Durante la prima guerra mondiale fu protagonista delle vittorie di Gorizia e, come comandante della 2ª Armata, della Bainsizza. La sconfitta riportata nella battaglia di Caporetto, la cui preparazione non lineare venne appesantita dalle severe condizioni di salute del generale (nonché da una serie di disguidi di comunicazione), decretò la fine delle sue fortune: considerato dalla commissione d'inchiesta su Caporetto fra i principali responsabili della sconfitta, non venne più richiamato in servizio.
La commissione senatoriale che in seguito riesaminò le responsabilità del comandante giunse a conclusioni diverse da quelle a cui era pervenuta la commissione d'inchiesta, ma il documento che avrebbe sancito la riabilitazione formale del generale subì un arresto nel proprio iter per la ferma opposizione di Capello nei riguardi del Governo fascista, maturata dopo un'iniziale vicinanza politica. Il 4 novembre 1925 venne artatamente coinvolto nel fallito attentato contro Benito Mussolini organizzato dal deputato social-unitario Tito Zaniboni: nonostante l'assenza di prove, Capello venne condannato a trent'anni di carcere.
Dai contemporanei era ritenuto uno dei migliori tattici del Regio Esercito italiano; ancora a distanza di cinquant'anni dagli eventi lo scrittore Mario Silvestri sostenne che «di tutti i nostri comandanti d'armata Capello fu di gran lunga il migliore, quello più animato di spirito di iniziativa e dotato di notevole perspicacia ed intuizione, come dimostrò anche a Caporetto»M.Silvestri, Isonzo 1917, p. 111.. In possesso di notevole facilità di parola, il generale sapeva infondere fiducia nei propri uomini alla vigilia dell'assalto.
Biografia Luigi Capello proveniva da una famiglia della piccola borghesia: suo padre Enrico era funzionario dei telegrafi, sua madre Enrica Volpi era casalinga. Le origini familiari non facevano presagire una carriera brillante, giacché le alte gerarchie del regio esercito provenivano di solito dall'ambiente sabaudo della nobiltà di spada. Malgrado non sentisse un particolare interesse verso la carriera militare, Capello fu costretto a fare questa scelta perché i suoi familiari desideravano dargli un avvenire sicuro, viste anche le cattive condizioni di salute del padre.Manuel Galbiati, Giorgio Seccia, Dizionario biografico della Grande Guerra, vol. 1, Nordpress Edizioni, Chiari, 2009. ISBN 9788895774152
Iscritto nel 1875 alla Scuola Militare di Modena, ne uscì con il grado di sottotenente nel 1878, per poi completare la formazione presso la Scuola di guerra. Maggiore nel 1893 a Napoli, nel 1898 conseguì la promozione a colonnello e comandò il 50º Reggimento fanteria. In quegli anni aderì alla massoneria.
Con il grado di maggior generale nel 1910 comandò la Brigata "Abruzzi" per essere in seguito destinato in Libia durante la Guerra italo-turca, dove ebbe il comando di una brigata inquadrata nella 4ª Divisione speciale del generale Ferruccio Trombi, prendendo parte a combattimenti nel settore di Derna. Promosso tenente generale nel 1914 comandò la divisione militare territoriale di Cagliari.
Prima guerra mondiale Con l'entrata in guerra dell'Italia, avvenuta il 24 maggio 1915, prese parte, con la sua brigata Sassari, alle prime battaglie sul Carso e 28 settembre 1915, promosso tenente generale, passò al comando del VI Corpo d'armataEnciclopedia Militare - Il Popolo d'Italia - Milano. Vol. II. Grazie alla preparazione massiccia e alla fiducia nella vittoria maturata fra i soldati, comandante il VI Corpo d'Armata, Capello riuscì nella conquista di Gorizia (VI battaglia dell'Isonzo) ottenendo grande visibilità e destando anche l'attenzione di chi lo avrebbe gradito nel ruolo di Capo di Stato Maggiore in vece del generale Luigi Cadorna. Dopo un periodo sugli altipiani contrassegnato da scarsa attività, venne richiamato nella Zona di Gorizia e fu insignito della Croce di Grande Ufficiale dell' Ordine Militare di Savoia. Dal settembre 1916 passo al comando del XIII corpo d'armata e in dicembre del V Corpo.
