Fu condannato nel 2003 a 5 anni e quattro mesi di reclusione per omicidio colposo. Assieme a lui venne condannato il collega di studi Salvatore Ferraro (anch'egli, come Scattone, assistente universitario alla cattedra di filosofia del diritto), riconosciuto colpevole di favoreggiamento. Entrambi hanno negato ogni addebito, affermando sempre la loro innocenza.

Biografia Giovanni Scattone è figlio di Giuseppe (1926-2003), ingegnere, e fratello di Mauro e Francesco, quest'ultimo docente universitario negli Stati Uniti, presso il Massachusetts Institute of Technology.

Studi e ricerca filosofica Laureato in Filosofia con master in Storia moderna e contemporanea e borsa di studio annuale presso il CNR per discipline giuridiche e politiche, è stato ricercatore universitario e assistente dei professori Bruno Romano e Gaetano Carcaterra; ha conseguito il dottorato di ricerca in "teoria generale del diritto e filosofia della politica". Ha pubblicato volumi specialistici e divulgativi, oltre a numerosi articoli su riviste specializzate di filosofia del diritto e bioetica, e conseguito la licenza in Storia della Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. La sua attività di studio si svolse presso l'Università La Sapienza di Roma, l'Istituto Benincasa di Napoli e la European Academy of Legal Theory di Bruxelles.

Svolse ricerche sui testi di John Locke e Immanuel Kant, in particolare sul legame tra giusnaturalismo, liberalismo e illuminismo, e al rapporto di queste ideologie classiche con le filosofie di Karl Popper, Benedetto Croce, James Rachels e Robert Nozick.

Il caso giudiziario

A seguito di alcuni rilievi scientifici e di testimonianze, Giovanni Scattone e l'amico e collega Salvatore Ferraro vennero arrestati per concorso in omicidio per il delitto di Marta Russo, studentessa di giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma, vittima di un crimine compiuto all'interno della Città universitaria il 9 maggio 1997, quando la ragazza ventiduenne fu ferita a morte da un colpo di arma da fuoco, morendo quattro giorni dopo in ospedale; assieme a loro fu processato anche Francesco Liparota, poi assolto. Vennero inizialmente accusati di aver voluto compiere un "delitto perfetto" e in seguito di aver sparato per scherzo o per semplice errore. L'omicidio fu al centro di un complesso caso giudiziario, oggetto di grande copertura mediatica alla fine degli anni novanta, sia per il luogo in cui era stato perpetrato, sia per la difficoltà delle prime indagini, che non riuscivano a delineare un movente.

Durante il procedimento, i periti forensi smontarono molte delle "prove inoppugnabili" (perizie chimico-balistiche) e alcuni di loro esclusero che il colpo fosse partito dall'aula 6 come affermava Gabriella Alletto. Dopo un lungo e controverso processo, che vide vacillare tutti gli elementi tranne la testimonianza Alletto (col supporto delle testimonianze di Maria Chiara Lipari e Giuliana Olzai), la condanna definitiva arrivò nel 2003, sebbene gli imputati si siano proclamati sempre vittime di un errore giudiziario. Scattone, condannato a 5 anni e quattro mesi per omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente, scontò in tutto due anni e mezzo di carcere e il resto prima in detenzione domiciliare, e poi ai servizi sociali. Salvatore Ferraro fu condannato limitatamente al reato di favoreggiamento personale.

