Biografia
Le origini e i primi anni Nacque agli inizi del ventesimo secolo da Raffaele e Ada Minozzi, entrambe provenienti dall'alta borghesia intellettuale cittadina. Il nonno materno fu l'ingegnere Achille Minozzi che fu particolarmente attivo durante gli anni del Risanamento di Napoli: oltre ad essere il progettista del complesso sistema fognario cittadino, fu anche appaltatore di diversi palazzi d'affitto sui lotti della colmata di Mergellina. Nel palazzo di famiglia in via Caracciolo si tenne, tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, un noto salotto culturale condotto successivamente dalla figlia Ada. Tra gli ospiti vi furono Vincenzo Gemito, Francesco Mancini, Luigi Mellucci, Francesco Paolo Michetti, Francesco Saverio Nitti, Enrico De Nicola, Raffaele Viviani e Salvatore Di Giacomo. Il vivo ambiente familiare stimolò fortemente Cosenza che si diplomò in studi classici e in seguito, sulla falsariga del nonno, s'iscrisse al politecnico di Napoli ottenendo a soli 23 anni la laurea in Ingegneria civile nel 1928.
L'apertura mentale del contesto casalingo assunse in Cosenza un punto di fondamentale ispirazione nella sua futura carriera professionale. Già nei primissimi mesi dalla laurea tentò di allacciare rapporti con le avanguardie architettoniche della penisola ed europee evitando la chiusura a specifici tecnicismi ingegneristici di quel periodo che si riducevano a sterili composizioni neoeclettiche che risentivano degli echi della stagione architettonica umbertina e dei più recenti tentativi di "nazionalizzazione" dell'architettura promossa dal regime fascista. Il suo esordio si mosse nella direzione delle esperienze italiane della fine degli anni Venti che guardavano a quelle europee post-moderniste. Riferimento principale divenne la stagione Funzionalista tedesca di Walter Gropius, in Italia l'orizzonte dell'architettura funzionalista divennero le mostre del MIAR del 1928 e del 1931 e le opere di Giuseppe Terragni e Figini e Pollini, in particolare il Novocomum, inaugurato nel 1928, e la Casa elettrica esposta alla IV Esposizione Triennale Internazionale delle Arti Decorative ed Industriali Moderne di Monza. Diverso fu il contesto urbano in cui iniziò ad operare il giovane ingegnere, la Napoli di quel periodo esaurì la sua spinta innovatrice e culturale negli anni immediatamente successivi alla fine della Grande Guerra, la spinta conservatrice della borghesia napoletana fu così tenace da rifiutare qualsiasi programma di modernizzazione, sia proposta dai canali ufficiali del regime e sia quella non ufficiale in linea con gli orientamenti culturali europei. Non fu un caso che il regime fascista istituì l'organo dell'Alto Commissariato alle Opere Pubbliche per la Provincia di Napoli con l'obiettivo di scardinare la lentezza burocratica comunale e il conservatorismo della borghesia cittadina. Proprio l'Alto Commissariato, in quegli stessi anni, presentò al Comune il progetto di sostituzione dell'antica Pescheria pubblica di Via Marina che si presentava in condizioni di degrado. Inoltre il regime ritenne che la produzione ittica italiana, ed in particolare quella napoletana, di interesse nazionale. Il progetto dell'Alto Commissariato si configurava in una zona a valle di Via Marina, nell'attuale Piazza Duca degli Abruzzi, con un linguaggio che si caratterizzava dai tipici accenti neo-eclettici in voga in città dopo la parentesi floreale e che lo stesso Cosenza definì con parole lapidarie una "università del pesce".
Nel 1929, contemporaneamente alla finalizzazione del progetto comunale, Cosenza iniziò ad occuparsi della progettazione di un'alternativa architettonica più economica e funzionalmente performante. L'ingegnere, cominciò a studiare le strutture mercatali ittiche di città come Pozzuoli, Milano, Venezia, Marsiglia, Ostenda e Amburgo pur non apportando modifiche distrubutive ed organizzative al progetto ufficiale del comune. Il progetto alternativo si dimostrò economicamente più vantaggioso. I viaggi compiuti lungo l'Europa condussero l'ingegnere a conoscere direttamente i movimenti architettonici d'avanguardia che plasmarono la composizione asciutta del nuovo volume del Mercato Ittico oscillante tra lo strutturismo francese di Auguste Perret e Eugène Freyssinet e il formalismo tedesco alla maniera di Peter Behrens, quest'ultima corrente fu prevalente in fase esecutiva del progetto. Gli echi francesi vennero avvertiti nella grande sala di contrattazione con volta a botte in cemento armato nervato tompagnata, originariamente, con vetrocemento che riprendeva indirettamente le suggestioni della grande sala di lettura del Progetto della sala per l'ampliamento della Biblioteca Nazionale di Étienne-Louis Boullée del 1785 oppure agli impianti basilicali dell'antica Roma. L'opera si concluse nel 1935 segnando la prima introduzione del linguaggio moderno a Napoli.
