Leremo di Santa Maria alla Sambuca è un eremo in località Sambuca, nel comune di Collesalvetti, all'interno delle Colline livornesi, a circa 175 msl, in una solcatura valliva incisa dal torrente Ugione, chiusa a nord dal monte Corbolone, ad ovest dalla Poggia, a est da Parrana e a sud dalla valle Benedetta. Proprio dalla particolare collocazione e dalla presenza dei religiosi deriva il nome di Sambuca, cioè “buca santa”. L'edificio si trova al centro di una zona di grande suggestione per la vastità ed integrità dei boschi, per la quiete solenne e per le condizioni mesoclimatiche favorevoli.
La chiesa è a una sola navata, con abside semicircolare e volte a crociera impostate su semipilastri addossati alle pareti. L'arredo consta unicamente di un altare a mensa che precede il vano absidale. Degli affreschi che ornavano la chiesa non rimangono che piccoli frammenti e sinopie, che ne lasciano intuire l'originaria ricchezza.
Storia La fondazione Ben poche notizie si hanno riguardo alle vicende che presiedettero alla sua fondazione. Il Santelli scrive che era un eremo agostiniano, perché il suo priore Isaia partecipò al capitolo generale degli eremiti toscani, celebrato a Cascina nel 1250. Egli riporta anche un documento del 1259, da cui risulta che due frati di Parrana acquistarono per conto del loro istituto un pezzo di terra con casa situato nel territorio di LivornoA. Santelli, Stato antico e moderno ovvero origine di Livorno in Toscana dalla sua fondazione fino all'anno MDCXLVI, Firenze, Gaetano Cambiagi 1772, I-III vol., tomo III, pp. 151-152..
Un importante contributo teso a rendere meno oscure le vicende del romitorio viene offerto da Matilde Tirelli Carli in una sua ricerca condotta su atti notarili dei secoli XIII e XIV conservati nell'Archivio di Stato di Livorno, nella Biblioteca Labronica e nell'archivio arcivescovile di PisaM. Tirelli Carli, Testimonianze di vita eremitica nel territorio livornese: da Santa Maria di Parrana alla Sambuca (sec. XIII-XIV) Estratto dal volume Studi per Enrico Fiumi, Pisa, Pacini 1979, pp. 179-191.. Le origini del romitorio, benché ignote, vengono ricondotte al grande movimento eremitico che si sviluppò in Europa dall'XI al XIII secolo, e che ebbe in Toscana una particolare fioritura attraverso il variegato dispiegarsi degli “eremiti neri”.
Il 24 agosto 1237, Rainerio del fu Belluccio lasciò al romitorio di Santa Maria di Parrana (così viene citata la Sambuca prima dell'anno 1317) la metà “pro indiviso” di tutte le terre colte, incolte, vigne, olivi ed alberi che egli possedeva, prima attestazione che la comunità presente nell'eremo di Parrana nel corso del Duecento era dotata di una sua organizzazione inserita in una struttura non aliena dalla costituzione di un patrimonio fondiario sulle colline livornesi. Sono rintracciabili anche numerosi documenti che mostrano molte transazioni commerciali e di compravendita tra i frati ed alcuni signorotti locali, che rafforzano l'ipotesi che i frati svolgessero attività economiche su base fondiaria, non limitandosi probabilmente “ad accettare solo l'indispensabile per le minime esigenze di una vita povera”C. Violante, presentazione del volume di B. Van Luijk Gli eremiti nel dugento con particolare riguardo al territorio pisano e toscano. Origine, sviluppo e unione. Pisa, 1968..
Un atto datato 19 febbraio 1267E. Falaschi, Carte dell'alrchivio capitolare di Pisa, Roma, Storia e letteratura n°73, 1971, pp. 169-181. fornisce un altro tipo di informazione: il romitorio dipendeva dal monastero di San Paolo in Ripa d'Arno (monastero della Congregazione vallombrosana menzionato per la prima volta nel 1032), a cui i frati di Parrana dovevano, in riconoscenza dello “jus patronatus”, consegnare annualmente un cero di una libbra in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo. Apprendiamo inoltre che la struttura interna della comunità continuava ad essere della più semplice e che il gruppo era numericamente limitato a cinque frati eremiti e al priore.
Gli anni dei Frati Gesuati Dagli anni settanta del XIII secolo le fonti tacciono fino al secondo decennio del Trecento. È probabile che l'eremo avesse riportato dei danni, o comunque non offrisse garanzie di sicurezza, dalle numerose devastazioni che prima Carlo D'Angiò e poi i genovesi causarono sulle coste del litorale livornese alla fine del Duecento.
