La monetazione pontificia è l'insieme delle emissioni di monete del governo pontificio.

Si riferisce alla produzione delle zecche di Avignone, Roma e delle altre strutture che hanno nei secoli coniato monete per lo Stato pontificio.

Storia delle monete pontificie Il diritto di battere moneta è uno dei regalia, cioè delle prerogative dei sovrani. Quindi le prime monete pontificie dovrebbero iniziare con la nascita del potere temporale dei papi. Tuttavia esistono monete di papa Zaccaria (741-52), e di Gregorio III (Ficoroni, "Museo Kircheriano"), e forse di Gregorio II (715-741).

Non ci sono dubbi sul fatto che questi pezzi, due dei quali sono d'argento, siano reali monete e non semplici medaglie, come quelle che erano distribuite come "presbyterium" all'incoronazione del nuovo papa dal tempo di Valentino (827). L'impronta ricorda quella delle monete bizantine e merovingie del VII e dell'VIII secolo e la loro forma squadrata si trova anche nella monetazione bizantina. Quelle che recano la legenda GREII PAPE — SCI PTR (Gregorii Papae — Sancti Petri) non può essere attribuita a papa Gregorio IV (827-44), per le peculiarità della coniazione. L'esistenza di queste monete quando i papi ancora riconoscevano la dominazione bizantina è spiegata da Hartmann (Das Königreich Italien, Vol. III), il quale ritiene che nell'VIII secolo i papi avevano ricevuto dagli imperatori l'attributo di "Praefectus Urbis". Sotto l'impero le monete delle provincie recavano il nome del magistrato civile locale e queste monete di Gregorio e Zaccaria sarebbero semplicemente monete imperiali bizantine che recavano il nome del primo magistrato della Città di Roma.

Non ci sono monete di papa Stefano II o di papa Paolo I, che regnarono quando il Ducato di Roma era già indipendente dall'Impero d'Oriente; le prime monete pontificie reali sono quelle di Adriano I, dal cui regno fino a quello di papa Giovanni XIV (984) i papi coniarono moneta a Roma.

Non esiste monetazione papale nel periodo tra il 984 ed il 1305; ciò si spiega, in parte, dal fatto che il Senato di Roma, che aveva sostituito il papato nel governo temporale della città, emise le monete dal 1143. D'altronde il principe Alberico aveva già coniato monete a suo nome.

Le monete del Senato di Roma di solito recavano l'iscrizione "ROMA CAPUT MUNDI", o "S. P. Q. R.", o entrambe con o senza emblemi. Nel 1188 la zecca fu restituita a papa Clemente III, con l'accordo che metà dei profitti sarebbero stati assegnati al "Senatore di Roma". Il Senato, nel frattempo, continuò ad emettere moneta, e sulle monete emesse in questo periodo non ci sono riferimenti all'autorità papale. Nel XIII secolo il Senatore fece coniare le monete a proprio nome e così esistono monete di Brancaleone degli Andalò, di Carlo I d'Angiò, di Francesco Anguillara, viceré di Roberto d'Angiò re di Napoli, etc.; così fece anche re Ladislao I di Napoli. Cola di Rienzo, durante il suo breve tribunato, coniò monete con la legenda: N. TRIBUN. AUGUST.: ROMA CAPU. MU.

Monete papali riappaiono con lo spostamento della corte pontificia ad Avignone, anche se esiste una singola moneta che è riferita a Benedetto XI (1303-4), con la legenda COITAT. VENASIN; ma, poiché questo papa non risiedette mai nel Contado Venassino, che appartenne alla Santa sede dal 1274, la moneta si dovrebbe riferire a Benedetto XII. Esistono monete di tutti i papi da Giovanni XXII a Pio IX.

Storia della zecca pontificia I papi ed il Senato, quando coniarono moneta, probabilmente usarono la zecca imperiale di Roma che si trovava alle pendici del Campidoglio, non distante dall'Arco di Settimio Severo; ma nel XV secolo la zecca si trovava, a Ponte, nel palazzo del Banco di Santo Spirito, attuale sede dell'Accademia lancisiana.

Infine nel 1665 Alessandro VII spostò la zecca vicino all'abside di San Pietro. Bernini inventò una macchina per lavorare più rapidamente e Francesco Girardini fornì una bilancia estremamente sensibile; in quel periodo la zecca di Roma era la più efficiente del suo tempo. Nel 1845 Pio IX la dotò delle apparecchiature più moderne.