In data 1º giugno 1917 gli venne assegnato il comando della 2ª Armata (di stanza nell'Isonzo) che portò alla conquista della Bainsizza nell'undicesima offensiva in quel settore. Fu una vittoria di grande impatto, sia per le ingenti risorse materiali disponibili, sia per il nutrito concorso dei nove corpi di armata (dislocati tra il Monte Rombon e Vipacco) compresi nel suo comando: fu la schiacciante vittoria italiana (vittoria a 'doppio taglio' per le insidie potenziali che il terreno conquistato presentava in caso di eventuale offensiva nemica) a stimolare il ricorso all' alleato tedesco da parte degli Austroungarici. Tali dinamiche costituirono i presupposti della sconfitta italiana nell'ottobre del 1917.
Favorevole all'offensiva (intesa principalmente come manifestazione costante dello spirito offensivo), fu promotore e formatore della Brigata 'Sassari'. Estese al contesto della 2ª Armata le innovazioni già sperimentate precedentemente sul piano sia della preparazione psicologica del soldato, sia del perseguimento costante della sinergia fra Fanteria ed Artiglieria al fine di proteggere le truppe durante l'assalto alle trincee nemiche. In particolare, già dalla conquista di Gorizia, appoggiò l'opera del generale Francesco Saverio Grazioli che avrebbe poi favorito l'istituzione dei Riparti d'Assalto (gli Arditi), suscitando malumori che alimentarono lo strascico di rivalità (incisivo sulle valutazioni inerenti alle sue responsabilità relative alla sconfitta: la Relazione prodotta dalla Commissione d'Inchiesta diede risalto principalmente ai suoi detrattori).
La preparazione della XII Battaglia dell'Isonzo Diversi fattori fecero sì che l'idea di un'azione offensiva programmata precedentemente venisse abbandonata dal Comando Supremo in favore del mantenimento di un assetto difensivo. Tale mutamento dopo anni di azioni offensive venne considerato da Capello potenzialmente pericoloso per il morale delle truppe: restare in attesa di quello che veniva comunemente considerato un improbabile attacco nemico avrebbe spento completamente lo spirito offensivo dei soldati, già stanchi dopo la battaglia d'agosto e sfibrati dalla subdola propaganda pacifista che da tempo circolava in zona di guerra. La malattia invalidante del Comandante della 2ª Armata (compagine su cui si abbatté poi l'urto nemico), la conseguente presenza di un comandante interinale (generale Luca Montuori) e la lontananza del Capo di Stato Maggiore (intento a verificare la concretezza dell'ipotesi circa un attacco simultaneo alle fronti trentina ed isontina) resero impossibile il dialogo diretto fra Cadorna e Capello con gravi ripercussioni. Il Comandante della 2ª Armata era fortemente propenso ad orientarsi verso una controffensiva di vasto respiro mentre al Capo di Stato Maggiore premeva soprattutto la saldezza dell'assetto difensivo dello schieramento. Le figure secondarie incaricate di mantenere i contatti fra i generali Cadorna e Capello rallentarono ulteriormente il dialogo a distanza, spesso fraintendendone i contenuti ed accrescendo così i margini già ampi di incertezza che angustiavano il generale Capello. In data 19 ottobre il confronto con Cadorna vi fu, ma pressoché a ridosso dell'attacco nemico: il Capo di Stato Maggiore ribadì la necessità di attenersi alla più stretta difensiva, riducendo la controffensiva d'armata ad azioni controffensive di carattere locale. Il generale Capello venne ricoverato per la severità dei sintomi che lo affliggevano ma, alla vigilia dell'attacco, pur febbricitante e malfermo in salute, ritornò alla sede del Comando senza autorizzazione medica.
