Il fronte italiano comprende l'insieme delle operazioni belliche combattute durante la prima guerra mondiale tra il Regno d'Italia e i suoi Alleati contro le armate di Austria-Ungheria e Germania nel settore delimitato dal confine con la Svizzera e dalle rive settentrionali del golfo di Venezia. Il conflitto è conosciuto in Italia anche con il nome di "guerra italo-austriaca"Come appunto, si può leggere nel retro della "medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca" coniata nel 1920. Vedi: , o "quarta guerra d'indipendenza"Essendo da alcune fonti visto come una sorta di conclusione simbolica del Risorgimento. Vedi: . In tedesco è chiamato Italienfront ("fronte italiano"), Südwestfront ("fronte sud-occidentale") o Gebirgskrieg ("Guerra di montagna").

Dopo aver stipulato un patto di alleanza con le potenze della Triplice intesa e aver abbandonato lo schieramento della Triplice alleanza, l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915, iniziando le operazioni belliche il giorno dopo: il fronte di contatto tra i due eserciti si snodò nell'Italia nord-orientale, lungo le frontiere alpine e la regione del Carso. Nella prima fase del confronto le forze italiane, guidate dal capo di stato maggiore dell'esercito generale Luigi Cadorna, lanciarono una serie di massicce offensive frontali contro le difese austro-ungariche nella regione del fiume Isonzo, tenute dall'armata del generale Svetozar Borojević von Bojna, mentre operazioni di minor portata prendevano vita sui rilievi alpini e in particolare nella zona delle Dolomiti.

Il conflitto si trasformò ben presto in una sanguinosa guerra di trincea, simile a quella che si stava combattendo sul fronte occidentale: la lunga serie di battaglie sull'Isonzo non portò agli italiani che piccoli guadagni territoriali al prezzo di forti perdite tra le truppe, ben presto spossate e demoralizzate dall'andamento delle operazioni. Le forze austro-ungariche si limitarono a difendersi lanciando modesti contrattacchi, fatta eccezione per la massiccia offensiva sull'Altopiano di Asiago nel maggio-giugno 1916, bloccata dagli italiani, che contrattaccarono anche sul fronte isontino conquistando Gorizia in una sanguinosa battaglia.

La situazione subì un brusco cambiamento nell'ottobre 1917, quando l'offensiva degli austro-tedeschi nella zona di Caporetto portò a uno sfondamento delle difese italiane e a un repentino crollo di tutto il fronte: il Regio Esercito fu costretto a una lunga ritirata, lasciando in mano al nemico il Friuli e il Veneto settentrionale oltre a centinaia di migliaia di prigionieri. Le forze italiane riuscirono però a consolidare un nuovo fronte lungo il Piave, bloccando l'offensiva degli Imperi centrali. Passate alla guida del generale Armando Diaz e rinforzate da truppe francesi, britanniche e statunitensi, dopo aver respinto un nuovo tentativo degli austro-ungarici di forzare la linea del Piave nel giugno 1918, le forze italiane e degli alleati passarono alla controffensiva alla fine dell'ottobre 1918: nel corso della cosiddetta battaglia di Vittorio Veneto le forze austro-ungariche furono messe in rotta, sfaldandosi nel corso della ritirata.

Il 3 novembre l'Impero austro-ungarico siglò l'armistizio di Villa Giusti che, entrato in vigore il 4 novembre, segnò la conclusione delle ostilità.

Premesse La neutralità italiana

Benché legati al Regno d'Italia fin dal 1882 nell'ambito della cosiddetta Triplice alleanza, dopo l'attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 l'Impero austro-ungarico e l'Impero tedesco decisero di tenere all'oscuro delle loro decisioni l'alleato, in considerazione del fatto che l'articolo 7 del trattato di alleanza prevedeva, in caso di attacco austro-ungarico alla Serbia, compensi territoriali per l'Italia.. Il 24 luglio 1914 Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano e ministro degli Esteri, prese visione dei particolari dell'ultimatum alla Serbia e protestò con foga presso l'ambasciatore tedesco a Roma, dichiarando che un'eventuale guerra austro-serba sarebbe derivata da un premeditato atto aggressivo di Vienna, e pertanto l'Italia non avrebbe avuto l'obbligo, dato il carattere difensivo della Triplice alleanza, di intervenire, anche nel caso in cui la Serbia fosse stata soccorsa dall'Impero russo..

La decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa dal governo del Presidente del Consiglio dei ministri Antonio Salandra il 2 agosto 1914, cinque giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia, e fu diramata il 3 mattina.. La neutralità ottenne inizialmente consenso quasi unanime negli ambienti politici e nell'opinione pubblica italiana, tuttavia il brusco arresto dell'offensiva tedesca sulla Marna (5-12 settembre) suscitò i primi dubbi sull'invincibilità tedesca: movimenti interventisti andarono formandosi nell'autunno 1914, fino a raggiungere una consistenza non trascurabile appena pochi mesi dopo. Gli interventisti, in particolare, denunciavano l'incombente diminuzione della statura politica dell'Italia se il Paese fosse rimasto spettatore passivo; se i vincitori del conflitto fossero stati gli Imperi centrali, non avrebbero dimenticato né perdonato una nazione che, dal loro punto di vista, aveva tradito un'alleanza trentennale..

Peraltro, gli interventisti vedevano nella guerra l'occasione di vendicare tutte le sconfitte e le umiliazioni del passato e consentire così di completare l'unità d'Italia con l'annessione delle "terre irredente", che tra l'altro la Triplice intesa avrebbe assicurato all'Italia se si fosse schierata al suo fianco.. Alla fine del 1914, deceduto Paternò, il nuovo ministro degli Esteri Sidney Sonnino iniziò le trattative con entrambe le parti per ottenere i maggiori compensi possibili: le richieste territoriali avanzate dagli italiani agli austro-ungarici, riguardanti la cessione del Trentino e del Friuli fino al fiume Isonzo e l'autonomia per la città di Trieste, furono interamente rigettate da Vienna, disposta solo a limitate rettifiche della frontiera.. Mentre il Paese era scosso da manifestazioni degli interventisti e dei neutralisti, i delegati italiani negoziarono segretamente con la Triplice intesa, ottenendo promesse circa la cessione di ampi territori comprendenti l'intero Trentino-Alto Adige fino al passo del Brennero, Gorizia, Trieste, l'Istria e la Dalmazia settentrionale.

Il 26 aprile 1915 il governo italiano concluse le trattative segrete con l'Intesa mediante la firma del patto di Londra, con il quale l'Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese.. Il 3 maggio successivo la Triplice alleanza fu denunciata e fu avviata la mobilitazione; il 23 maggio infine l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria ma non alla Germania, con cui il Governo Salandra sperava di non guastare definitivamente i rapporti.

