I croati del Molise ( o Moliškihrvati), detti anche croati molisani (Molizanski Hrvati) o, più propriamente, slavi molisani o slavomolisani e noti in passato anche come schiavoni, sono una minoranza etnica e linguistica stanziata storicamente in diverse regioni dell'Italia meridionale, benché in epoca contemporanea sopravvivano soltanto in una ristretta area collinare della provincia di Campobasso in Molise.
I membri di questa comunità parlano tradizionalmente la cosiddetta lingua croata molisana (o slavomolisana), tutelata a partire dal 1999 dalla legislazione sulle minoranze d'Italia.
Denominazione
Nel periodo rinascimentale e moderno tutte le popolazioni di lingua slava provenienti dai Balcani occidentali venivano genericamente indicate con il termine "schiavoni" (dal latino medievale sclavones, nome generico per i popoli slavi).
Le comunità slave del Molise divennero oggetto di studio da parte dei linguisti nella seconda metà dell'Ottocento e furono questi ricercatori a definire per la prima volta queste comunità come "croate" in virtù della loro fede cattolica e della loro supposta provenienza dalle coste dalmate. Già tuttavia all'inizio del Novecento alcuni studiosi, in primis Milan Rešetar, misero in dubbio questa interpretazione, ritenendo che il grosso di queste comunità slave provenissero in realtà dalle valli della Narenta, nel territorio dell'attuale Erzegovina, e non dalla Dalmazia. Per questo motivo oggi la maggior parte dei linguisti tende a evitare l'uso del termine "croati" (che rimane comunque prevalente nel linguaggio comune) preferendo piuttosto, data la complessità etnica, linguistica e sociale della realtà serbo-croata, utilizzare il termine generico di "slavi" per indicare le comunità molisane.
A livello locale, i croati molisani si definiscono semplicemente come zlavi (ossia slavi), senza ulteriori specificazioni etniche.
Distribuzione geografica In epoca contemporanea la minoranza linguistica croata è stanziata nel territorio compreso tra i fiumi Biferno e Trigno. Si tratta in particolare dei tre comuni in provincia di Campobasso:
Acquaviva Collecroce (Živavoda Kruč) Montemitro (Mundimitar) San Felice del Molise (Filić)
Si rilevano circa 1 500 persone di lingua croata in Molise, sebbene moltissimi dei croato-molisani sono residenti da lunghi decenni nel centro-nord Italia e all'estero, ove essi continuano in ambiente familiare a parlare la propria lingua madre. Dal 2017 anche il comune di Tavenna è riconosciuto di minoranza linguistica croata, per quanto la lingua sia ivi estinta dalla seconda metà del 1800: iniziative di recupero sono in corso.
Storicamente è attestata la colonizzazione da parte di esuli slavo-croati anche nei comuni di Palata, Mafalda, Montelongo, Petacciato, San Biase e San Giacomo degli Schiavoni (tutti situati nella medesima provincia di Campobasso) nonché in Abruzzo, ove l'insediamento di Cappelle sul Tavo era ubicato perfino più a nord del fiume Pescara, e infine lungo l'Appennino campano laddove gruppi slavi giungevano fin nella valle del Miscano e anche oltre, in particolare nei borghi di Ginestra degli Schiavoni e Villanova del Battista (l'antica Polcarino degli Schiavoni).
Storia
I primi insediamenti di slavi provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico lungo le coste molisane, di cui abbiamo documentazione certa, avvennero agli inizi del XIII secolo, per motivi economici, commerciali e culturali. Risale infatti al marzo 1203 un primo trattato commerciale tra la già fiorente Repubblica marinara di Ragusa in Dalmazia ed il piccolo porto molisano di Termoli per la concessione della isopolitìa (una istituzione dell'età ellenistica mediante la quale due comunità sancivano un reciproco diritto di cittadinanza), che comprendeva anche l'arboraticum ed il plateaticum, riferibili all'attracco delle navi ed al commercio.
