Fu segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e, di fatto, capo dell'URSS, dal 1964 al 1982, benché il suo potere sia stato esercitato, all'inizio del suo mandato, in concorso con altri esponenti del Politburo tra cui Kosygin e Podgornyj.
Durante i lunghi anni alla guida delle Repubbliche Socialiste, garantì stabilità costruendo un intricato sistema di controllo del PCUS, alimentando l'apparato burocratico, che fungeva da cerniera tra il partito e lo Stato, realizzando, soprattutto nella parte finale della propria parabola politica, un equilibrio composto da personalità fedeli al partito, tali che, nella fase del passaggio delle consegne alla guida del Soviet Supremo, egli non temesse altro che il proprio stesso deperimento fisico (che si dimostrerà sempre più un handicap sin dalla prima metà degli anni settanta, a causa delle diverse e gravi patologie che lo colpiranno).Sergio Romano, Storia della Russia - La Russia contemporanea, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 671-673
Cooptando nella nomenklatura personaggi a lui legati da vincoli di amicizia, di parentela o di interessi favorì anche l'incremento della corruzione e dei privilegi, acuendo la distanza tra il partito ed alcuni settori della cosiddetta società civile. Attraverso il ruolo di alcuni intellettuali (Solženicyn e Sacharov), tale divario contribuiva a diffondere un'immagine negativa dell'URSS all'estero, in particolare nell'occidente.Marcello Flores, Il secolo mondo, Milano, 2004, pp. 490-491
Fu Segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica dal 1964 al 1982 e due volte a capo del Praesidium del Soviet Supremo (capo dello Stato), dal 1960 al 1964 e dal 1977 al 1982. Sotto il suo governo si acuirono le tensioni tra Occidente e mondo comunista, come nel caso della Primavera di Praga e dell'invasione dell'Afghanistan. La sua morte aprì il lento, ma costante percorso di occidentalizzazione delle strutture dell'URSS poi guidato da Michail Gorbačëv.
Biografia Primi anni
La carriera militare
La scalata al potere
Gli anni alla guida dell'URSS La politica estera e la dottrina Brežnev
La sua politica estera passò alla storia sotto la definizione di "dottrina Brežnev" (nota anche come teoria o "dottrina della sovranità limitata"), esposta nell'intervento programmatico tenuto al V Congresso del Partito Operaio Unificato Polacco (12 novembre 1968). Nel periodo in cui Alexander Dubček tentava di avviare in Cecoslovacchia il programma di liberalizzazione del sistema comunista, Brežnev sostenne una politica aggressiva che vedesse l'Unione Sovietica l'unica titolata, in quanto stato guida del comunismo, ad intervenire, anche militarmente, negli affari interni dei paesi alleati del Patto di Varsavia (che godevano così, appunto, solo di una sovranità limitata). Si giustificò così nel 1968 l'invasione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia, che pose fine alla Primavera di Praga. Anche l'invasione dell'Afganistan in appoggio alle colonne comuniste nel paese e l'allargamento dell'influenza sovietica in Medio Oriente, Asia (sostegno al Vietnam del Nord contro la Cambogia) e in Africa (interventi in Angola e Etiopia in appoggio a Menghistu), teso a rafforzare il peso dell'URSS nel mondo, sono da inquadrare all'interno del nuovo espansionismo sovietico imposto da Brežnev.
Brežnev, quando ritenne che gli Stati Uniti attraversassero un periodo di debolezza politica (in conseguenza dell'insuccesso nella Guerra del Vietnam e delle dimissioni di Nixon a seguito dello scandalo Watergate, tutti smacchi diplomatici che avevano indebolito l'immagine degli USA), ovvero a partire dalla metà degli anni settanta, si adoperò per cercare di adeguare a vantaggio dell'URSS quella che lui credette una fase dannosa per gli USA, con l'installazione dei missili SS20 provvisti di testata nucleare nei paesi dell'Europa dell'Est a partire dal 1976. Ciò diede inizio ad una escalation nucleare, in quanto all'inizio degli anni ottanta gli USA risponderanno installando nei paesi dell'Europa occidentale i missili nucleari a medio raggio Pershing II e Cruise.
