Il santuario nuragico di Santa Vittoria è un sito archeologico che si trova nel comune di Serri, in Sardegna. Il nome si riferisce alla chiesetta in stile romanico che sorge a pochi metri dal pozzo nuragico, costruita sopra un luogo di culto romano.
Il sito di Santa Vittoria è stato frequentato a partire dalla prima fase della civiltà nuragica corrispondente al Bronzo Medio (1600-1300 a.C.) Successivamente, dalla tarda età del Bronzo alla prima età del Ferro (1100-900/800 a. C.), il luogo è divenuto una delle più importanti espressioni della civiltà nuragica e costituisce oggi il complesso nuragico più importante finora messo in luce.
La presenza di un significativo strato di cenere, riscontrato negli scavi, ha fatto dedurre che in epoca romana il sito abbia subito un grave incendio che lo devastò completamente.Zucca, Raimondo (1988). Il santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri in Sardegna Archeologica - Guide e Itinerari n. 7 - Carlo Delfino Editore – Sassari - Italia
Durante le varie campagne di scavi, iniziate nel 1909 da Antonio Taramelli, sono stati ritrovati oggetti come modellini di nuraghi stilizzati, protomi taurine di bronzo e di pietra, armi votive, frammenti di lucerne e numerosi ex voto per la maggior parte in bronzo costituiti da figurine antropomorfe e zoomorfe e modellini di oggetti di uso comune nonché altri importanti reperti che testimoniano i rapporti che i nuragici avevano con etruschi, fenici e ciprioti.Tronchetti, Carlo (2016). Ancora su fenici, etruschi e Sardegna - Rivista di studi fenici - fondata da Sabatino moscati - XLIV-2016 – Roma - CNR editore - Edizioni Quasar Il ritrovamento di oggetti e monete di varie zecche mette in luce la continuità d'uso del sito nei successivi periodi punico, romano, bizantino e medievale.Pilo, Chiara; Dore, Stefania (2019). Taramelli e l’archeologia romana e tardo-antica a Serri. Alla ricerca dei materiali - Atti delle giornate di studio "Antonio Taramelli e l’archeologia della Sardegna" a cura di Casagrande, Massimo; Picciau, Maura; Salis, Gianfranca - Abbasanta maggio 2019 - Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano; Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Sassari e Nuoro
Geografia
La giara di Serri ha un'altitudine di oltre 600 metri slm e costituisce un altopiano basaltico, poggiante sui calcari della pianura circostante, difeso naturalmente da dirupi profondi. Il santuario nuragico di Santa Vittoria è posto all'estremità sud ovest della giara stessa, quella più erta e meno accessibile, mentre l'estremità opposta ha un andamento meno ripido. Attorno al santuario fu costruito anche un muro megalitico di sostegno e difesa.Mancini, Paola (2011) Il santuario di Santa Vittoria di Serri. Campagna di scavo 2011 Fasti on line – Associazione di archeologia classica – Roma
Descrizione L'area scavata del sito si estende per circa tre ettari ma, nel suo complesso, si estendeva in origine per circa venti ettari.
Sono individuabili quattro gruppi di edifici costruiti in momenti diversi: l’area sacra, nella quale si individuano: il protonuraghe a corridoio risalente al Bronzo Medio (1600-1300 a.C.); il nuraghe a tholos che ha inglobato il preesistente protonuraghe risalente al Bronzo Recente (1300-1100 a.C.); il tempio a pozzo, il vicino tempio ipetrale,dal dizionario Treccani online: ipètro (o ipetrale) agg. [dal gr. ὕπαιϑρος «a cielo scoperto», comp. di ὑπό «sotto» e αἴϑρα «cielo sereno»]. – Nel linguaggio degli archeologi, detto dell’edificio greco, in particolare del tempio, privo di copertura nella parte centrale (in contrapp. a cleitrale) la via sacra; i due templi in antis, il primo detto capanna del sacerdote e l'altro, posto più a nord, noto come capanna del capo, tutti edificati nel periodo compreso tra il Bronzo finale e la prima Età del ferro (1100 - 900/800 a.C.); la chiesetta di Santa Maria della Vittoria edificata in epoca bizantina;Paglietti, Giacomo; et al. (2015). Il santuario di Santa Vittoria di Serri (Sardegna, Italia) Storia di un luogo di culto dall’età del Bronzo all’età medioevale - Revista Santuários, Cultura, Arte, Romarias, Peregrinações, Paisagens e Pessoas. belas-artes ulisboa- Lisboa, Portugal - ISSN 2183-3184 il recinto delle feste (o delle riunioni) coevo del tempio a pozzo sul cui perimetro sono posti, rivolti verso l'ampia area interna, un lungo porticato, vani con banchi e sedili, la capanna dei fonditori, il mercato, le tre capanne tra cui quella dell'ascia bipenne, la cucina; un gruppo di edifici costituito da abitazioni, tra cui quella del doppio betilo – dal nome del manufatto sacro trovatovi – appartenenti al periodo compreso tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro (1100 - 900/800 a.C.); un quarto gruppo di edifici, spostato verso oriente, dove si trovano il recinto dei supplizi e la curia, edificati nel periodo compreso tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro (1100 - 900/800 a.C.)
