Biografia
Figlio di un ferroviere e di una casalinga, da giovane fu giocatore professionista militando come centrocampista nel di Santa Maria Capua Vetere, nel e nel ; abbandonò ben presto i campi di gioco perché non riuscì mai a valicare la Serie C.
Dopo aver lasciato gli studi per diventare giornalista, accettò un lavoro offertagli da Albino Tagliavini, suo ex presidente al , come piazzista per la sua ditta di prodotti petroliferi. In seguito, nella stagione 1956-1957 venne chiamato da un suo ex compagno di squadra parmigiano, Edmondo Fabbri, al per diventarne allenatore in seconda, in contemporanea al ruolo di segretario amministrativo. In questo doppio ruolo, contribuì a portare la squadra dalla IV Serie al campionato di Serie A nel giro di quattro anni.
Nel 1959 Angelo Moratti lo volle all', dove inizialmente ebbe la stessa mansione segretariale. Venne presto promosso a direttore sportivo nerazzurro e, in questo ruolo, nel corso degli anni 60 fu tra i cardini, assieme al summenzionato Moratti e all'allenatore Helenio Herrera, del mito della Grande Inter.
Una volta lasciato il club milanese in coincidenza con la fine della presidenza Moratti, nel 1970 venne chiamato dalla famiglia Agnelli alla , col compito di ristrutturare una società reduce da un decennio globalmente incolore sul piano sportivo. Da general manager bianconero, nel successivo triennio seguì la crescita dirigenziale del giovane presidente Giampiero Boniperti e contribuì a gettare le basi della squadra che nel quindicennio a venire farà incetta di scudetti, di cui i primi due arrivati proprio sotto la gestione Allodi.
Definito un «corruttore» dal giornalista Gianpaolo Ormezzano, Allodi fu accusato dal giornalista inglese Brian Glanville di aver corrotto o tentato di corrompere gli arbitri delle semifinali di Coppa dei Campioni nel triennio 1964-1966 e ancora nel 1973, e quelli di varie partite disputate dalla nazionale italiana durante il periodo 1974-1982. Tali imputazioni non trovarono mai alcun riscontro in sede giudiziaria.
Dopo una parentesi di otto anni in seno alla FIGC, in cui fu anche tra gli ideatori del corso per il patentino di allenatore, negli anni Ottanta tornò a lavorare per squadre di club con la prima e il poi. In particolare con la società azzurra, dove rimase tra il 1985 e il 1987, costruì con il presidente Corrado Ferlaino e il giovane dirigente Pierpaolo Marino la squadra artefice del primo scudetto partenopeo; non riuscì tuttavia a godersi appieno quest'ultimo successo, poiché il 12 gennaio 1987 era stato colpito da un ictus che lo aveva convinto ad abbandonare definitivamente il calcio.
Coinvolto inizialmente nello scandalo del calcio italiano del 1986, ne uscì scagionato sia in primo grado sia in appello.
Morì nel 1999, all'età di 71 anni, a causa di uno scompenso cardiocircolatorio; lasciò la moglie Franca e il figlio Cristiano. Nel 2017 è stato incluso nella Hall of Fame del calcio italiano.
Carriera da dirigente 1955-1959 1959-1968 1970-1973 1974-1982 Responsabile del Centro Tecnico Federale Luigi Ridolfi 1982-1985 1985-1987
Note
Bibliografia
Altri progetti
Collegamenti esterni
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