Figlio di Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia, alla nascita ricevette il titolo di Principe di Napoli, nell'evidente intento di sottolineare l'unità nazionale, raggiunta da poco. Il suo lungo regno (46 anni) vide, oltre alle due guerre mondiali, l'introduzione del suffragio universale maschile (1912) e femminile (1946), delle prime importanti forme di protezione sociale, il declino e il crollo dello Stato liberale (1900-1922), la nascita e il crollo dello Stato fascista (1925-1943), la composizione della questione romana (1929), il raggiungimento dei massimi confini territoriali dell'Italia unita e le maggiori conquiste in ambito coloniale (Libia ed Etiopia). Morì poco più di un anno e mezzo dopo la fine del Regno d'Italia.
Per le sue visite al fronte durante la prima guerra mondiale venne appellato "Re soldato". Detenne un ruolo fondamentale nella fine della neutralità italiana e nell'entrata in guerra durante la prima guerra mondiale, nell'affermazione del fascismo, nelle guerre coloniali, nella firma delle leggi razziali, nell'entrata in guerra durante la seconda guerra mondiale, nell'esautoramento di Mussolini a cui seguì la fuga da Roma dopo l'armistizio del 1943, il periodo del cosiddetto "regno del Sud" e la cobelligeranza con gli Alleati durante la liberazione dal nazifascismo. Nel 1946 compì un tardivo tentativo di salvare la monarchia abdicando a favore del figlio Umberto, già luogotenente dal giugno 1944, ed optando per un autoesilio in Egitto. In Italia gli odonimi a lui dedicati sono 409 e sono distribuiti in maniera difforme.
Biografia Infanzia e giovinezza Primi anni ed educazione
Vittorio Emanuele nacque a Napoli l'11 novembre 1869, dove i genitori si trovavano in visita. Oltre che con i nomi di Vittorio Emanuele Ferdinando, in onore dei nonni, sua madre Margherita volle che venisse battezzato anche con i nomi di Maria e Gennaro, in modo da distendere i rapporti con la Chiesa (all'epoca pessimi) e conquistare l'affetto dei sudditi napoletani.
Dopo la nascita venne affidato a una balia locale per l'allattamento, mentre per la sua prima educazione Margherita scelse una nurse irlandese di nome Elizabeth Lee, detta familiarmente "Bessie", vedova di un ufficiale britannico e soprattutto cattolica osservante.
Ella rimase per quattordici anni assieme al giovane principe e fu probabilmente l'unica persona per la quale egli abbia mai sviluppato un affetto filiale. Inoltre Vittorio Emanuele soffriva tremendamente per le sue carenze fisiche e ciò lo portò a sviluppare un carattere schivo e riflessivo fino al limite del cinismo: sembra che una volta Margherita gli avesse proposto di passeggiare assieme per Roma ed egli rispose alla madre: «E dove vuoi andare a mostrarti con un nano?».Storia d'Italia, volume XI, Fabbri Editori, 1965.
Per compensare le carenze fisiche, il giovane Vittorio sviluppò un amore quasi morboso per lo studio e il lavoro di scrivania: pare che a dieci anni fosse in grado di ricordare a memoria tutto l'albero genealogico e l'ordine di successione di Casa Savoia da Umberto Biancamano in giù.
A nove anni tornò in visita a Napoli con suo padre, da pochi mesi salito al trono, sua madre e il primo ministro Benedetto Cairoli. In carrozza, questi si accorse di dare la sinistra al principe e fece per cambiar di posto, ma Umberto lo trattenne. Fu per questa svista di cerimoniale che Cairoli poté interporre il proprio corpo fra quello del re e il pugnale del cuoco Passannante. Il piccolo principe ebbe la sua divisa di marinaretto imbrattata dal sangue di Cairoli ma, dicono, rimase impassibile, anche se poi viene detto che la sera scoppiò in un pianto dirotto tra le braccia della sua tata Bessie.
