L'espressione buddismo dei NikāyaDa tener presente che il termine sanscrito e pāli nikāya significa “raggruppamento” e viene in questo caso tradotto come “scuola”, non va confuso con lo stesso termine utilizzato nel Sutta Piṭaka del Canone pāli per dividere i suoi cinque raggruppamenti testuali. è stata coniata dalla storiografia contemporaneaIl termine fu coniato, negli anni '80, dal professor Masatoshi Nagatomi, studioso del buddismo Mahāyāna della Harvard University, per indicare le scuole pre-Mahāyāna del buddismo indiano, evitando l'utilizzo del termine Hīnayāna che poteva risultare offensivo per i buddisti Theravāda. per indicare un insieme eterogeneo di scuole buddiste sorte nei primi secoli dopo la morte del Buddha Śakyamuni (vedi anche Concili buddisti) che si riconoscevano in un corpo dottrinale e disciplinare, come il Canone pāli, che non comprende quelle scritture indicate successivamente come mahāyāna.

Il dibattito sull'espressione "buddismo dei Nikāya" e sui termini alternativi. Origini delle scuole Un termine sinonimo, sempre utilizzato dagli studiosi, è quello di buddismo Hīnayāna. Va tuttavia tenuto presente che quest'ultimo termine, Hīnayāna ("Piccolo veicolo" o "Veicolo inferiore") era precedentemente utilizzato dai seguaci del buddismo Mahāyāna in senso dispregiativo per indicare i seguaci di quegli insegnamenti buddisti che non riconoscevano la canonicità degli insegnamenti riportati nei Prajñāpāramitā Sūtra e nel Sutra del Loto, in particolar modo riferito ai seguaci della scuola Sarvāstivāda.

D'altronde, utilizzare per queste scuole la definizione di 'primo buddismo' non rende ragione della nascita al loro interno delle correnti che poi si denomineranno Mahāyāna. L'utilizzo del termine Mahāyāna si è diffuso a partire dal II secolo d.C. circa e si ritiene che la prima letteratura di riferimento possa forse avere avuto origine nel I secolo a.C., ma non si sa quando si siano formati i primi gruppi di monaci che sottolineavano l'importanza e l'urgenza dell'insegnamento dello śūnyatā e della prajñā, tratti caratteristici della dottrina mahāyāna.

Di certo vi è stato fin dai primi concili dibattito su quali fossero gli effettivi insegnamenti del Buddha ŚakyamuniE anche: Secondo Hans W. Schumann: , ma nei testi buddisti più antichi pervenuti, risalenti al I secolo d.C. e rinvenuti nella regione del Gandhara, non c'è traccia di alcuna dottrina riconducibile a quelle mahāyāna.

Philippe Cornu azzarda una soluzione interpretativa della nascita del buddismo Mahāyāna considerando come possibile che il Buddha Śakyamuni abbia insegnato Questo varrebbe come tesi speculativa, non esistendo testimonianze letterarie, litografiche o archeologiche né dirette né indirette a sostegno e scontrandosi invece con quanto risulta nel canone pāli, il quale riferisce il Buddha negare al monaco e attendente personale Ānanda l'aver mai tenuto insegnamenti segreti o ristretti a monaci privilegiatiNota 31: Raniero Gnoli, op. cit., p. 1140. Mario Piantelli, Op. cit., p. 108 ritiene questo insegnamento di Gautama Buddha sia in realtà una risposta dei tradizionalisti "posta in bocca" al Buddha per controbattere la pretesa mahayanista di conservare insegnamenti esoterici a loro riservati dal Buddha storico.. Inoltre autorevoli studiosi ritengono i Prajñāpāramitā Sūtra delle opere tardive rispetto a quelle delle scuole più antiche, dette pratyekabuddhayāna (R. Gnoli, Testi Buddisti, pp. 10-11).

Gli studiosi R. H. Robinson e W. L. Johnson ritengono infatti il Mahayana il frutto successivo dell'evoluzione delle prime scuole dottrinali buddiste, dette del nikaya, e considerano il Mahayana frutto anche dell'assorbimento di diverse dottrine, riti e culti buddisti diffusi in India al tempo della sua formazione dottrinale.

