inusuale di deposizione La deposizione dei cadaveri nelle cinque stanze si sviluppa secondo uno schema che gli scopritori non esitano a definire inusuale per una necropoli di epoca romana:«This is not the normal burial pattern for a Roman cemetery», nelle parole di Soren. il lavoro di inumazione ha dato luogo ad una successione di sottili accumuli di terra, gli ultimi dei quali sono costituiti in prevalenza da ceneri. Gli accumuli si sono stratificati fino a raggiungere un notevole spessore, causando l'elevazione per circa tre metri del livello del suolo nelle stanze all'interno di questa successione stratigrafica i resti umani sono distribuiti su vari livelli di profondità, con una intensificazione degli eventi al livello superiore nonostante la fitta stratificazione, l'uniformità dei resti ceramici e la corrispondenza tra giunzioni di frammenti fittili appartenenti a diversi livelli, hanno permesso di concludere che tutte le deposizioni appartengono ad un unico strato archeologico l'analisi dei campioni dei suoli interessati ha confermato l'uniformità dei vari strati sui resti dei cani dilaniati, di cui si è già detto, non vi è nessuno dei tipici segni rilevatori di un'esposizione agli agenti atmosferici: la loro dispersione su più strati non può essere attribuita a casuali interramenti successivi ma deve essere avvenuta in un breve arco di tempo Questi elementi permettono di affermare, come già anticipato, che le sepolture si susseguirono in uno strettissimo lasso di tempo, valutabile nell'ordine di poche settimane, se non addirittura di pochi giorni, con un ritmo di inumazione che si andò intensificando dalla prima e singola deposizione, attraverso sepolture multiple che si sono via via sovrapposte.
La stagione delle morti È stato anche possibile individuare la stagione dell'anno a cui risalgono le morti: la presenza di resti carbonizzati di caprifoglio,Si veda l'immagine: . un arbusto di macchia mediterranea che fiorisce e va a seme in piena estate, ha permesso di collocare gli eventi nella stagione più calda.
Questo collima con i sacrifici animali. È nota da Plinio l'usanza dei sacrifici di cani contro le febbri estive; il cane era infatti collegato a Sirio, stella della costellazione del Cane, un astro associato fin dall'antichità al pieno della stagione estiva, quando avveniva la sua sorgenza eliaca.Si tratta della cosiddetta canicola, un periodo variamente e approssimativamente collocato, secondo le latitudini e le culture, tra luglio e agosto.
La causa delle morti L'ipotesi di Mario Coluzzi