Figlio unico di cugini primi, crebbe nel tipico ambiente familiare sabaudo, rigido e militare; come suo precettore fu scelto, su suggerimento del principe di Germania Federico III, il colonnello di Stato Maggiore Egidio Osio, che era stato attaché militare all'ambasciata italiana a Berlino. Uomo molto duro, imperioso e abituato al comando, impresse al principe un'educazione sul modello prussiano del re in arme. Pare che appena insediato avesse detto al suo pupillo: «Si ricordi che il figlio di un re, come il figlio di un calzolaio, quando è asino è asino». Alcuni dicono che la severità di Osio ebbe effetti deleteri sul carattere del futuro sovrano, rendendolo ancora più insicuro e introverso; tuttavia questo fatto viene smentito anche dal rapporto di amicizia che il principe continuò a serbare con il suo precettore, intrattenendo una corrispondenza quasi giornaliera e difendendolo dalle accuse rivoltegli.
Ebbe educazione accurataMario Bondioli Osio, La giovinezza di Vittorio Emanuele III nei documenti dell'archivio Osio. Ed. Simonelli, Milano, 1997., comprendente tra l'altro la frequenza della prestigiosa Scuola militare Nunziatella di Napoli, che completò con lunghi viaggi all'estero. Elevato al rango regio, divenne solito frequentare le sedute d'inaugurazione dell'Accademia Nazionale dei Lincei, così come di altre associazioni di stampo scientifico, alle quali si avvicinava per i suoi interessi. Tra tutte le sue passioni, in ambito culturale, svettavano forse la numismatica, la storia e la geografia: la sua conoscenza in queste materie era riconosciuta ad alti livelli, anche fuori dal Regno (scrisse un trattato sulla monetazione italiana, il Corpus Nummorum Italicorum). In più occasioni Vittorio Emanuele venne chiamato, in virtù della sua profonda conoscenza in campo geografico, come mediatore nei trattati di pace. Venne riconosciuto come arbitro per la disputa territoriale dell'isola di Clipperton tra Francia e Messico e per la disputa del Pirara.
Al di fuori degli impegni istituzionali, risiedeva nei soggiorni piemontesi nei castelli di Racconigi e di PollenzoAldo A. Mola, Storia della Monarchia in Italia. Edizioni Bompiani, Milano, 2002.. Qui, secondo i resoconti ufficiali di corte, praticava la lettura e l'agricoltura, studiando le tecniche che l'avrebbero portato a fondare a Roma l'Istituto internazionale di agricoltura.
Estimatore di William Shakespeare, parlava quattro lingue, tra cui il piemontese e il napoletano, ma non amava né il teatro, né i concerti.
Congedo da Osio e periodo napoletano
Al compimento dei vent'anni, Vittorio Emanuele prese congedo dal colonnello Osio, essendo ormai diventato maggiorenne e pari grado del suo precettore, con il quale continuò tuttavia a mantenere una corrispondenza quasi giornaliera. Per fargli fare pratica di comando, fu assegnato al 1º Reggimento fanteria "Re" a Napoli, dove rimase per ben cinque anni. In quel di Napoli strinse amicizia con il principe Nicola Brancaccio, che riuscì a vincere la ritrosia e la timidezza del giovane Vittorio Emanuele, instradandolo alla vita notturna napoletana fatta di teatri non propriamente "rispettabili" e camerini delle attrici.
Per il giovane principe il periodo napoletano fu forse il più felice della sua vita: imparò a parlare fluentemente il napoletano ed ebbe anche diverse amanti, tra cui la baronessa Maria Barracco (pare che dalla relazione sia nata pure una figlia), anche se la sua preferenza andava alle attrici e alle ballerine. Nel suo ruolo di comandante dimostrò una rigidità sfociante nella pignoleria, tanto che, stando alle sue lettere a Osio, risultò essere una vera e propria bestia nera per i propri sottoposti; in una lettera scrisse: «Il mio Plotone di Allievi Ufficiali ha raggiunto il numero di 104 allievi; fra breve saranno 103 perché ne ho scacciato uno per aver rubato ad un compagno; sono convinto della necessità di spaventarli sui primordi.»