Nell'introduzione a "Storia del Buddismo indiano" lo studioso Paolo Taroni scrive cheI. Vecchiotti, Storia del Buddismo indiano, Introduzione, pp. 9-10:

Lo studioso Gregory Schopen è di tutt'altro avviso notando che le iscrizioni archeologiche mahāyāna sono quasi tutte monastiche, concludendo che:

Anche Paul HarrisonPaul Harrison. Searching for the origins of the Mahāyāna: what are we looking for? In Eastern Buddhist, 1985, XXVIII, 1, 48-69 e Sasaki ShizukaSasaki Shizuka. A study of the origin Mahāyāna Buddhims- On the Hirakawa theory. Opuscolo distribuito alla conferenza dell'International Association of Buddhist Studies a Città del Messico, cit. da Paul Williams, Op.cit. p. 255. ritengono che il movimento mahāyānista sia di stretta origine monastica.

Paul Williams ricorda come i recenti lavori di Paul Harrison sui frammenti della letteratura mahāyāna nonché i suoi antichi sūtra conservati nel Canone cinese, e solo recentemente studiati, nonché le conclusioni degli studi archeologici effettuati da Gregory Schopen, possano far concludere che il nucleo centrale del Mahāyāna sia certamente monastico e che il punto centrale del Mahāyāna primitivo corrisponda all'aspirazione della perfetta buddhità ovvero al voto del bodhisattva da contrapporre a coloro che seguivano un sentiero 'inferiore' mirando alla liberazione della sola propria sofferenza invece di mirare a quella di tutti gli esseri senzientiOp. cit. p. 104.

Questi monaci mahāyāna corrisponderebbero a degli asceti della foresta tesi a tornare allo spirito buddista primitivo:

Il fatto che i primi mahāyānisti fossero dei monaci asceti delle foreste spiegherebbe, secondo Harrison, la scarsità di testimonianze archeologiche nei loro confronti.

La tesi di un Mahāyāna fondato da monaci conservatori e asceti delle foreste sarebbe dimostrata, secondo Gregory SchopenGregory Schopen. The bones of a Buddha and the business of the monk: conservative monastic values in an early mahāyāna polemical tract. Journal of Indian Philosophy. 1999, XXVII, 279-324., anche dall'analisi di un sūtra mahāyāna molto antico, il Maitreyamahāsiṃhanāda (Ruggito del Leone di Maitreya), risalente al I secolo d.C. dove viene raccomandata l'ascesi monastica nelle foreste, la svalutazione della vita laicale e la denigrazione dell'adorazione degli stūpa.

Il pellegrino cinese mahāyāna Yìjìng (義淨, 635-713) registra ancora nel VII secolo che varie scuole allora esistenti con cui era entrato in contatto (Mahāsāṃghika, Vatsīputrīya, Sarvāstivāda e Vibhajyavāda) avevano ancora tutte al loro interno monaci MahāyānaRichard H. Robinson e Williard L. Johnson, p. 108.. Secondo alcuni studiosi ciò indicherebbe che le divisioni tra monasteri, almeno fino al VII secolo, inerivano quindi ancora alla disciplina monastica (Vinaya)Le differenze sul vinaya non dovevano essere così preoccupanti in quanto come ricordano Richard H. Robinson e Williard L. Johnson «Può darsi che questo riflettesse il commento del Buddha, fatto verso la fine della sua vita (D.29) quando, a proposito delle differenze nel vinaya, disse che dopo la sua morte non avrebbero dovuto preoccupare quanto quelle del dharma», p. 72. piuttosto che alle dottrine di riferimentoCosì Richard H. Robinson e Williard L. Johnson «Monaci appartenenti a scuole diverse vivevano spesso in armonia entro i confini dello stesso monastero. [...] Se un gruppo qualsiasi avesse ritenuto le sue differenze rispetto agli altri così forti da non poter vivere insieme si sarebbe ritirato altrove e si sarebbe stabilito in un altro monastero.», p. 77.. Altri studiosi rilevano invece come i codici della disciplina monastica (Vinaya) che ci sono giunti siano invece molto simili tra di loro, almeno per quanto riguarda le controversie dei concili in cui le comunità si scontrarono tra loroB. Sujato, p. 4, e che fu proprio grazie a ciò che le comunità antiche, nonostante fossero divise dalle loro interpretazioni della dottrina (in primo luogo dell'Abhidharma), potevano convivere negli stessi monasteri. Infatti anche gli studiosi R. H. Robinson e W. L. Johnson fanno risalire la spaccatura tra le scuole dei Nikāya e il Mahāyāna alle reciproche divergenze non disciplinari, ma relative all'Abhidharma.

