Le fontane di Napoli sono parte integrante della storia cittadina dall'età classica, arricchendo ulteriormente (assieme alle edicole sacre ma soprattutto alle scale, vero e proprio elemento distintivo della città) il panorama dell'urbanistica e dell'architettura partenopea.

L'approvvigionamento Il problema di condurre le acque in città: gli acquedotti

L’acquedotto più antico di Napoli è quello della Bolla, che ha fornito acqua alla città per oltre duemila anni. Il suo percorso iniziava dalle colline nell'entroterra casertano, attraversando la pianura conosciuta come Bolla o Volla, da cui prende il nome, per arrivare nella zona di Stadera. L’acqua veniva distribuita inizialmente nelle seguenti aree: Loreto, Mercato, Dogana, Annunziata e Cappella Vecchia.

L'antichità di questa struttura è testimoniata anche da eventi storici significativi, come quello del 537 d.C., quando il generale Belisario cercò di scacciare i Goti dalla città. Per conquistare Napoli, Belisario iniziò l’assedio interrompendo l’acquedotto Claudio, che poi venne distrutto nel corso dei secoli. Tuttavia, la popolazione non soffrì la carenza di acqua grazie alla presenza dell’acquedotto della Bolla, che dimostrò di essere sufficiente a soddisfare le esigenze idriche della città in quel periodo.

In epoca moderna, con la crescita demografica, la peste del 1528 e la nuova organizzazione urbana, il viceré Don Pedro de Toledo decise di ampliare l’acquedotto della Bolla. I lavori furono affidati all’ingegnere Antonio Lettieri, che pensò anche di ripristinare una parte dell’acquedotto Claudio. Con queste modifiche, anche le zone di Palazzo Reale, Vicaria, Tribunali, Foria, Santa Lucia e Toledo ottennero un adeguato approvvigionamento idrico.

Tuttavia, tali miglioramenti non si rivelarono sufficienti a soddisfare le crescenti necessità della città, che già soffriva del fenomeno dell'urbanesimo. Il terremoto del 1626 e i danni ad esso legati resero ancora più precario l’approvvigionamento idrico, costringendo a un ulteriore intervento. Per far fronte a questa carenza, fu deciso di convogliare verso Napoli l’acqua del fiume Faenza, proveniente da Airola, vicino a Sant'Agata de' Goti. I lavori furono diretti dall’ingegnere Alessandro Ciminelli e finanziati dal nobile Cesare Carmignano, da cui l’acquedotto prese il nome. Grazie a questi lavori, la città poté alimentare numerose fontane e mulini. Inoltre, l’acquedotto del Carmignano si univa a quello della Bolla, permettendo di estendere l'approvvigionamento idrico anche alla zona della Villa Reale.

Le zone collinari della città non furono raggiunte da un acquedotto fino alla costruzione di quello del Serino nel XIX secolo. In attesa, queste aree utilizzarono cisterne per raccogliere l'acqua piovana.

L’acquedotto del Serino fu costruito durante il regno di Umberto I di Savoia e sfruttava le acque provenienti dalle sorgenti del Serino. Fu realizzato durante il Risanamento, e l'acqua veniva raccolta in due grandi serbatoi, uno a Capodimonte e l'altro allo Scudillo. Per celebrare l’inaugurazione di questo acquedotto, fu costruita una grande fontana circolare nel cuore di piazza del Plebiscito.

Oggi sono ancora visibili numerosi resti di questi acquedotti, sia nel sottosuolo che in superficie, come testimonianza di ingegneria idraulica che ha accompagnato la storia della città per secoli.

Infine, merita menzione la rete di canali, lunga , costruita in epoca spagnola e ampliata sotto i Borbone nel XIX secolo. Tra i primi architetti coinvolti in questi lavori figurò Domenico Fontana. Questi canali furono realizzati per contrastare le piene del fiume Clanio, che da secoli ostacolavano lo sviluppo della zona, e per favorire l’espansione di Napoli verso nord. Oggi, questi canali sono considerati dei veri e propri capolavori di ingegneria idraulica.

