Il Vomero (Vòmmero in napoletano) è uno dei quartieri collinari di Napoli. I suoi abitanti sono detti vomeresi. È uno dei quartieri più benestanti di Napoli ed è anche ricco di viali alberati.

Inoltre, è celebre per le sue vedute panoramiche sul golfo di Napoli e la sua atmosfera elegante e vivace.

Confina a nord con il quartiere Arenella (viale Michelangelo, Piazza Cosimo Fanzago, via Vincenzo D'Annibale, via S. Gennaro ad Antignano, largo Antignano, via Antignano, via Don Luigi Sturzo, via Case Puntellate, Cavone Case Puntellate), ad ovest con i quartieri Soccavo (via S. Domenico) e Fuorigrotta (via Piave), a sud con il quartiere Chiaia (via Vicinale Fosso S. Stefano, Piazzetta S. Stefano, via Torquato Tasso, Gradoni S. Francesco, via Filippo Palizzi, Salita Petraio, corso Europa) e ad est con il quartiere Montecalvario (Piazza Leonardo, Salita Cacciottoli, viale Raffaello, largo S. Martino, via Pedamentina S. Martino) e con il quartiere Avvocata (Piazza Leonardo).

Con la "riforma del decentramento" deliberata nel 2005, il Vomero con l'Arenella forma la municipalità V, che, con i suoi abitanti, è la zona più densamente popolata della città. Il punto più alto del quartiere è la certosa di San Martino, con un'altitudine di 251 m s.l.m.

Etimologia In epoca greca, la collina vomerese era chiamata Bomòs (, cioè "collina"), nel XVII secolo, invece, si diffuse il nome Vomer, che i dotti vorrebbero derivare appunto da Vomòs.

In epoca romana la collina vomerese era chiamata Paturcium (probabilmente da Patulcius, nome connesso a Giano, il dio a cui la collina era dedicata) e nell'alto Medioevo, per corruzione linguistica, Patruscolo o Patruscio.

Il toponimo attuale, Vomero, attestato alla fine del XVI secolo (quando si riferiva però non all'intera collina, ma ad un antico casale), trae presumibilmente vera origine dalla sua antica vocazione agricola (in relazione al vomere) e al gioco del vomere, un passatempo contadino che sanciva come vincitore chi, con il vomere dell'aratro, avesse tracciato un solco quanto più possibile dritto. Comunque, proprio l'attività legata ai campi e la gran messe di verdure coltivate, gli valsero per secoli il soprannome di Collina dei broccoli.

Storia

Fino alla fine del XIX secolo, il Vomero, costituiva una periferia pressoché disabitata e lontana dalla città di Napoli, le sue parti più antiche, come il rione Antignano, erano nuclei abitativi rurali, villaggi che, sin dai tempi dei romani, sorgevano sulla "Via Puteolis Neapolim per colles", strada che, prima dello scavo della galleria di collegamento tra Fuorigrotta e Mergellina, costituiva l'unico collegamento via terra tra la zona flegrea e la città. Intorno al II secolo d.C. la strada fu risistemata e chiamata via Antiniana, da cui il nome al rione. Proprio nell'antico villaggio che oggi è il rione di Antignano, la tradizione vuole sia avvenuto per la prima volta il miracolo di San Gennaro, tra il 413 e il 431.