Nella prima sentenza si specifica che Scattone avrebbe esploso un colpo per errore, maneggiando una pistola per motivi ignoti e senza sapere che fosse caricaQuesta ipotesi venne invece criticata dalla sentenza d'appello, e Ferraro lo avrebbe coperto, tacendo e portando via l'arma. Il delitto fu definito colposo anche perché Scattone non avrebbe potuto, dalla posizione in cui si sarebbe trovato, esplodere un colpo dopo aver preso la mira. Il terzo indagato, l'usciere e laureando Francesco Liparota, venne assolto dall'accusa di favoreggiamento dalla Cassazione, tramite annullamento senza rinvio. Altri indagati furono assolti in primo grado. Se colpevole di omicidio, sarebbe bastata l'ammissione di aver provocato un incidente per ottenere una pena di ridotta entità: la decisione di non confessare nulla (a Ferraro sarebbe bastato confermare l'accusa contro il collega), pur rischiando teoricamente anche l'ergastolo o comunque anche quasi 20 anni di carcere (come da richiesta dell'accusa), aumentò la convinzione degli innocentisti sull'estraneità.Andrea Montemurro, Il delitto di Marta Russo (Seconda parte) L'avvocato di parte civile rispose affermando che non avrebbero confessato "l'incidente" per paura di rivelare la provenienza della pistola, secondo lui "sporca" e proprietà di "qualcuno di importante".Il 9 maggio ‘97 la studentessa fu colpita a morte da un colpo di pistola. Se la condanna sarà confermata, Scattone e Ferraro torneranno in carcere «Un processo gestito dai media» Delitto Marta Russo, parla l'avvocato di parte civile, Flamminii Minuto: un coro di innocentisti nonostante le perizie

Polemiche, anche tra alcuni innocentisti, ci furono prima della sentenza del 2003 quando Scattone e il suo avvocato suggerirono, senza seguito tra gli inquirenti, di ritornare sulla pista terroristica e di indagare le Nuove Brigate Rosse, in particolare un ex dipendente delle imprese di pulizia della Sapienza (che lavorava anche nei luoghi da cui potrebbe essere partito il colpo), Paolo Broccatelli, arrestato quell'anno e condannato poi per associazione sovversiva nel processo per l'omicidio di Massimo D'Antona. In un articolo del 2007, scritto per l'EuropeoGiovanni Scattone, Assassino sconosciuto, Scattone torna sulla propria versione e le piste alternative, considerando ancora le nuove BR come proposta su cosa sia davvero successo il 9 maggio 1997, ricordando che era anche l'anniversario della morte di Aldo Moro (9 maggio 1978); subito si era parlato, già il 10 maggio, di un gesto terroristico con errore di obiettivo o responsabilità di altri (piste alternative), così come subito fu battuta la pista delle imprese di pulizia.

Dopo la condanna definitiva, la Cassazione decise di non infliggere pene accessorie, cancellando l'interdizione all'insegnamento per Scattone, in quanto ritenuto responsabile di delitto non volontario. Gli viene quindi accordata la riabilitazione penale, a decorrere dal giorno della fine della pena, con revoca dell'interdizione dai pubblici uffici e restituzione dei diritti civili e politici. Scattone ha continuato a proclamare la sua innocenza, chiedendo anche la revisione processuale: «Ho la coscienza pulita, perché sono innocente e con l'omicidio di Marta Russo io non c'entro. [I genitori di Marta] sono sempre stati colpevolisti e questo per me è un grande dolore», disse nel 2011, dopo la condanna in sede civile.

Il caso mediatico Il processo contro Scattone e Ferraro, in particolare nel decennio successivo il caso pubblico di Scattone, divenuto insegnante di Liceo, rappresentò il primo caso di processo mediatico italiano moderno. Su di esso furono pubblicati libri che analizzavano il caso dell'omicidio di Marta Russo e il processo seguente dal punto di vista giudiziario e sociale.

Si erano già avuti numerosi casi di questo tipo, ma con l'eccezione dei fatti che coinvolsero l'anarchico Pietro Valpreda (incriminato e assolto per la strage di piazza Fontana), era la prima volta che compariva un'operazione di "creazione dei mostri" a livello giudiziario e soprattutto nei quotidiani e nelle televisioni.Guido Vitiello, Come si diventa il mostro. Non essere colpevole, né un lupo solitario; essere “bello e impassibile”. Ecco i veri “crimini” che hanno fatto di Scattone l'assassino perfetto di stampa e giustizia , il Foglio, 15 settembre 2015 Fu da subito un processo mediatico, con l'opinione pubblica divisa tra innocentisti e colpevolisti, come se ne sarebbero visti altri in seguito.Comitato per la Difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, Le cosiddette piste alternativenegli anni seguenti tale attenzione mediatica, sebbene con meno colpevolizzazione, venne ripetuta per numerosi omicidi irrisolti o poco chiari, come il delitto di Cogne, il delitto di Garlasco e l'omicidio di Meredith Kercher, con risonanza anche internazionale e politica, e venne fatto un paragone con altri fatti celebri, come il caso dell'omicidio Kennedy (con Lee Harvey Oswald e la cosiddetta "pallottola magica"), il caso Tortora (con tredici pentiti e testimoni che accusavano il presentatore, poi rivelatosi innocente) e quelli di Dreyfus, Giuseppe Gulotta, Massimo Carlotto e Adriano Sofri.