Le "sorgenti di quartiere": le acque sorgive di Napoli L'approvvigionamento idrico a Napoli derivava sia dagli acquedotti che dalle acque sorgive, distribuite in varie zone della città.

Tra le sorgenti più celebri, quella del convento di San Pietro Martire si distingueva per la sua leggerezza, freschezza e abbondanza di acqua. Questa sorgente alimentava le ormai scomparse fontane del Tre Cannoli ed era molto apprezzata, non solo dalla popolazione, ma anche da importanti figure storiche, come Carlo V. Prima di lasciare Napoli, infatti, l’imperatore fece rifornire le sue galee con l'acqua proveniente proprio da questo convento.

Quasi ogni rione di Napoli era provvisto di almeno una sorgente d'acqua, e molte di queste sono passate alla storia. Ad esempio, a Santa Lucia, vi erano due acque sorgive, ma quella che ha lasciato le testimonianze più significative è quella che fuoriusciva dal Monte Echia. Altre sorgenti erano situate nei pressi della basilica di San Paolo Maggiore e nel quartiere aristocratico di Chiaia, nonché sulla scogliera del Castel dell'Ovo, zona di Santa Lucia, dove si trovava un’acqua sorgiva particolarmente apprezzata e utilizzata dai Borbone.

Storia Periodo greco-romano

Le fontane e le acque sorgive della Napoli antica divennero parte integrante della vita del popolo già durante il periodo della Magna Grecia. Oltre alla loro utilità pratica, furono anche oggetto di divinizzazioni e divennero punti di riferimento, con una forte rilevanza anche sotto il profilo socio-religioso ed esoterico. Purtroppo, nessuna fontana greca della città è giunta fino a noi.

In epoca romana, la città si arricchì ulteriormente di strutture idriche. Tra le poche fontane che sono sopravvissute, ricordiamo quella all'interno della villa Imperiale di Pausilypon e quella dell'edificio romano del I secolo d.C. a Carminiello ai Mannesi.

Dall'età medievale al XVIII secolo

Nel medioevo, anche a Napoli sorsero raffinate fontane che, come nel periodo antico, univano a una funzione utilitaria anche un'importante funzione decorativa e di arredo urbano. In questo periodo, la città, che era probabilmente la più popolosa d'Occidente, necessitava di nuove risorse idriche, in particolare fontane, un problema che si sarebbe accentuato in età moderna.

Durante la prima metà del Cinquecento, Napoli visse un vero e proprio "boom" di fontane: la popolazione aveva superato i abitanti e la domanda di acqua era sempre più urgente. Alcune fontane pubbliche vennero costruite contro muri, chiese, palazzi e altri edifici per evitare che il popolo ostacolasse il traffico nelle piazze o per rispettare le leggi municipali (come nel caso della fontana del Capone). Altre fontane furono erette a scopo celebrativo, come simbolo di un determinato periodo storico o per onorare un sovrano.

Le varie dinastie al potere promuovevano la costruzione di fontane per guadagnarsi il favore popolare, regalando ai cittadini nuove e magnifiche fontane come simbolo della loro generosità e del loro potere. Questo accadde soprattutto fino al XVIII secolo. Come attestato da antiche mappe e documenti, Napoli si ritrovò con un numero impressionante di fontane in vari punti della città.

Le fontane, tuttavia, furono anche "vittime" delle vicende storiche della città. Infatti, accadeva spesso che i sovrani, prima di lasciare Napoli a causa di un cambio di dinastia o per una rivolta popolare, distruggessero o danneggiassero fontane o altre strutture idriche come una sorta di "punizione" verso il "popolo traditore". Altri monumenti vennero addirittura razziati e portati via, come nel caso della pregevole fontana della Venere giacente.

Dal Risanamento alla prima metà del XX secolo

Nel corso del tempo, alcuni progetti che prevedevano la costruzione di nuove fontane rimasero solo sulla carta, mentre quelle già esistenti vennero spostate o modificate. Alcune fontane, considerate inopportune, vennero abbattute, come nel caso della fontana del Serino del 1885, installata in piazza del Plebiscito, di cui una parte fu poi spostata a Teano. Questo periodo, noto come Risanamento, fu caratterizzato da numerose demolizioni per motivi igienico-funzionali, che coinvolsero soprattutto i quartieri storici. Le autorità speravano di risolvere i problemi igienico-sanitari che affliggevano i quartieri popolari della città, applicando nuove concezioni urbanistiche che distrussero interi rioni, portando alla demolizione di molte opere storiche.