Nei confronti di Stati Uniti ed Europa occidentale accettò tuttavia momenti di distensione sul fronte della denuclearizzazione, in larga parte proseguendo nella linea iniziata dal predecessore, riportando risultanti non indifferenti, sebbene poco soddisfacenti (a causa dei disaccordi in relazione ai bombardieri sovietici Tupolev Tu-22M e ai missili da crociera statunitensi), agli inizi degli anni settanta con la firma del primo trattato sulla limitazione delle armi strategiche SALT I (che non ottenne però seguito).Nicholas Riasanovsky, Storia della Russia, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 637 Dopo gli incontri con Nixon a Mosca nel luglio 1974 e Ford a Vladivostok (novembre 1974), ripreso poi a Ginevra nel gennaio 1975, il secondo accordo per la limitazione della costruzione di armi strategiche (SALT II) fu raggiunto a Vienna il 18 giugno 1979, e firmato col presidente Jimmy Carter. Tuttavia l'intervento sovietico in Afghanistan nel 1979 segnò un deterioramento nelle relazioni USA-URSS che portò all'adozione di severe sanzioni contro l'URSS da parte degli USA, che rifiutarono di ratificare il SALT II, nonché, tra l'altro, al boicottaggio di due Olimpiadi, quelle del 1980 a Mosca, e quelle del 1984 a Los Angeles.
Negli anni settanta fu inoltre il principale interlocutore della Ostpolitik del cancelliere della Germania Occidentale Willy Brandt. Tolse la Iugoslavia del maresciallo Tito dall'isolamento ideologico e politico a cui era stata condannata da Stalin e avviò dei rapporti di collaborazione con la Francia (i dirigenti sovietici ottenevano cordiale accoglienza nel paese a guida gollista). Nel 1975 sottoscrisse gli accordi di Helsinki in cui vennero riconosciute e accettate le frontiere esistenti fra gli stati europei, compresa quella che divideva la Germania in due entità politiche distinte e sovrane e, in cambio dell'implicito riconoscimento del dominio sovietico in Europa orientale, l'URSS si impegnò al rispetto dei diritti umani. I rapporti con l'Occidente si deteriorarono ulteriormente nel 1981 a causa della politica sovietica repressiva contro la Polonia, e proprio tale questione contribuì ad allontanare definitivamente dalla sfera di influenza sovietica alcuni fra i più importanti partiti comunisti europei. Poco prima di morire riaprì alcuni negoziati con la Repubblica Popolare Cinese.
La politica economica Durante l'era di Brežnev l'URSS avviò tre piani quinquennali di sviluppo dell'industria, l'ottavo (1966-1970), il nono (1971-1975) e il decimo (1976-1980), denominato "piano quinquennale della qualità". I nuovi piani di industrializzazione mostravano però un rallentamento sempre più evidente dell'economia del paese (abbassamento del tasso di crescita del PIL e di quello della produttività, scarsi rendimenti degli investimenti), soprattutto durante il periodo del nono piano e poi anche ai tempi del decimo e dell'undicesimo.Nicholas Riasanovsky, Storia della Russia, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 623-630 L'URSS subì gli effetti dannosi del declino della manodopera (il paese era ormai largamente urbanizzato, l'incremento demografico aveva frenato, e l'industria non poteva più reggersi su quella riserva di uomini che aveva consentito in passato un costante sviluppo industriale), l'aprirsi del deficit commerciale con gli USA, ma soprattutto della crisi mai risolta dell'agricoltura, che a partire dal 1972 e fino alla morte di Brežnev andò incontro a raccolti cerealicoli incerti, talvolta rovinosamente negativi, talvolta eccellentiIl raccolto negativo del 1972 (168,2 milioni di tonnellate di grano) fu seguito da quello positivo del 1973 (222,5 milioni di tonn.), così come quello disastroso del 1975 (140,1 milioni di tonnellate) fu a sua volta seguito da quello eccellente del 1976 (223,8 milioni di tonnellate). In virtù di questi risultati Brežnev poté annunciare durante il XXVI Congresso del PCUS, il raggiungimento della superiore stabilità dell'agricoltura, essendo i raccolti negativi del X piano quinquennale stati annullati dal miglior raccolto della storia sovietica (quello del 1978, di 237,4 milioni di tonn.). Cfr. USSR, measures of economic growth and development, 1950-80: studies, United States Congress (prepared for the use of the Joint Economic Committee of the United States), Washington, 1982.
