Il lavoro di cura include le pratiche di lavoro domestico non formale svolte a favore di soggetti non autosufficienti, come bambini, anziani e disabili. Questo particolare tipo di lavoro comprende una serie di attività che spesso non vengono riconosciute socialmente né economicamente (per questo viene anche considerato un "lavoro invisibile") e che hanno luogo nell'ambito delle relazioni familiari. Il concetto di lavoro di cura si sovrappone parzialmente con quello di lavoro riproduttivo, termine usato in sociologia, demografia ed economia per indicare un insieme di pratiche necessarie alla riproduzione della società umana. Lavoro di cura come lavoro riproduttivo In sociologia, il lavoro riproduttivo comprende una vasta gamma di significati che vanno dal lavoro domestico, necessario per la cura degli spazi abitativi, alla riproduzione della specie attraverso processi come la gravidanza, il parto e l'allattamento, l'accudimento e l'educazione dei figli, e anche le relazioni di cura, cioè le interazioni di supporto verso altri esseri umani, sia in forma materiale che psicologica (emotività, affetto e sessualità).
Funzioni
Il lavoro di cura è utile per il benessere individuale e collettivo e rappresenta una componente centrale dello sviluppo sociale ed economico. Senza adeguate forme di cura, attenzione e nutrimento, i bambini possono incontrare maggiori difficoltà nel raggiungere un pieno sviluppo delle proprie capacità e, in età adulta, nel mantenere o accrescere il proprio benessere e la propria produttività. La cura dell'infanzia, quando è attenta e partecipata, sia all'interno della famiglia sia attraverso i servizi pubblici o privati, contribuisce in modo significativo alla crescita di bambini sani, autonomi e capaci di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica. Analogamente, un'assistenza adeguata alle persone malate o fragili può favorirne il recupero, preservarne l'autonomia e, quando possibile, consentire loro di mantenere la propria partecipazione alla vita lavorativa e sociale. Il lavoro di cura è quindi strettamente connesso al funzionamento della società e al suo sviluppo economico. Investire nella cura significa investire nelle persone: individui che ricevono un'adeguata assistenza e sostegno sono maggiormente in grado di sviluppare le proprie capacità e di contribuire alla costruzione e all'accrescimento del capitale umano e sociale. In questa prospettiva, la cura non costituisce soltanto un'attività necessaria al benessere delle persone, ma rappresenta anche un elemento fondamentale per la prosperità e la sostenibilità della società nel suo complesso.
Prendersi cura degli altri comporta spesso costi significativi, sia in termini di tempo e risorse sia, più in generale, di opportunità. Il lavoro di cura è infatti associato a una cosiddetta "penalità di cura", poiché le attività di assistenza e accudimento, pur essendo essenziali per il benessere individuale e collettivo, sono frequentemente non remunerate o insufficientemente riconosciute sul piano economico. Alcuni studi hanno inoltre suggerito che la capacità di prendersi cura degli altri sia strettamente legata alla possibilità stessa di garantire la continuità della vita e delle generazioni. Gli individui, infatti, necessitano a loro volta di cure e assistenza durante le prime fasi della vita per poter raggiungere l'età e le condizioni necessarie a diventare, a loro volta, soggetti capaci di prendersi cura degli altri. La cura si configura quindi come un processo intergenerazionale e circolare, nel quale chi riceve cura può, nel corso della propria vita, diventare colui o colei che la offreFriedman, Gerald (2012), Microeconomics: Individual Choice in Communities, Ed. 5.1, Amherst: independently published, pp. 112-115, ISBN 978-1-939402-17-2.
Sebbene una concezione tradizionale dell'economia consideri il nucleo familiare principalmente come un soggetto che distribuisce la ricchezza anziché crearla, è stato sottolineato come il settore delle famiglie svolga in realtà un ruolo fondamentale nella sua produzione. A differenza di quella generata dal settore delle imprese, la ricchezza prodotta all'interno delle famiglie non assume prevalentemente una forma finanziaria e deriva, in larga misura, da attività non remunerate. Si tratta, in particolare, di una forma di ricchezza sociale e relazionale, alla cui produzione contribuisce in modo significativo il lavoro di cura. L'educazione e l'accudimento forniti dai genitori, ad esempio, favoriscono lo sviluppo delle capacità cognitive, relazionali e sociali dei figli, accrescendone la possibilità di partecipare pienamente alla società nel corso della vita. Gli individui che beneficiano di adeguate forme di cura e sostegno tendono, infatti, a essere maggiormente in grado di sviluppare le proprie competenze e di ottenere risultati positivi nei contesti educativi e sociali. Tali capacità possono successivamente tradursi in una maggiore partecipazione economica, nella produzione di ricchezza finanziaria e nel rafforzamento del capitale sociale. In questa prospettiva, il lavoro di cura non rappresenta un'attività marginale rispetto ai processi economici, ma una delle condizioni che ne rendono possibile il funzionamento. Come sostiene Sabine O'Hara (economista presso la University of the District of Columbia), "tutto ha bisogno di cure": la cura costituisce quindi una dimensione fondamentale dell'attività economica e, più in generale, la base su cui può svilupparsi e funzionare un'economia di mercato.