Il 24 ottobre 1917 l'ala sinistra della 2ª Armata venne duramente colpita dall'attacco austro-tedesco. Anche la distruzione delle linee di comunicazioni (data da tempo per certa dal generale Capello, ma non recepita nella gravità della sua portata dal generale Pietro Badoglio) concorse alla destabilizzazione collettiva. Il 25 ottobre Capello, prima di essere nuovamente ricoverato, ebbe modo di parlare al generale Cadorna e, da lui invitato, di esporgli il suo pensiero circa l'azione più opportuna da compiersi. Ma la sua proposta del ripiegamento tempestivo, inizialmente approvata, suscitò perplessità all'interno del Comando Supremo tali da abbandonare l'idea, salvo riprenderla in seguito, quando il contesto si presentava di molto inasprito.
Sussistono numerose interpretazioni sulle cause della sconfitta riportata nella battaglia di Caporetto,, di cui alcune favorevoli agli intenti di CapelloDa un articolo di Alessandro Gualtieri del 25 aprile 2009 URL consultato il 13 gennaio 2013. Una fonte fondamentale per l'analisi del comando del generale Capello è quella degli scritti del maresciallo Caviglia, che tratta anche della concezione psicologica della guerra e della pedagogia delle masse messa in atto dal generale. Caviglia scagiona Capello dalle accuse di hybris e lo presenta come un comandante equilibrato.
Il Dopoguerra Finita la guerra il 3 settembre 1919 fu annunciato dal governo Nitti il collocamento a riposo del generale Capello, insieme a quello di Cadorna.
Capello fu tra i primi ad aderire nel 1920 ai Fasci italiani di combattimento e venne chiamato a presiederne il Congresso di Roma nel novembre 1921"Il Generale Capello appartenne alla massoneria", Storia illustrata nº 188, luglio 1973, pag. 5. Partecipò alla parata del 31 ottobre 1922 per la marcia su Roma ma, in seguito al voto del Gran consiglio del fascismo del 13 febbraio 1923 che dichiarava incompatibile l'adesione al Fascismo e alla Massoneria, Capello dichiarò apertamente la propria appartenenza massonica e abbandonò il PNFAnna Maria Isastia, "Massoneria e fascismo: la grande repressione", in: La Massoneria. La storia, gli uomini, le idee, a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Sergio Moravia, Mondadori, Milano, 2019, p. 176.; e nel 1924 difese fisicamente dagli attacchi fascisti la sede centrale del Grande Oriente d'Italia, Palazzo GiustinianiNicoletta Casano, Libres et persécutés. Francs-maçons et laïques italiens en exil pendant le fascisme, Paris, Garnier, 2015, p. 55, n. 2.. La sua aperta attività di opposizione al regime gli precluse la possibilità di veder riconosciute pubblicamente le vere responsabilità circa la sconfitta del 24 ottobre 1917 alle quali era giunta la Commissione Senatoriale nominata con Decreto del 12 aprile 1922: "Papà rispose in mia presenza al senatore: "Mi spiace conte, ma io desidero che la verità mi venga per la via maestra, ossia per quella diritta e del diritto e non per quella tortuosa del mercimonio". E a noi dopo disse: "Hanno sperato di togliermi di mezzo con l'allettamento di qualche biglietto da mille. Non rinuncio alla mia libertà di pensiero e non vengo a patti perché mi si faccia giustizia. Non ho premura; a questo, caso mai, penserà la storia".
Secondo alcuni storici militari, come Rochat e Schindler, mentre i comandanti italiani della Grande guerra come Diaz e Badoglio furono fatti oggetto di onori da parte del regime, Capello fu emarginato, soprattutto a causa della propria appartenenza alla Massoneria (essendo stato iniziato il 15 aprile 1910 nella loggia "Fides" di TorinoVittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori. Brevi biografie di Massoni famosi, Roma-Milano, Erasmo Edizioni-Mimesis, 2005, p. 56., avendo poi conseguito il 33° e massimo grado del Rito scozzese antico ed accettatoAldo A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai giorni nostri, Milano, 1972, pag. 506.). Anche la sete di verità, incurante degli equilibri che avrebbe infranto, congiurò a suo sfavore: "Ma Capello parla e scrive troppo. [...] lasci passare il tempo in silenzio" ebbe a suggerire Benito Mussolini. Ma il Generale ritenne impensabile seguire tale consiglio 'prudente'.
L'attentato a Mussolini