Una seconda testimonianza, invece, che si fece a lungo risalire alla bolla di papa Bonifacio VIII del 22 settembre 1297 - che avrebbe contenuto, stando a Milan Rešetar e a vari altri autori successivi che lo ripresero, la citazione latina Castrum Aquaevivae, habitatum cum vassallis Schlavonis (Il paese di Acquaviva, abitato da sudditi Schiavoni) - è oggi ritenuta spuria, come dimostrato nel 1950 dal francescano Teodoro Badurina il quale, riportando per primo il testo integrale della Bolla pontificia, come essa nominasse soltanto il monastero di Sant'Angelo in Palazzo (sito nell'attuale territorio di Acquaviva) nell'allora Diocesi di Guardialfiera, tra i beni dell'Ordine Melitense. La citazione latina, che nomina la località di Acquaviva come già abitata da coloni schiavoni, è di molto posteriore e risale al 1594, come ha potuto dimostrare un ricercatore locale che l'ha rinvenuta in un elenco di beni appartenenti all'Ordine dei Cavalieri di Malta, che fu a lungo feudatario dell'agro di Acquaviva Collecroce fino al 1785 quando venne acquistato dai marchesi Siliberto Neri e sanzionato con regio decreto di Ferdinando IV di Borbone.
Questi primi insediamenti furono però limitati e di natura prettamente commerciale. Fu solo con la progressiva espansione ottomana nei Balcani occidentali che le migrazioni verso l'Italia si fecero più consistenti, in particolare a seguito della famosa battaglia della Piana dei Merli del 1389, che segnò l'inizio dell'influenza turca nella regione, e poi della caduta di Costantinopoli del 1453, che aprì le porte alla definitiva conquista ottomana. Questi eventi innescarono una serie di movimenti migratori sia all'interno del territorio balcanico sia da esso verso l'esterno, in particolare verso l'Italia. Risale infatti a questo periodo, oltre a quella degli slavi, anche l'emigrazione verso le coste italiane di numerose famiglie albanesi che andarono poi a costituire le varie comunità Arbëreshë. A tal proposito è molto illuminante la sintetica ed efficace motivazione che ne dà, nel testo originario in latino del 1777, Mons. Francesco Lauria, Vescovo di Guardialfiera, in una delle relazioni per le periodiche visite "ad limina", a proposito della popolazione slava di Acquaviva, Palata e Cerritello:
Gli aragonesi del Regno di Napoli agevolarono queste migrazione verso le coste adriatiche con l'obiettivo di ripopolare le terre che, in quegli anni, erano rimaste abbandonate a seguito del vastissimo terremoto del 1456 e della peste del 1495. Per favorire l'insediamento dei transadriatici, e in considerazione della loro povertà, i re aragonesi concessero agli immigrati alcuni privilegi, come il dimezzamento dei tributi, per un periodo di circa cinquant'anni. Sebbene, in mancanza di documentazione d'archivio, non sia possibile definire con esattezza la datazione della venuta dei profughi slavi in Molise, gli studiosi concordano, sulla base di elementi linguistici e numismsatici, che il nucleo principale degli attuali croati molisani lasciò la propria terra natia alla volta dell'Italia tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo. Infatti, mentre si conservano nel Molise quasi tutti i termini in croato per indicare i frutti dell'agricoltura, mancano completamente le denominazioni slave per alcuni prodotti alimentari diffusisi velocemente in Europa dopo la scoperta dell'America (come le patate, i pomodori, il granturco, etc.). Inoltre si nota che nei tre paesi tuttora slavofoni l'unità base della moneta è detta puh, che in croato letteralmente significa "ghiro" evidentemente perché i primi profughi provenienti dalla Dalmazia avevano scambiato per un ghiro quell'ermellino raffigurato sulla più comune moneta d'argento coniata.