I livelli di sviluppo sovietici, sebbene subissero un allarmante calo, apparvero ugualmente elevati a fronte della recessione che colpiva l'Occidente. Va segnalata infine una arretratezza tecnologica e un gap di produttività dell'URSS che la poneva su livelli di squilibrio col rivale statunitense e che la costringeva a importare nuovi prodotti americani sfruttando in parte i proventi della vendita del petrolio.
Alcuni studiosi hanno osservato come vi siano state due fasi nell'arco di potere di Brežnev. Una prima sostanzialmente positiva, che vide buoni aumenti dei livelli di vita contestuali a crescita dei settore militare e industriale, mentre gli ultimi anni avrebbero conosciuto gli effetti della stagnazione e della crisi produttiva del comparto agricolo. Se da un lato vi furono aumento del livello di vita, crescita della potenza militare, riduzione del divario dei livelli di PIL e produttività con gli Stati Uniti, dall'altro si assistette a una costante decelerazione di questi fenomeni e alla già citata esacerbazione del deficit produttivo dell'agricoltura. La responsabilità più grave del governo di Brežnev riguarda soprattutto la scarsa capacità di interpretare i segnali negativi dell'economia sovietica e di attuare severe e adeguate misure per contrastare la situazione di crisi.Nicholas Riasanovsky, Storia della Russia, RCS Quotidiani SPA, Milano 2004, p. 616
Il consolidamento del potere e la morte
Negli ultimi anni della sua vita, nonostante la vecchiaia e la salute malferma, che peggiorò vistosamente con disturbi diversi sin dal 1974 (soffrirà di malattie cardiovascolari, leucemia, carcinoma orale, enfisema e disfunzioni circolatorie), tanto da far diffondere voci interne sulla sua morte sin dalla prima metà degli anni settanta, Brežnev consolidò il proprio potere: nel 1976, anno del conseguimento del successo nel XXV Congresso del partito, fu nominato maresciallo dell'Unione Sovietica.
L'anno successivo, eletto nuovamente alla presidenza del presidium del Soviet Supremo al posto di Nikolaj Podgornyj (assommando per la prima volta nella storia dell'URSS le cariche di leader del partito e di capo dello stato), promosse la riforma della Costituzione (detta anche "Costituzione Brežnev"). Vi veniva riaffermata la funzione di controllo del partito, al quale venne assegnato il potere di attuare un monitoraggio capillare sul territorio attraverso il coinvolgimento delle masse per mezzo di associazioni e strutture ricreative,Cap. I, art. 6: "Il Partito Comunista dell'Unione Sovietica è la forza che dirige e indirizza la società sovietica, il nucleo del suo sistema politico, delle organizzazioni statali e sociali. Il PCUS esiste per il popolo ed è al servizio del popolo. Il Partito comunista, armato della dottrina marxista-leninista, determina la prospettiva generale di sviluppo della società e la linea della politica interna ed estera dell'URSS, dirige la grande attività creativa del popolo sovietico, conferisce un carattere pianificato e scientificamente fondato alla sua lotta per la vittoria del comunismo". e ribadito con maggiore completezza il carattere plurifunzionale, federale e unitario dell'Unione, attribuendo alle repubbliche federate il diritto di libera secessione, che negli anni successivi influirà sul distacco degli stati satellite e sul dissolvimento dell'URSS.