Probabilmente l'unico più pignolo di lui era il suo comandante, il generale Giuseppe Ottolenghi di Sabbioneta, che non perdeva occasione per strapazzare il principe su eventuali mancanze di forma e ciò dava a Vittorio l'estro per affibbiare al suo superiore (di origine israelitica) nomignoli come “Giuseppe l'Ebreo" o "Povero Maccabeo". Tuttavia non si trattava di antisemitismo, quanto di una piccola ripicca personale verso il proprio superiore.
Un fatto poco noto ai più è che durante il suo periodo di stanza a Napoli entrò in conflitto con un suo parigrado che all'epoca comandava il 10º Reggimento dei Bersaglieri: quel colonnello era Luigi Cadorna e tra i due nacque una feroce antipatia che durò tutta la vita e che ebbe evidenti conseguenze vent'anni dopo, durante la Grande Guerra.
Matrimonio La questione del matrimonio del giovane principe divenne oggetto di estrema preoccupazione per Umberto I di Savoia e Margherita: nessun Savoia era giunto alla soglia dei venticinque anni scapolo, ma Vittorio non mostrava alcun'intenzione di sposarsi. La questione assunse rilevanza internazionale all'interno della Triplice Alleanza, di cui l'Italia faceva parte: lo stesso kaiser Guglielmo II s'interessò al caso e, approfittando di una visita a Berlino di Vittorio, affrontò il giovane principe di petto, redarguendolo: «Perché non vi decidete a prendere moglie?» e in quel frangente il principe, seppur così giovane, dimostrò tutta la sua caparbietà, tenendogli testa e dicendogli di non impicciarsi dei suoi affari.
La corte sabauda fece un tentativo di combinare un fidanzamento con la principessa Maud del Galles, figlia terzogenita di Edoardo VII del Regno Unito, ma le trattative fallirono per l'opposizione della regina Margherita, la quale, dimostrandosi persino più intransigente del papa, voleva che la fanciulla abiurasse la sua fede anglicana prima delle nozze con suo figlio. Alcuni, tra cui il ministro Brin, sospettavano che in realtà la questione religiosa fosse una scusa, in quanto la regina non voleva che la futura nuora offuscasse la sua celebrata bellezza. Neppure il tentativo di fidanzamento con la principessa danese Luisa di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg andò a buon fine, questa volta per l'opposizione dello stesso principe ereditario: egli infatti non voleva sentire parlare di matrimoni combinati, soprattutto perché il risultato di queste unioni (spesso tra consanguinei) lo vedeva ogni mattina davanti allo specchio e ne era così conscio che non aveva difficoltà di fronte al generale Porro, suo Capo di Stato Maggiore, ad ammettere con schiettezza: «Ch'am varda nen. A sa ben che mi i son fòtu 'ntle gambe!».«Non mi stia a guardare. Sa bene ch'io sono fottuto nelle gambe!»
Al fine di scongiurare un simile rischio, venne combinato il matrimonio tra il ventisettenne principe di Napoli e una principessa montenegrina, Elena, la cui famiglia era molto legata, da vincoli politici e familiari, alla Corte di San Pietroburgo. Allo stesso tempo, il matrimonio con un'esponente della più antica famiglia autoctona di principi balcanici, nonostante la relativa povertà e l'inferiorità del lignaggio, se comparato a quello sabaudo, rafforzava la politica italiana nelle regioni al di là dell'Adriatico. Tuttavia furono non pochi negli ambienti di corte e politici a storcere il naso a questa unione, considerando che i Savoia erano la più antica dinastia europea dopo gli Hohenzollern, mentre Nicola I del Montenegro proveniva da una dinastia recente e meno rilevante.