Storia
Famiglia e comunità
Prima della rivoluzione industriale, il lavoro di cura (comprendente, tra le altre attività, la gestione della casa, l'accudimento e l'educazione dei figli) era svolto prevalentemente all'interno della famiglia e, in molti contesti, con il contributo della comunità di appartenenza. La sfera domestica non era concepita come nettamente separata dalle attività economiche e dagli scambi quotidiani, come sarebbe avvenuto progressivamente con la modernizzazione economica. La distinzione tra attività produttive e riproduttive, così come quella tra sfera familiare e sfera di mercato, era infatti meno definita rispetto a quella affermatasi con l'industrializzazione e con la crescente separazione tra luogo di produzione e luogo di vita familiare.
Effetti dell'industrializzazione
Con l'avvento dell'industrializzazione, la separazione tra la sfera domestica e quella produttiva divenne progressivamente più marcata. Gli uomini si allontanarono sempre più dall'ambiente domestico per lavorare nelle fabbriche e in altre attività esterne alla casa, mentre alle donne venne attribuito principalmente il ruolo di responsabili dell'accudimento dei figli e del lavoro domestico, sulla base dell'idea che fossero naturalmente più predisposte alla cura. Questa divisione dei ruoli contribuì all'affermazione, nella società statunitense, del modello familiare caratterizzato dal padre come principale percettore di reddito, dalla madre dedita al lavoro domestico e alla cura dei figli e dalla presenza dei figli all'interno del nucleo familiare. Tuttavia, tale modello non rappresentava l'esperienza di tutte le famiglie e deve essere interpretato anche alla luce delle differenze razziali e socioeconomiche. A differenza delle donne bianche appartenenti ai gruppi sociali per i quali si consolidò il modello della donna prevalentemente dedita alla casa, le donne nere erano più frequentemente impegnate nel lavoro retribuito anche al di fuori dell'ambiente domestico. Nel 1880, quasi l'80% delle donne nere non sposate risultava occupato al di fuori della casa, rispetto al 23,8% delle donne bianche non sposate. Inoltre, mentre tra le donne bianche la partecipazione alla forza lavoro diminuiva significativamente dopo il matrimonio, per le donne nere essa rimaneva relativamente stabile. Di conseguenza, all'interno di molte famiglie nere, sia gli uomini sia le donne contribuivano al reddito familiare. La divisione del lavoro tra produzione e cura che si affermò con l'industrializzazione, pertanto, non fu un processo uniforme, ma risentì profondamente delle condizioni economiche, della razza e della posizione sociale delle famiglie. Il modello del "breadwinner" maschile e della donna casalinga rappresentò soprattutto un ideale sociale, la cui applicazione concreta variò considerevolmente tra diversi gruppi della popolazione.
Il lavoro domestico divenne progressivamente una componente importante di una forza lavoro stabile e, con l'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, le donne nere furono sempre più impiegate come lavoratrici domestiche. La storia del lavoro domestico negli Stati Uniti è quindi profondamente intrecciata alle dinamiche di genere, razza, cittadinanza e classe sociale. Sebbene il lavoro domestico fosse, in molti casi, un'attività retribuita, per lungo tempo non venne pienamente riconosciuto come lavoro né sul piano giuridico né sul piano sociale. Il suo svolgimento all'interno della sfera privata e la sua associazione prevalentemente con il ruolo femminile contribuirono a renderne invisibile il valore economico. Le attività di cura, pulizia, accudimento e gestione della casa venivano infatti spesso rappresentate come espressione di una naturale disposizione femminile, come un "atto d'amore" o come attività dotate di una gratificazione intrinseca, piuttosto che come una forma di lavoro che produce valore e merita un adeguato riconoscimento e compenso. Questa concezione contribuì a mantenere il lavoro domestico ai margini della definizione tradizionale di attività economica, nonostante il suo ruolo essenziale nel garantire il funzionamento quotidiano delle famiglie e, più ampiamente, della società e del mercato del lavoro.
Questa concezione del lavoro domestico contribuì a giustificare la sua limitata tutela sul piano giuridico. Un esempio significativo è rappresentato dall'esclusione delle lavoratrici domestiche dal National Labor Relations Act, che garantisce ai lavoratori il diritto di organizzarsi e di formare sindacati. Analogamente, le lavoratrici domestiche conviventi, come tate e governanti, sono state a lungo escluse dalle principali tutele previste dalla legislazione sul lavoro, tra cui quelle relative al pagamento degli straordinari ai sensi del Fair Labor Standards Act. La marginalizzazione del lavoro domestico era legata anche alla concezione dei ruoli di genere prevalente all'epoca. Che le donne svolgessero un'attività lavorativa retribuita al di fuori della casa oppure si dedicassero prevalentemente alla gestione domestica e alla cura della famiglia, i loro contributi tendevano a essere considerati parte dei loro "doveri naturali" piuttosto che come una forma di lavoro produttivo. Di conseguenza, il lavoro svolto dalle donne, sia all'interno sia all'esterno della sfera domestica, rimase a lungo scarsamente riconosciuto e in larga misura invisibile sul piano economico e sociale.