I fatti del G8 di Genova furono una serie di eventi politici avvenuti nella città italiana di Genova a partire da giovedì 19 luglio sino a domenica 22 luglio 2001, contestualmente allo svolgimento della riunione del G8.
Durante la riunione dei capi di governo degli otto maggiori paesi industrializzati svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio 2001 e nei giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell'ordine e manifestanti fra i quali si erano infiltrati provocatori (black bloc). Durante uno di tali scontri, in Piazza Alimonda, il Carabiniere Mario Placanica uccise il manifestante Carlo Giuliani. Successivamente la polizia irruppe in una scuola che ospitava perlopiù attivisti, giornalisti e studenti inermi, i quali subirono un pestaggio nella notte e furono oggetto di altre violenze nella caserma dove vennero portati.
Nei sei anni successivi, lo Stato italiano subì alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle forze dell'ordine. Nei confronti di funzionari pubblici furono inoltre aperti procedimenti in sede penale per i medesimi reati contestati. Altri procedimenti furono aperti contro manifestanti per gli incidenti avvenuti durante le manifestazioni.
Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell'ordine per lesioni, furono archiviati a causa dell'impossibilità di identificare personalmente gli agenti responsabili; la magistratura, tuttavia, pur non potendo perseguire i colpevoli, ritenne in alcuni casi effettivamente avvenuti i reati contestati.
Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato all'unanimità che è stato violato l'articolo 3 della Convenzione sul "divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti" durante l'irruzione alla scuola Diaz. Il 6 aprile 2017, di fronte alla stessa Corte, l'Italia ha raggiunto una risoluzione amichevole con sei dei sessantacinque ricorrenti per gli atti di tortura subiti presso la caserma di Bolzaneto, ammettendo la propria responsabilità.
Le perplessità sulla scelta della sede di Genova Le proteste precedenti
La scelta di Genova come sede per la riunione del G8 suscitò immediatamente notevoli perplessità, a causa sia delle proteste e delle forti mobilitazioni di manifestanti contrari alle tendenze economiche neoliberiste, accompagnate da incidenti avvenuti durante le ultime riunioni degli organismi internazionali, sia della topografia della città, che non si prestava bene ad un evento di tale portata. Il movimento no-global infatti aveva preso precedentemente forma a Seattle il 30 novembre 1999, alla conferenza dell'Organizzazione mondiale del commercio, da qui la sua definizione di Popolo di Seattle, città nella quale si verificarono i primi incidenti. Nel 2001 manifestazioni e scontri si susseguirono il 27 gennaio a Davos, in occasione del Forum economico mondiale, dal 15 al 17 marzo a Napoli e il 15 giugno a Göteborg, per il summit europeo.
Tali proteste miravano a portare all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale il problema del controllo dell'economia da parte di un gruppo ristretto di potenti che, forti del peso economico, politico e militare dei loro paesi, si ponevano come autorità mondiale rispetto alle sovranità nazionali dei singoli paesi. Si contestavano inoltre le politiche e le ideologie neoliberiste adottate dalle organizzazioni sovranazionali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e il Fondo Monetario Internazionale.
Le critiche sulla scelta della città
Successivamente alla conclusione dell'evento queste decisioni vennero rimesse in discussione per la fallimentare gestione dell'ordine pubblico, dovuta anche alla morfologia della città; oltretutto, nonostante Genova e Napoli siano topograficamente piuttosto simili, quest'ultima era stata scartata proprio con la motivazione del difficile controllo dell'ordine pubblico, problema che anche nella città ligure si verificò ampiamente. Anche la motivazione del clima, che aveva comportato la bocciatura per Roma, non si dimostrò valida, visto che Genova nel periodo del summit presentò un clima molto caldo.
All'epoca in Italia era al potere il secondo governo Berlusconi, insediatosi poco più di un mese prima dei fatti, l'11 giugno, che espresse critiche nei confronti dell'esecutivo precedente, il secondo governo Amato, per la scelta di Genova, città considerata inadatta a garantire una buona gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico; l'ambasciatore Umberto Vattani, segretario generale della Farnesina, fu nominato supervisore del G8 e incaricato di negoziare con il Genoa Social Forum per gestire le proteste, mentre fra gli abitanti della città, all'epoca governata dalla giunta di centro-sinistra del sindaco Giuseppe Pericu (mentre la regione Liguria, di cui Genova è capoluogo, era amministrata dal presidente di centro-destra Sandro Biasotti), a dispetto delle rassicurazioni fornite dai mezzi di comunicazione di massa rispetto l'installazione di grate di delimitazione della zona rossa e la chiusura dei tombini per timore di attentati dinamitardi, si diffuse la preoccupazione sulla possibilità di attività violente da parte di gruppi di contestatori, quali i Black bloc.