L'amministrazione della zecca inizialmente era affidata al cardinal camerlengo; la supervisione diretta fu comunque esercitata dal Senato, almeno nel periodo in cui questo corpo prese possesso della zecca, fino al papato di papa Martino V. Il Senatore ed i conservatori della Camera Capitolina designavano i responsabili dalla zecca, mentre la coniazione era certificata dai capi delle corporazione degli orafi e degli argentieri.

Nel 1322 Giovanni XXII creò l'ufficio del tesoriere per la zecca di Avignone, ed il suo responsabile, poco alla volta, si rese indipendente dal camerlengo. Più tardi fu creato l'ufficio del prelata presidente della zecca. Secondo Lunadori (Relaz. della Corte di Roma, 1646), le strutture la coniazione delle monete erano in carico alla Collegio cardinalizio.

Le diverse zecche pontificie

Roma non fu l'unica città dello Stato pontificio ad ospitare una zecca: prima dell'anno 1000, esisteva a Ravenna una ex-zecca imperiale, che fu ceduta nel 996 all'arcivescovo Gerberto da Aurillac da Gregorio V; esistevano zecche anche a Spoleto e Benevento, che in precedenza erano state sedi di ducati longobardi. L'arcivescovo di Ravenna, che era feudatario dell'imperatore anziché del papa, coniò monete finché mantenne il suo potere temporale sulla città e sul territorio circostante. La zecca di Enrico VI fu creata a Bologna nel 1194, e quasi tutte le monete coniate in questa città presentano il motto BONONIA DOCET, o BONONIA MATER STUDIORUM. Il denaro di Bologna si chiamava bolognino; il bolognino d'oro aveva lo stesso valore del fiorino di Firenze. La lira a Bologna valeva 20 bolognini. Queste monete furono coniate a nome del comune; solamente quando Bologna tornò sotto il controllo della santa Sede, sotto Clemente VI, che le monete bolognesi possono essere considerate come pontificie.

Zecche pontificie derivanti da privilegi precedenti Altre città avevano delle zecche o perché erano capitali di principati soggetti alla Santa Sede o in virtù di privilegi concessi da qualche principe e quando questi stati feudali passarono alla Santa Sede, mantennero le zecche che divennero papali. Questo è il caso di Camerino (da Leone X a Paolo III), Urbino, Pesaro e Gubbio (sotto Giulio II, Leone X e Clemente XI), Ferrara (da Clemente VIII), Parma e Piacenza (da Giulio II a Paolo III).

Zecche pontificie di durata limitata Ci sono state altre località e regioni cui i papi concessero per periodi limiti di tempo il diritto di coniazione come Ancona (da Sisto IV a Pio VI), L'Aquila (1486, quando la città si ribellò contro re Ferdinando I di Napoli e si alleò con Innocenzo VIII; queste monete sono rare e recano la scritta AQUILANA LIBERTAS), Ascoli (da Martino V a Pio VI), Avignone (da Clemente V in poi), Carpentras (sotto Clemente VIII), il Contado Venassino (la regione vicino ad Avignone; da Bonifacio VIII), Fabriano (sotto Leone X), Fano (da Innocenzo VIII a Clemente VIII), Fermo (da Bonifacio IX, 1390, a Leone X), le Marche (da Bonifacio IX a Gregorio XIII), Macerata (da Bonifacio IX a Gregorio XIV), Modena (sotto Leone X e Clemente VII), Montalto (sotto Sisto V), Orvieto (sotto Giulio II), il "Patrimonio" (da Benedetto XI a Benedetto XII), Perugia (da Giulio II a Giulio III), Ravenna (da Leone X a Paolo III e sotto Benedetto XIV), Recanati (sotto Nicola V), Reggio (da Giulio II ad Adriano VI), Spoleto (sotto Paolo II) e il ducato di Spoleto, PROVINCIÆ DUCATUS (sotto Paolo V), Viterbo (sotto Urbano VI and Sisto IV).