Ritornerebbe quindi opportuno l'utilizzoNakamura Hajime si risolve utilizzando la definizione di buddismo dei Nikāya dello Hinayana (in: Buddhism, Schools of: Mahayana, The Encyclopedia of Religion, Mc Millan, NY 1986). Mentre Collett Cox utilizza Mainstream stream buddhist schools (in Encyclopedia of Buddhism, New York, McMillan, 2004, p. 501). Luis O. Gómez utilizza invece early sect a anche di Hinayana schools in: Buddhism: Buddhism in India, The Encyclopedia of Religion, New York, Mc Millan, 2005. Andre Bareau invece spiega che «Sarebbe più corretto dare il nome di "primo buddismo" al cosiddetto Hinayana, denotando il termine l'intera raccolta delle più antiche forme di buddismo: quelle che precedono il sorgere del Mahāyāna e quelle che condividono la loro stessa ispirazione e nutrono lo stesso ideale, ossia l'arhat.» Tradotto da: Buddhism schools of: early doctrinal school of Buddhism in The Encyclopedia of Religion, New York, Mc Millan, 2005., come sostenuto da Richard H. Robinson e Williard L. Johnson, del termine Hīnayāna. In questo ambito tuttavia occorre ribadire che si intende come buddismo dei Nikāya quelle scuole, e quei monaci di quelle scuole, che non si riconoscevano negli insegnamenti dei Prajñāpāramitā Sūtra e nel Sutra del Loto, essendo inoltre tra loro divisi da differenti Vinaya e differenti Abhidharma.

Occorre poi precisare che l'attuale scuola Theravāda non può essere considerata a pieno titolo una scuola del buddismo dei Nikāya, o Hīnayāna, avendo essa stessa subìto, nel corso dei secoli, degli sviluppi dottrinali che l'hanno portata ad accogliere persino alcuni insegnamenti provenienti da altri ambiti buddisti e brahmaniciPhilippe Cornu Dizionario del Buddismo Milano, Bruno Mondadori, 2003, p. 662; R. H. Robinson e W. L. Johnson,Op. cit., pp. 180-181.

Canonicità delle scritture del buddismo dei Nikāya Dal punto di vista storiografico è difficile stabilire la "canonicità" di questa o di quella scrittura buddista. Di certo sia gli Āgama-Nikāya (testi a cui fanno riferimento le scuole del buddismo dei Nikāya) che alcuni Prajñāpāramitā Sūtra, come presumibilmente alcuni capitoli del Sutra del Loto, sono stati messi per iscritto nello stesso periodo, ovvero nel I secolo a.C., anche se studiosi fanno comunque risalire l'origine delle Prajñāpāramitā ad un'epoca posteriore a quella della formazione degli Āgama-Nikāya (Raniero Gnoli. Testi Buddisti, pp. 10-11). Parte dei Nikāya del Canone pāli è fatto risalire, secondo alcuni autori e grazie a testimonianze indirette e studi letterari comparativi, al IV secolo a.C.Barua, p. 4, nonostante quello noto sia il frutto di un'edizione del V secolo d.C« . La situazione complessiva è tuttavia tale dal far ritenere la ricostruzione dell'evoluzione storica dei testi buddisti pressoché impossibilePer un'ulteriore trattazione della datazione dei testi del canone pāli si rimanda a: Datazione dei Nikāya del Canone pāli. Tutte, o alcune, delle dottrine riportate erano state precedentemente, e per secoli, trasmesse oralmente (e forse, almeno in parte, anche per iscritto a partire dall'epoca del sovrano AśokaCosì Amulyachandra Sen in Asoka's edicts, Calcutta, 1956, citato in: K. Lal Hazra, BBLEIE, p. 107) da monaci chiamati bāṇaka. Non si ha contezza di quale sia l'effettivo insegnamento del Buddha Śakyamuni lì contenuto.