Le informative della questura di Genova Un fascicolo riservato di 36 pagine, titolato "Informazioni sul fronte della protesta anti-G8", compilato dalla questura di Genova ai primi di luglio e reso pubblico dal quotidiano genovese "Il Secolo XIX" alcuni giorni dopo il termine del G8, conteneva un'analisi dei vari gruppi che dovevano partecipare alle manifestazioni divisi per colori in base alla loro pericolosità: il blocco rosa, comprendente le associazioni per l'azzeramento dei debiti dei paesi poveri, organizzazioni cattoliche, ambientaliste ed elementi della sinistra antagonista che si riconoscono nel patto di lavoro e nella rete Lilliput, considerato di bassa pericolosità; il blocco blu e il blocco giallo, considerati come possibili fautori di incidenti e disordini, quali "episodi di generico vandalismo", "blocchi stradali e ferroviari" e attacchi mirati contro le forze dell'ordine; il blocco nero, comprendente sia il movimento anarchico definito black bloc, considerato possibile autore di azioni condotte da piccoli gruppi composti da "10 o 40 elementi ciascuno", sia gruppi legati all'estrema destra quali Forza Nuova e Fronte Sociale Nazionale, dei quali era stata segnalata la presenza alla questura dal Genoa Social Forum il 18 luglio, che avrebbero potuto infiltrare elementi tra i gruppi delle tute bianche, allo scopo di confondersi tra i manifestanti per aggredire i rappresentanti delle forze dell'ordine, "screditando contestualmente l'area antagonista di sinistra anti-G8".Su questi ultimi gruppi di destra il dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale dichiarerà che durante il vertice le forze di polizia di Genova non avevano rilevato "la presenza di provocatori o estremisti di destra, né nel corso delle manifestazioni, né tra gli arrestati coinvolti nei disordini". Tuttavia non risulta individuato nessuno appartenente a questi gruppi, né di sinistra, né anarchici, né di destra.
Il termine Black Bloc originariamente non definisce i partecipanti alle manifestazioni o agli scontri, ma un determinato tipo di manifestazione e di scontri che prevede delle azioni tipiche, quali marciare in blocco, vestiti di nero, allo scopo di creare un forte effetto scenico, l'uso sistematico del vandalismo, il deviare dai percorsi imposti dalle autorità ai cortei autorizzati, il costruire barricate, o attuare sit-in pacifici di protesta; i media usarono questo termine per indicare genericamente i manifestanti violentiCosì descrive i Black Bloc la Corte di Appello di Genova, nelle motivazioni della sentenza di secondo grado sui fatti della scuola Diaz: ma in realtà, tra le centinaia di fermati e arrestati durante i giorni del vertice, nessuno risultò essere aderente al sistema dei Black Bloc e inoltre
Il fascicolo inoltre elencava alcune probabili azioni che sarebbero potute essere compiute dai manifestanti, quali lancio di frutta con all'interno lamette di rasoio o di letame e pesce marcio tramite catapulte, blocchi stradali e ferroviari, lancio di migliaia di palloncini contenenti sangue umano infetto, uso di fionde tipo falcon per lanciare a distanza biglie di vetro e bulloni allo scopo di perforare gli scudi di protezione e i parabrezza dei mezzi in uso alle forze dell'ordine limitandone la capacità di movimento, lancio di copertoni in fiamme, rapimento di esponenti delle forze dell'ordine e uso di auto con targhe dei Carabinieri falsificate per avere accesso ai varchi della zona rossa.
Dopo la pubblicazione del documento compresi i gruppi di riferimento dei manifestanti, un'anomalia: il dossier infatti, oltre alle possibili strategie violente elencate, metteva in guardia le forze dell'ordine anche da iniziative non violente e del tutto legittime quali il costituire gruppi con conoscenze giuridiche per affrontare tutte le problematiche relative ad eventuali problemi giudiziari e legali con le forze dell'ordine, il munirsi di computer portatili e radio ricetrasmittenti nonché di telecamere per trasmettere in tempo reale sul circuito Internet le immagini della protesta o l'affittare, anche per poche ore, un canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale.
La topografia della città e le critiche alla zona rossa
Le misure di sicurezza prevedevano una zona gialla, ad accesso limitato, e una zona rossa severamente riservata, chiamata gergalmente anche Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.
Furono poste sotto controllo strade e autostrade; furono chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l'aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti del rischio di attentati per via aerea; vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della "zona rossa" e installate inferriate per separare le zone "rossa" e "gialla".
Nel clima teso della vigilia, molti genovesi decisero di abbandonare la città e di sospendere le proprie attività lavorative, anche nelle zone della città lontane dai luoghi interessati. Furono molti gli allarme-bomba. Un pacco-bomba ferì un carabiniere, mentre un altro esplose nel centro di produzione televisiva di Palazzo dei Cigni, presso Segrate (Milano), ferendo la segretaria del giornalista Emilio Fede, direttore del telegiornale TG4. Alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, aderenti o fiancheggianti il Genoa Social Forum (GSF), responsabile dell'organizzazione e del coordinamento delle manifestazioni.
Il GSF chiese, attraverso i portavoce Vittorio Agnoletto e Luca Casarini, l'annullamento del G8, con la motivazione che la riunione dei capi di Stato e di governo era da considerarsi illegittima, in quanto pochi uomini potenti avrebbero preso decisioni destinate a condizionare popoli non rappresentati dal G8 e perché il divieto di entrare liberamente nella zona rossa costituiva una limitazione delle libertà costituzionali; tali richieste non furono accettate dal governo, motivando ciò con l'impossibilità di venire meno agli impegni internazionali precedentemente assunti dall'Italia, anche se questi erano stati assunti dal precedente governo.
Gli avvenimenti dal 19 al 22 luglio Giovedì 19 luglio