La situazione del Regio Esercito

Nel periodo tra l'estate 1910 e l'agosto 1914 il Regio Esercito italiano fu sottoposto a una vasta opera di riorganizzazione e ampliamento degli organici secondo i dettami dell'ordinamento Spingardi (dal nome del suo ideatore, il ministro della Guerra Paolo Spingardi). Il nuovo ordinamento, che prevedeva l'accrescimento dei reggimenti alpini, delle unità di artiglieria e cavalleria, portò la forza dell'esercito in tempo di pace da a unità. Allo scoppio del conflitto, compreso nel biennio 1914-1915, la forza dell'esercito si era stabilizzata intorno ai uomini di cui ufficiali, e in caso di mobilitazione era prospettato l'utilizzo del contingente annuo di leva di 1ª categoria delle 19 classi incorporate tra il 1896 e il 1914, che avrebbe fornito circa uomini, a cui si sarebbero aggiunti circa uomini della 2ª categoria, le cui classi dal 1909 avevano iniziato il periodo obbligatorio di istruzione militareLa legge di reclutamento del 1888 divideva il contingente di leva in tre categorie: la prima comprendeva i giovani effettivamente destinati a essere incorporati nell'esercito, la seconda quelli disponibili ma in eccesso rispetto alle esigenze dell'esercito, e la terza i cosiddetti "sostegni di famiglia", con obblighi molto limitati oppure esentati. Vedi: ... Con una circolare del 14 dicembre 1914, il comando del corpo di stato maggiore ordinò la creazione di 51 nuovi reggimenti di fanteria, che avrebbero dovuto unirsi ai 48 già esistenti. A fine agosto 1914, l'evoluzione politica e militare europea suggerì di anticipare i tempi mobilitando le truppe, avvicinandole ai confini e mettendo in movimento le unità di fanteria, seppur molte di esse fossero ancora in fase di approntamento.. Il 4 maggio 1915 furono completati i provvedimenti necessari per portare l'esercito in ordine di battaglia: in quel momento erano sotto le armi ufficiali, militari di truppa e civili. Il re Vittorio Emanuele III era nominalmente il comandante in capo, ma a esercitare il comando era il capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna: il sovrano avrebbe svolto soprattutto un ruolo di mediatore tra questi e il governo. L'Italia entrò in guerra schierando quattro armate, divise in quattordici corpi d'armata per complessive trentacinque divisioni di fanteria, una di bersaglieri, quattro di cavalleria e 467 batterie di artiglieria da campagna con circa tra cannoni e obici. Il 22 maggio ci fu un ulteriore passo nella mobilitazione che portò la forza in armi a uomini, richiamando le classi dal 1894 al 1896...

Se per quanto riguarda gli uomini fu possibile raggiungere in tempi relativamente brevi gli organici previsti, ben più difficile fu rimediare alla mancanza di mitragliatrici: con le 618 armi tipo Maxim-Vickers mod. 1911 disponibili al momento dell'entrata in guerra fu possibile allestire solo 309 delle 612 sezioni previste; solo nel 1916, con l'acquisto di mitragliatrici dalla Francia e la produzione su larga scala della Fiat-Revelli Mod. 1914, la fanteria ebbe in dotazione armi automatiche a sufficienza.. Allo scoppio delle ostilità, l'esercito italiano era ben lontano anche dal numero minimo di mitragliatrici richiesto per assegnare una sezione di due armi a ciascun battaglione di fanteria di linea, di granatieri, di bersaglieri e di alpini.

Altra fonte di preoccupazione era la consistenza delle dotazioni di pezzi d'artiglieria e armi leggere personali, intaccate in maniera considerevole per far fronte alle esigenze della precedente guerra italo-turca: se i fucili e i moschetti Carcano Mod. 91 erano sufficienti per armare l'esercito regolare (lasciando i vecchi Vetterli-Vitali Mod. 1870/87 alla Milizia Territoriale), più critica era la situazione delle artiglierie, in particolare di quelle di medio e grosso calibro in relazione non solo al numero di bocche da fuoco, ma anche delle scorte di munizioni e ai quadrupedi necessari alle batterie.. Per ovviare temporaneamente alla mancanza di artiglieria, in attesa che la riconversione industriale desse i suoi frutti, l'esercito mise mano a tutti i pezzi disponibili, anche se antiquati, con provvedimenti atti a requisire le artiglierie dalle batterie costiere e dalle opere fortificate lontane dalla zona delle operazioni..

Il piano strategico italiano

Il piano strategico stilato dal generale Cadorna s'incentrava su un'azione offensiva/difensiva per contenere gli austro-ungarici nel loro saliente, incentrato sulla città di Trento e sul fiume Adige, che si incuneava nell'Italia settentrionale, lungo il lago di Garda nella regione di Brescia e Verona. Lo scopo era concentrare invece lo sforzo offensivo verso est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso l'Austria-Ungheria, poco a ovest del fiume Isonzo. L'obiettivo a breve termine dell'Alto Comando italiano era costituito dalla conquista della città di Gorizia, situata poco più a nord di Trieste, mentre quello a lungo termine, ben più ambizioso e di difficile attuazione, prevedeva di avanzare verso Vienna passando per Trieste..