Fu il francesista Alberto Beretta Anguissola a fare un paragone con l'affare Dreyfus.Caso di alto tradimento coinvolgente il capitano ebreo Alfred Dreyfus nella Francia di fine XIX secolo, sottoposto a degradazione militare e popolare, prima di essere graziato dopo lunghi anni, e risultare innocente (pur essendo coinvolta anche una componente di antisemitismo, mentre nel caso Scattone furono messi sotto accusa intellettuali, filosofi e sistema universitario, tacciato di omertà). Per Dreyfus si impegnarono Émile Zola e Marcel Proust e l'opinione pubblica fu divisa tra dreyfusards e antidreyfusards. Dreyfus fu riabilitato dopo molti anni, in seguito alle confessioni dei colpevoli, in maniera "irregolare" dalla Cassazione francese (senza pronuncia di innocenza, ma solo con grazia presidenziale e annullamento) e riammesso dal Parlamento nell'esercito, e anche Scattone e Ferraro ebbero l'annullamento della condanna dalla Corte di Cassazione nel 2001 (su richiesta della stessa pubblica accusa, ma di un altro procuratore), ma la Corte d'appello emise nel 2002 un verdetto quasi identico a quello cassato e la Cassazione, in altra sezione, confermò nel 2003, pur con pene basse e riammettendo Scattone all'insegnamento. Sempre secondo il paragone fatto dal professor Beretta Anguissola, nel caso di Dreyfus rimasero nella società dei convinti colpevolisti (al punto che l'ex ufficiale subì anche un attentato nel 1908), nonostante le prove lo avessero scagionato; allo stesso modo sarebbe avvenuto nel caso Scattone-Ferraro Beretta Anguissola, Guido Vitiello, Gian Antonio Stella e altri hanno descritto come un "cerimoniale di degradazione pubblica" la campagna-stampa contro Scattone e FerraroGuido Vitiello, Il delitto perfetto (quello vero) e i platonici dell'Aula Bunker , in particolare la mancata riabilitazione ufficiale con dichiarazione di innocenza dei due, sebbene condannati solo per un delitto colposo l'uno e per favoreggiamento l'altro.

Sebbene una parte dell'opinione pubblica fosse divenuta favorevole a Scattone (per l'innocenza o per il suo reinserimento), è rimasta una forte componente colpevolista e ostileGuido Vitiello, L'errore giudiziario non esiste, i cattivi giudici sì , al punto da subire intimidazioni e insulti molti anni dopo i fatti.Alessandra Pilloni, Muoia Scattone con tutti i filistei

Tale processo mediatico cominciò subito dopo il loro arresto: si disse, da parte della procura di Roma, che una ventina di studenti (in realtà solo alcuni avevano accennato cose del genere) testimoniarono che il "delitto perfetto", su cui avrebbero tenuto anche un seminario, era ricorrente nei discorsi dei due assistenti universitari. Questo fatto spinse subito parte della stampa e della televisione ad una sorta di accanito linciaggio mediatico dei due principali sospettati.

Dopo il video dell'interrogatorio della testimone dell'accusa Gabriella Alletto, sottoposta a fortissime pressioni, intervenne il Presidente del Consiglio Romano Prodi definendo l'atteggiamento dei pubblici ministeri "una vicenda gravissima" e ci furono interrogazioni parlamentari in cui si accusò, sulla base di "indiscrezioni", di avere sottoposto la testimone-chiave all'ipnosi regressiva per generare falsi ricordi. Il COPASIR dichiarò illegittimo l'uso dei servizi segreti nel caso. I due magistrati Italo Ormanni e Carlo Lasperanza furono messi sotto indagine per abuso d'ufficio e violenza privata.