Gli anni Trenta
Come tutti gli intellettuali progressisti mostrò una certa avversione al regime e alla sua politica, il decennio si caratterizzò per lo più da commesse private di modesta entità e da studi approfonditi sul tema della residenza. Archiviata l'esperienza del Mercato ittico, per Cosenza si aprì una nuova fase alla ricerca di una sintesi linguistica che potesse fondere le esperienze europee del razionalismo a allo stile di vita mediterraneo, in linea con la ricerca condotta nello stesso periodo da architetti e critici di architettura come Gio Ponti, Piero Bottoni, Giulio De Luca, Carlo Cocchia, Edoardo Persico e Giuseppe Pagano. La ricerca compiuta attraverso il viaggio, in questi anni, divenne quella che egli stesso definì ricerca paziente sull'architettura. Tra il 1933 e il 1935 presentò due soluzioni significative per il Palazzo Forquet all'angolo di piazza San Pasquale e la Riviera di Chiaia; l'edificio mai realizzato presentava due progetti completamente diversi tra loro che si confrontano con il problema della soluzione d'angolo e del suo superamento in termini compositivi. Inoltre l'area in questione è densa di vincoli storico-architettonici, a partire dalla dirimpettaia chiesa di San Pasquale a Chiaia che domina l'invaso della piazza e dalle cortine di edifici nobiliari confinanti il lotto da edificare. La prima soluzione, in linea con i dettami del Razionalismo italiano, manifestava un volume a forma di parallelepipedo caratterizzato da due facciate predominanti, una su piazza San Pasquale e l'altra sulla Riviera di Chiaia. Il fronte sulla piazza risultava poggiato su un volume pieno basamentale nel quale si apriva l'accesso condominiale; i piani sovrastanti erano incapsulati in una griglia di solette e tompagnature che definivano le cellule aggregative degli appartamenti, ogni singolo spazio ricavato nella griglia veniva scavato dai volumi degli ambienti prospicienti i terrazzi. La facciata sulla Riviera è caratterizzata da un blocco serrato di balconate continue sostenute da pilotis circolari e dall'arretramento del basamento creando un gioco compositivo dinamico. La chiusura d'angolo è demandata ad una fascia di tompagno liscia di chiara reminescenza terragnana. La seconda soluzione, più mite nell'approccio compositivo, tendeva a sviluppare ed enfatizzare l'angolo.
Dopo questa esperienza avviò una profonda ricerca sull'abitare che caratterizzò tutta la sua carriera professionale fino alla fine della sua vita. Tra il 1934 e il 1939 strinse un rapporto professionale con l'architetto austriaco Bernard Rudofsky. In questa fase fu protagonista di alcune delle più significative produzioni antebelliche del Razionalismo italiano e del Movimento Moderno europeo, aprendo il lirismo purista dei modernisti con la semplicità delle costruzioni costiere del Mar Mediterraneo. L'esordio della collaborazione coincise anche con il loro punto più alto della produzione napoletana, e in generale italiana, tra il 1934 e il 1937 furono entrambe impegnati nella progettazione e costruzione di Villa Oro. Il percorso compiuto tra gli esordi e la costruzione del suo primo edificio residenziale privato nel segno della razionalità mediterranea fu elogiato con ottime parole da Giuseppe Pagano sulle pagine di Casabella. Pagano riconobbe in Cosenza una profonda sensibilità artistica e culturale che non veniva per nulla sottoposta al giudizio razionale dell'ingegneria, arte e tecnica venivano sublimate in un'unica visione. In villa Oro viene abbandonato il carattere stereometrico delle architetture razionaliste della prima fase, promovendo una visione topologica dell'insediamento. Frutto anche della ricca collaborazione con Rudofsky che al pari di Le Corbusier effettuò lunghi viaggi nell'area mediterranea, ed in particolare tra le Isole egee, dove poté analizzare le tipologie insediative rurali e il loro attaccamento al sito di costruzione. L'architetto austriaco trovò la sua pace tra le isole dell'Arcipelago Campano, in particolare tra l'Isola d'Ischia e Procida, influenzando notevolmente Cosenza. L'area flgerea divenne una costante nella ricerca insediativa di Luigi Cosenza, al quale dedicò ricerche, studi urbanistici, progetti a scala urbana e di minore entità sullo sviluppo economico e culturale dei Campi Flegrei.
Contemporaneamente si dedicò a piccole commesse lavorative di carattere privato. Tra il 1936 e il 1942 si dedicò alla progettazione e realizzazione di Villa Savarese, sempre sulla collina di Posillipo. Rispetto a Villa Oro che richiamava i dettami dell'architettura rurale mediterranea, in questo progetto sono maggiormente manifesti i caratteri del funzionalismo moderno europeo e in particolare le indicazioni di Le Corbusier, nonché delle esperienze più aggiornate della penisola quali Giuseppe Terragni, Figini e Pollini e Cesare Cattaneo. La costruzione che originariamente presentava caratteri di spiccato modernismo fu nel tempo alterata e frazionata in appartamenti rendendola irriconoscibile rispetto all'idea iniziale del progettista, inoltre la densificazione urbanistica della zona l'ha privata del suo isolamento nel verde collinare e il suo dialogo con il paesaggio, uno degli elementi caratterizzanti il processo creativo di Cosenza. La villa fu pubblicata su Casabella nel 1942 con un articolo di Giuseppe Pagano.