Le monete papali

Papa Pio VI (1775-1799), avendo la necessità di coniare una grande quantità di monete di bronzo, affidò la produzione a molte città del Patrimonio di san Pietro, dell'Umbria e delle Marche, che, assieme a quelle già nominate, continuarono a battere queste monete; tra le altre c'erano Civitavecchia, Gubbio, Matelica, Ronciglione (le monete del 1799 che mostrano l'incendio di questa città sono famose), Terni e Tivoli. Pio VII soppresse tutte queste zecche ad eccezione di quelle di Roma e Bologna.

Dal 1370 ci furono monete coniate nel periodo che intercorre tra la morte del papa e l'elezione del successore, emesse sotto l'autorità del cardinale camerlengo, che almeno dal XV secolo mise il proprio nome e le proprie ami sul rovescio della moneta mentre al dritto si trovava le legenda "SEDE VACANTE" e la data, intorno alle chiavi decussate sormontate da un padiglione.

Accanto alle monete, furono coniate anche medaglie in alcune occasioni. Si è verificato anche (1829) che alcune medaglie della sede vacante recassero i nomi dei tre conservatori capitolini e del priore dei capo rioni.

Segni sulle monete pontificie

Tutte le monete pontificie, con rare eccezioni, recano il nome del papa, preceduti (fino al pontificato di Paolo II) da una croce greca, e quasi tutte quelle più antiche recano o al dritto oppure al rovescio, la legenda S. PETRUS, ed alcune anche la legenda S. PAULUS.

Da Leone III al periodo della dinastia ottoniana, le monete recano anche il nome del sacro romano imperatore oltre a quello del papa. Dopo il spesso appaiono sulle monete le ami del papa regnante da sole.

Si trovano anche immagini del Salvatore, o di santi, figure simboliche, di uomini o animali, le chiavi (che appaiono per la prima volta su monete di Benevento) ecc. Dal XVI al XVII secolo vengono aggiunte frasi bibliche o morali, in allusione ai santi o al simbolo presente sulla moneta, ad esempio: MONSTRA TE ESSE MATREM, SPES NOSTRA, SUB TUUM PRÆSIDIUM, TOTA PULCHRA, SUPRA FIRMAM PETRAM, DA RECTA SAPERE (durante il Conclave), UBI THESAURUS IBI COR, CRESCENTEM SEQUITUR CURA PECUNIAM, HILAREM DATOREM DILIGIT DEUS, PRO PRETIO ANIMÆ, FERRO NOCENTIUS AURUM, IN SUDORE VULTUS, CONSERVATÆ PEREUNT, TOLLE ET PROIICE, ecc. A volte ci sono allusioni ad eventi storici come l'acquisizione di Ferrara, o la liberazione di Vienna dall'assedio dei Turchi (1683), o a qualche concessione del papa ai suoi sudditi, oppure ad un anno giubilare. Dal papato di Clemente X le monete battute a Roma recano una piccola rappresentazione dello stemma del prelato incaricato della zecca, un'abitudine rimasta fino al 1817. L'unico caso di un cardinal camerlengo che fece incidere il proprio stemma su una moneta durante la vita del papa fu quello del cardinal Armellini, sotto Adriano VI, (1522-1523) per una moneta da quattro grossi.

Le zecche diverse da Roma coniarono le monete con le armi delle rispettive città, o con quelle del legato pontificio, o del vice-legato, o del governatore; ad esempio il cardinal Scipione Borghese nel 1612 batté monete ad Avignone con il proprio nome e stemma, omettendo il nome del papa, un esempio seguito l'anno successivo dal pro-legato cardinal Filonardi. Le città spesso misero sulle monete l'immagine del proprio santo patrono. La data fu apposta sulle monete battute in occasione della Sede vacante, da principio occasionalmente ma in seguito come regola sistematica; apparve raramente sulle monete prima del 1550; la pratica divenne generale nel XVII secolo; veniva usato o l'anno dalla nascita di Cristo oppure l'anno del pontificato; Gregorio XVI fissò questa prassi per legge come anche che ogni moneta dovesse avere indicato il proprio valore.

A Bologna dagli inizi del XVII secolo il valore delle monete d'oro o d'argento era usualmente indicato con i numeri 20, 40, 80, etc., che indicavano la quantità di bolognini o baiocchi; a Roma, nel XVIII secolo, quasi tutte le monete di rame portavano l'indicazione del loro valore.