Nel 1282, in seguito alle dominazioni della dinastia normanna e di quella sveva, sotto gli angioini Napoli divenne capitale del Regno di Napoli (condizione che ricoprirà fino all'Unità d'Italia, nel 1860). Cominciò a sorgere dunque l'esigenza di risalire le pendici della collina vomerese, soprattutto per ragioni strategiche. La zona cominciò quindi a popolarsi, soprattutto con la costruzione del Chiostro Certosino nel 1325 e la sostituzione dell'antico torrione di vedetta, d'epoca normanna, posto vicino al Chiostro, con il Castello di Belforte, nucleo di partenza di Castel Sant'Elmo, nel 1329. L'assetto del restante territorio vomerese rimase tuttavia immutato. Sotto i sovrani aragonesi e i posteriori viceré spagnoli, Napoli andò incontro ad un vertiginoso aumento demografico, dovuto alla forte immigrazione proveniente dai centri circostanti e dal resto del regno. La necessità di allargare il territorio cittadino indusse il viceré Pedro Álvarez de Toledo a dirigere lo sviluppo della città (allora solo pianeggiante) verso le pendici delle colline, rimaste fino a quel momento prive di significativi insediamenti abitativi, portando alla costruzione dei Cuarteles a partire dal 1536. Tuttavia, nel 1556, una legge vietò la costruzione di nuovi edifici intorno a Castel Sant'Elmo e, nel 1583, anche sulle pendici del colle vomerese. Nel periodo dei viceré successivi a Don Pedro l'espansione edilizia proseguì, provocando la fusione di innumerevoli borghi, e anche sulla collina iniziarono a formarsi agglomerati più omogenei, villaggi e casali. Nel XVII secolo nella cartografia della città si iniziano a rappresentare le prime costruzioni collinari.

Durante la peste del 1656 la collina fu utilizzata come rifugio da parte della nobiltà e del clero: si era infatti affermata la tendenza nell'aristocrazia residente nel centro storico a costruirsi una seconda casa al Vomero, tendenza che si accentuerà nel corso del XVIII secolo, soprattutto grazie all'apertura della nuova "Strada Infrascata" (Via Salvator Rosa). Tra le tante famiglie nobiliari che si stabilirono al Vomero vi sono: i Carafa, i Conti di Acerra, i Ruffo di Sicilia, i Cacciottoli ed i Cangiani«Questa contrada detta il Vomere è ricca di monasteri e di bellissime casine per essere l'aria salutifera avendo un aspetto al mare». Così nel 1692 Carlo Celano descrive la collina in "Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli"..

Nel 1809, nella nuova divisione amministrativa della città, operata da Gioacchino Murat, tutti i villaggi del Vomero entrarono a far parte della città vera e propria, all'interno del circondario dell'Avvocata.

Nel 1817 il Vomero fu promosso al rango di residenza, non solo nobiliare, ma anche regale, con l'acquisizione di una villa da parte di re Ferdinando I di Borbone: la futura Villa Floridiana.

Verso la metà del XIX secolo, l'apertura di Corso Maria Teresa (ribattezzato Corso Vittorio Emanuele dopo il 1860), voluta da Ferdinando II, delimitò il confine inferiore del futuro quartiere Vomero.

La fondazione del nuovo Rione e l'urbanizzazione del Vomero

Lo sviluppo abitativo vero e proprio del Vomero ebbe inizio verso la fine del XIX secolo, più precisamente nel 1885, con la fondazione (nell'ambito della legge "per il Risanamento di Napoli") del Nuovo Rione e la progettazione di un tracciato viario, a maglia reticolare e schema radiale, che applicava i dettami razionalistici in voga in tutta l'urbanistica europea di fine secolo, secondo l'esempio della Parigi del Barone Haussmann (esperienze analoghe nell'urbanistica italiana si riscontrano nei quartieri romani di Esquilino e Testaccio). Fin dal primo momento il Vomero venne concepito come un quartiere residenziale destinato alle classi alto-borghesi: le splendide ville e palazzine in stile tardo liberty, che vennero realizzate in gran numero agli inizi del XX secolo attorno a Villa Floridiana e verso l'area di Castel Sant'Elmo e della Certosa di San Martino, costituirono fino alla metà del secolo il tratto distintivo del nuovo quartiere.

Già prima della legge di Risanamento, inoltre, una banca piemontese, la Banca Tiberina, aveva acquistato al Vomero terreni compresi tra la certosa, via Belvedere e Rione Antignano, con l'intenzione di costruirvi un nuovo quartiere (già Garibaldi, in effetti, aveva pensato alle zone collinari come potenziali nuovi rioni, in cui però egli riteneva si dovesse ospitare il proletariato). La posa della prima pietra da parte dei sovrani avvenne l'11 maggio 1885 e, il 20 ottobre 1889, il Nuovo Rione venne inaugurato, con l'apertura della Funicolare di Chiaia, cui seguì la Funicolare di Montesanto nel 1891.