Un caso emblematico fu la distruzione di numerose strutture idriche situate nei pressi del Cimitero di Poggioreale, di cui oggi ne sopravvive solo una traccia, conservata nel chiostro di Sant'Eligio Maggiore.

Con il fascismo, Napoli divenne il punto di partenza ideale per una politica coloniale, e fu costruita la Mostra d'Oltremare, un grande complesso che comprendeva numerosi edifici e fontane.

Oggi, nonostante i danni subiti e la mancanza di un piano di restauro adeguato, il numero delle fontane storiche di Napoli è ancora considerevole. Si contano oltre centocinquanta fontane storiche (escluse le fontanelle e quelle private in chiostri e palazzi), suddivise in due categorie: quelle monumentali e quelle ornamentali. Altre fontane pubbliche sono conservate nei depositi comunali di Chiatamone, in attesa di restauro e di visibilità.

Fontane monumentali Le fontane monumentali di Napoli sono generalmente di dimensioni grandi o medie, fatta eccezione per l'imponente Fontana dell'Esedra (un'opera risalente all'epoca fascista del 1938), che si estende su una superficie di 900 m², rendendola senza dubbio la più grande e monumentale fontana della città. Essa si ispira alla fontana della Reggia di Caserta. A tal proposito, va considerato che anche quest'ultima fontana, quella della Reggia di Caserta, potrebbe essere inclusa tra le fontane monumentali napoletane, poiché il Palazzo Reale di Caserta, come altre architetture del periodo costruite al di fuori delle mura cittadine, facevano parte di un vasto progetto di riqualificazione urbanistica illuminista voluto dalla capitale.

Le fontane monumentali furono realizzate nell'arco di un periodo che va dall'età moderna alla prima metà del XX secolo, eccetto la Fontana del Carciofo (del 1956).

La magnificenza scultorea di molte di queste fontane è dovuta non solo al talento di grandi artisti come Bernini, Domenico Fontana, Michelangelo Naccherino, e altri, ma anche al lavoro di sapienti scultori di botteghe napoletane meno conosciute.

Di seguito vengono presentate alcune delle fontane più grandi, significative e preziose di Napoli, distribuite in diverse zone della città, dai parchi delle residenze reali alle piazze storiche.

La fontana dell'Esedra (XX secolo) è sita nella Mostra d'Oltremare. È un'opera di Carlo Cocchia e Luigi Piccinato; essa può contenere una massa d'acqua di ed emettere getti alti fino a 40 metri. Intorno è circondata da ottocento alberi d'alto fusto, soprattutto da pini e lecci. La fontana può contare su 76 vasche ad esedra, 1300 ugelli fatti di ottone e di bronzo, dodici fontane a cascata e altrettante elettropompe. Le decorazioni in ceramica sono di Giuseppe Macedonio. La fontana del Nettuno (1595-1599) è stata realizzata su disegno di Domenico Fontana e lavorata da Giovanni Domenico D'Auria, Michelangelo Naccherino, Pietro Bernini e Cosimo Fanzago; ha cambiato numerose volte collocazione. La fontana del Sebeto (XVII secolo) fu voluta dal viceré Emanuele Zunica e Fonseca conte di Monterey, che ne affidò il progetto e la realizzazione a Cosimo Fanzago. Essa rappresenta le vicende del Sebeto (antico fiume che scorreva nel cuore di Napoli). L'acqua sgorga dai due mostri posti ai lati della struttura; la fontana è caratterizzata da un vecchio simboleggiante il corso d'acqua. La fontana di Santa Lucia (XVII secolo) fu voluta dal viceré Giovanni Alfonso Pimentel d'Errera duca di Benavente; a differenza della precedente, è caratterizzata da numerosi bassorilievi. Venne realizzata da Michelangelo Naccherino con la collaborazione di Alessandro Ciminiello, Geronimo d'Auria ed altri.