Gli edifici, a seconda della pubblicazione, possono assumere nomi diversi che possono trarre in inganno, per esempio il recinto delle feste è chiamato anche recinto delle riunioni e la curia capanna delle riunioni. Pertanto, per indicare in modo univoco gli edifici, si usa il numero che fu loro attribuito dal Taramelli nella sua rappresentazione generale del sito. Tuttavia quando tale pianta fu pubblicata nel 1931, per motivi di formato grafico del volume, venne eliminata un'ampia porzione vuota tra il recinto delle feste ed il gruppo delle abitazioni e la curia. Anche la pianta pubblicata successivamente e quella esposta ai visitatori nel sito archeologico mantengono lo stesso errore. Solo le foto aeree ne danno invece la reale dimensione.Casagrande, Massimo (2015). Storia di una scoperta, le prime esplorazioni a Santa Vittoria di Serri in "Il Santuario di Santa Vittoria di Serri tra archeologia del passato e archeologia del futuro" a cura di Canu, Nadia; Cicilloni, Riccardo - Edizioni Quasar Roma 2015
Il sito Protonuraghe e nuraghe (Taramelli numero 2 – 4)In prossimità del margine occidentale del sito, vicino alla chiesetta di Santa Vittoria, si ergono i resti di una torre nuragica costruita con filari di blocchi in basalto, dal diametro esterno di circa 7,5 m e dalle feritoie strombate verso l'interno, databile al Bronzo recente (1300- 1220 a.C.) Da essa parte un corridoio lungo circa 18 m ed alto 1 sostenuto da due ali di blocchi di basalto aggettanti che in origine formavano una copertura. Il corridoio raggiunge il muraglione di margine della giara. Le strutture megalitiche tra corridoio e muraglione sono state attribuite ad un protonuraghe (o pseudo nuraghe) databile al Bronzo medio (1500 – 1330 a.C.). Sulle rovine di questo complesso venne eretta in epoca romana una scalinata di lastre di calcare bianco che conduceva ad un piccolo edificio di forma rettangolare all'esterno e quasi circolare all'interno, costruito in muratura, con pavimento in cocciopesto e copertura in tegole. Taramelli individuò in questo edificio la aedes victoriae o tempio della vittoria in ricordo della vittoria romana sui sardi e della distruzione del santuario nuragico. Sempre secondo Taramelli questa titolazione diede il nome alla chiesetta e poi all'intero sito.
Tempio a pozzo (Taramelli numero 13)
Il tempio a pozzo è il luogo più importante di tutto il santuario, tale da essere riconosciuto per primo e subito oggetto di scavi. Datato al IX Sec. a.C. dall'archeologo Anati nel 1985, il tempio fu eretto con muratura isodoma, a filari regolari, di blocchi ben squadrati di basalto e calcare che danno un effetto bicolore che colpì anche Taramelli per la sua precisione costruttiva priva di malta. Ha un'altezza residua di circa 3 m sotto il piano di campagna e di circa 1,2 m al di sopra ed è costituito da un pozzo circolare di circa 2 m di diametro. L'acqua sacra si raccoglie in un bacino con fondo arrotondato alla base del pozzo stesso, attraverso appositi fori nel paramento murario che lasciano filtrare l'acqua piovana. Il muro è realizzato con grande regolarità ed è composto da venti filari di pietre di basalto nero molto ben lavorati nella parte a vista e sagomati a cuneo nella parte a contatto con il foro praticato nella roccia per ricavare il pozzo.
La scala che discende al bacino è composta da 13 scalini ed ha un passaggio leggermente trapezoidale che si stringe a 50 cm alla base. Il soffitto della scala è gradonato.Webster, Maud (2014). Water temples of Sardinia: identification, inventory and interpretation – Uppsala Universitet - Departmentof Archaeology and Ancient History - Master'sDegree Thesis La conformazione delle rovine fa presumere che il pozzo avesse, come altri pozzi sacri, una volta a tholos in elevazione e che le due ali dell'atrio di accesso dotate di sedili potessero essere coperte con un tetto in pietra a doppio spiovente ed un timpano triangolare, in maniera simile alla nota fonte sacra Su Tempiesu di Orune, della quale è rimasta la facciata addossata alla roccia. Il vestibolo del tempio è di forma pressoché quadrata e contenuto nelle due ali laterali del tempio. La pavimentazione è formata da lastre di calcare bianco proveniente da Isili perfettamente interconnesse senza l'uso di legante,
Vicino alla scala era posto un altare rettangolare con una concavità dotata di foro di scarico, che a sua volta dava su una canaletta trasversale che consentiva il deflusso dei liquidi prodotti dai sacrifici senza farli mescolare con le sacre acque del pozzo.
Il tempio è circondato da un temenos, recinto sacro, di forma ellittica, che aveva la funzione, come in altri templi, di separare il tempio dal resto del sito. Il recinto è realizzato in opera megalitica e cioè con pietre sbozzate, invece che perfettamente squadrate come sono quelle del pozzo.
La pratica dell'ordalia e della cura delle infermità (sanatio) nelle fonti d'acqua della Sardegna, confermata dalla presenza di molti ex voto, è menzionata da Gaio Giulio Solino il quale, nel III secolo d.C., riferisce che «Sorgenti, calde e salubri e pozzi in molti luoghi offrono una cura per le ossa rotte e per dissipare il veleno iniettato dai solifugi e anche per curare le malattie degli occhi. Ma ciò che cura gli occhi è anche potente per scoprire i ladri. Perché chiunque nega un furto con un giuramento, e si lava gli occhi con queste acque, se non è spergiuro, vede più chiaramente, ma se nega falsamente la perfidia, il suo crimine viene rivelato dalla cecità e prigioniero dei suoi occhi, è spinto a confessare.»Gaio Giulio Solino (III Sec. d.C.). De Mirabilibus Mundi Capitolo 4.6- 4.7 – in Gaius Iulius Solinus and his Polyhistor, (PhD diss., Macquarie University, 2011), Copyright Arwen Apps
Tempio ipetrale (Taramelli numero 7)