Fino a quella data, ma ancora per diversi decenni dopo, la vita e quindi la storia della collina vomerese e quella della città di Napoli si sono evolute separatamente. "Vado a Napoli", "Scendo a Napoli" erano le frasi dei vomeresi per indicare il tragitto verso il centro. Ma, dopo l'11 maggio 1885, il Vomero inizia lentamente a saldarsi territorialmente con la città. Una saldatura che, conclusasi alla fine del XX secolo, significherà inevitabilmente importare tutti i problemi irrisolti ereditati dalla storia difficile della città di Napoli.

Primo esempio di costruzioni di tipo "urbano" furono i "Quattro Palazzi" di Piazza Vanvitelli, edificati all'inizio del XX secolo dalla Banca Tiberina. Dopo l'inizio dei lavori, tuttavia, la scarsa reattività del mercato, dovuta alle difficoltà economiche dell'epoca e ai collegamenti ancora difficoltosi tra la città e la collina, spinse la banca (proprietaria delle aree edificate e delle due funicolari) a cedere, nel 1899, i suoi diritti alla Banca d'Italia. Ciò provocò la sospensione, per diversi anni, delle opere previste dal piano di urbanizzazione frutto della convenzione stipulata tra il Comune e la Banca Tiberina. All'inizio del XX secolo risultavano dunque realizzati (oltre al tracciato della lottizzazione) esclusivamente una parte degli edifici al centro del Vomero (tra Piazza Vanvitelli, lungo via Scarlatti e via Morghen). Tutte le nuove costruzioni erano in stile neorinascimentale, che a Napoli si protrarrà fino agli anni 1930, trascinandosi negli anni i progetti di fine secolo.

La Banca d'Italia, per recuperare i capitali investiti, decise di vendere gli immobili già costruiti e i terreni, e frazionare gli isolati in piccoli lotti più facilmente vendibili. Conseguentemente, nei primi anni del XX secolo non si ebbe un impetuoso sviluppo urbanistico, ma sorse un'edilizia meno intensiva, di villini a due, tre piani, circondati da graziosi giardini; i quali, peraltro, avevano la capacità di valorizzare maggiormente gli aspetti paesistici dei luoghi, rispetto ai grandi edifici umbertini. Il gusto architettonico che caratterizzò il periodo, fino alla metà degli anni 1920, furono il liberty ed il neoeclettico.

L'apertura della nuova Funicolare Centrale, facilitando gli spostamenti fra il Vomero e il centro, portò ad un incremento significativo dell'urbanizzazione, che si orientò nuovamente verso i grossi fabbricati, realizzati anch'essi secondo i vari stili allora di moda (dal liberty al neoeclettismo, al primo razionalismo). Il nuovo centro abitato si espanse fino a raggiungere gli antichi villaggi (Vomero Vecchio, Antignano), inglobandoli.

Industria cinematografica

Nei primi anni del Novecento sorsero proprio al Vomero alcune tra le prime case di produzione cinematografiche italiane. La prima in città fu la Partenope Film (originariamente Fratelli Troncone & C.), di Guglielmo, Vincenzo e Roberto Troncone, che, nata nel 1906, fu attiva per circa vent'anni, con sede e teatri di posa in via Solimena.

Nel 1915 venne fondata ufficialmente la Polifilms di Giuseppe Di Luggo. La società, nata nel 1912 come società di distribuzione cinematografica con il nome De Luggo & C., nel 1914 venne trasformata in una manifattura cinematografica, denominata originariamente Napoli Film, con sede e teatro di posa in via Cimarosa.

Nel 1919 la Polifilms in difficoltà economiche cedette i suoi impianti e teatri di posa a Gustavo Lombardo, già titolare della società di distribuzione SIGLA (Società Italiana Gustavo Lombardo Anonima), il quale diede vita alla Lombardo Film, la futura Titanus.

Durante la seconda guerra mondiale