Come già accennato, la minoranza slava non fondò nuovi insediamenti ma si trovò quasi sempre a riedificare e ripopolare antichi borghi svuotatisi a causa di terremoti e pestilenze. È il caso di Acquaviva Collecroce che - se pure esistita nello stesso posto già alla fine del secolo XIII - dovrebbe essersi spopolata in seguito a vari eventi e, poi, sarebbe stata ripopolata da profughi croati, provenienti sia direttamente dalle coste dalmate sia dalla vicina località di Cerritello, dove convivevano già coloni slavi e albanesi, con le rispettive chiese cattoliche di rito latino e greco. Per quanto riguarda l'esatta data di rifondazione della città, è opportuno riportare quanto scrive nel 1760 Mons. Tommaso Giannelli, allora vescovo di Termoli:
Tra gli altri paesi un tempo slavi, Palata, ormai italianizzata nella parlata ma i cui abitanti hanno conservato i cognomi chiaramente di origine croata, è forse l'unico abitato che aveva una testimonianza lapidea con una data precisa. Da più fonti infatti era riportata la seguente scritta, incisa sull'architrave della porta d'ingresso alla Chiesa parrocchiale di Santa Maria la Nova: (Le genti della Dalmazia abitarono in questa prima località - ed eressero la Chiesa dalle fondamenta nell'anno del Signore 1531).
L'unico insediamento slavo che risulta con certezza fondato ex novo dagli immigrati slavi è il paese di San Giacomo degli Schiavoni. Mons. Giannelli scrive che, durante il governo di un suo predecessore:
È probabile che la religione cattolica aiutò gli esuli insediatisi sul territorio italiano, perché, per aver combattuto contro gli Ottomani, essi erano stati accolti come eroi della cristianità. D'altro canto, le molte famiglie emigrate dall'altra riva dell'Adriatico ritennero vantaggioso spostarsi in terre conosciute come fertili. Nell'opera del citato Rešetar, viene indicato che:
È comprensibile, perciò, come sino ad allora la comunità minoritaria sia riuscita a mantenere integra la propria identità linguistica e culturale.
Nell'autunno 2009 l'allora presidente croato Stipe Mesic si è recato in visita nei tre comuni; stessa cosa hanno fatto i suoi successori Ivo Josipović e Kolinda Grabar-Kitarović.
Lingua croata molisana
L'idioma parlato dalla minoranza è sostanzialmente l'antica lingua croata del tipo štòkavo-ìkavo, in uso nella Dalmazia centrale fra i fiumi Cettina e Narenta, nell'entroterra croato e in Erzegovina. Secondo alcuni studi, si tratterebbe di un idioma conservato da circa 400 anni, con una fisionomia eminentemente pratica, appunto perché parlato in prevalenza da contadini, . Secondo ricerche e lavori di studiosi e studenti locali, il patrimonio linguistico dei Croati del Molise è stato valutato sulle 3.000 parole, che arriverebbero a circa 5.000 vocaboli in base alle catalogazioni più recenti.
L'antica lingua croata è, oggi, usata soprattutto nei rapporti familiari e nelle relazioni interpersonali. Essa è stata trasmessa per cinque secoli con la sola tradizione orale e non esistono infatti tracce di scritti, se si escludono alcune poesie.Prof. Giancristoforo E., Tradizioni culturali albanesi e slave nel Molise, estratto della relazione tenuta ad Acquaviva Collecroce il 12.11.1991, Centro Studi Molise 2000Giovanni De Rubertis (1813-1889) di Acquaviva Collecroce insieme ad aneddoti e proverbi, in un lungo scambio di lettere col poeta raguseo Orsatto Pozza, dal 6 aprile al 23 giugno 1853Traduzione di De Rubertis della novella di Giovanni Boccaccio, pubblicata a Firenze nel 1875 in occasione del quinto centenario della morte del grande certaldeseTelegramma nell'antica lingua dei padri inviato nel 1896 dal Consiglio comunale di Acquaviva Collecroce alla principessa montenegrina Elena Petrović Njegoš (la futura Regina Elena d'Italia) in occasione delle nozze col futuro re d'Italia Vittorio Emanuele III
Essendo sempre stati fedeli alla chiesa di Roma, la messa è stata sempre celebrata in lingua latina sino al Concilio Ecumenico Vaticano II, quando fu permessa la celebrazione delle funzioni religiose nelle lingue locali. Per mancanza di sacerdoti del posto e , la celebrazione liturgica è stata subito celebrata in lingua italiana, conservando però canti di lingua croata.