Quando nel 1317 le fonti tornano a parlare del romitorio, risulta che il padrone per la quarta parte “sive pro maiori” era il conte di Castagneto Duccio del fu Gualando. È in questo documento che si incontra per la prima volta il nome di Santa Maria della Sambuca. Poiché sia la chiesa che l'eremo risultavano in stato di abbandono, gli eremiti agostiniani dovevano essersene allontanati in seguito alle vicende belliche; costoro li donarono ad alcuni frati di penitenza con tre pezzi di terra. Sul primo si trovava la stessa chiesa romitorio, e gli altri due situati nelle immediate vicinanze, vincolando tale beneficio alla permanenza dei religiosi nel sito.
Non esistono altre fonti capaci di darci notizie intorno a questi frati. È certo comunque che nel corso del XIV secolo essi dovettero allontanarsi, poiché nel 1375 vi erano i seguaci del Beato Giovanni Colombini da Siena, fondatore dell'ordine dei Gesuati.
Al Colombini, morto proprio in quell'anno, successe certo padre Girolamo. Fu proprio quest'ultimo che diede incarico a due dei suoi più attivi religiosi, Luca della Terina e Michele da Firenze, di edificare un convento tra le pendici dei monti livornesi. Un alone di leggenda circonda il luogo e i primi gesuati che vennero a dimorare nella valle dell'Ugione, ne sono testimonianza le varie agiografie ambientate alla Sambuca, dove Satana che puntualmente si presentava al cospetto dei frati per indurli in tentazione viene allontanato dalla forza della fede. Un episodio di apparizione è descritto negli annali di Livorno di Giuseppe Vivoli, stampati nel 1842, nei quali si narra come un Demonio in forma di "Romitone", apparisse al frate benedettino Bianco da l'Ancolina..
Con il 1442 le sorti della Sambuca e dei suoi abitatori conobbero un'improvvisa trasformazione. In quell'anno infatti, l'arcivescovo di Pisa Giuliano Ricci, durante una visita ufficiale a Montenero, che versava in condizioni disastrose per una gestione “scempia” di non meglio precisati frati terziarî, ebbe modo di visitare e trattenersi nel cenobio di Parrana. L'Arcivescovo dovette constatare la loro capacità nell'amministrazione dei beni ricevendone particolari garanzie, se nel giro di un anno decise di affidare agli stessi la cura del monastero montenerese e dei suoi possedimenti. Da questo momento, per più di due secoli, le economie di Sambuca e Montenero verranno gestite dalla compagnia dei Gesuati.
Tra Seicento e Settecento Cosa accadde all'eremo nei primi anni del Seicento non è dato sapere, di certo ci fu un periodo di forte recessione e degrado delle strutture dopo che i Gesuati furono soppressi con bolla papale nel 1668 da Clemente IX.
Il primo a rivestire il nuovo incarico dal 1669 sarà un ex-Gesuato, il senese Silvio Piccolomini, che rimarrà alla Sambuca fino al 1694. A lui fu affidato l'incarico gravoso delle ristrutturazioni e di tutti i lavori necessari a ristabilire le sorti di un patrimonio decaduto. Dopo due brevi parentesi, in cui si succederanno Francesco Marchetti e Marco Bani, la gestione dell'economia passerà nelle mani del canonico Cosimo Bani, già provicario di Livorno. È a lui che si deve l'opera più consistente di valorizzazione del territorio e del rinnovato vigore produttivo, a lui si deve ancora il sistematico lavoro intorno alla conservazione delle fonti.
Interessante è la descrizione che ne fa Giovanni Targioni Tozzetti in occasione di una sua visita del 1742: "Il convento dei Padri Gesuati è in fondo ad un'angusta valle sul torrente Ugione. Intorno vi è tutto bosco. Fu principiato con San Giovanni de' Colombani da Siena. La fabbrica esiste tutta intera, ma è molto meschina e capace di pochi frati. Sulla porta d'ingresso è dipinta una veduta della città di Siena. La chiesa è piccola, ma sufficientemente ornata: nell'altare maggiore vi è un ottimo quadro e una pila per l'acqua santa con basso rilievi. A levante nasce il torrente che passa rasente al convento".Giovanni Targioni Tozzetti, Viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa.
Il declino Nonostante l'attività di Cosimo Bani l'economia della Sambuca aveva perso la spinta produttiva ricevuta nella seconda metà del seicento, le attività legate all'economia agricola conobbero un lento ma costante declino che culminò con le successive alienazioni a privati dei terreni che avevano costituito per secoli le possessioni della Sambuca. Nel 1830 con un regio decreto del 6 dicembre si ufficializza una situazione già da tempo vigente: il nobile Michele Tonci ne diviene il legittimo proprietario. Egli provvede alla riedificazione della chiesetta e “fonda un legato pio per la celebrazione di una messa in questa chiesa in tutti i giorni d'obbligo per i fedeli di ascoltarla”. Tra l'altro lo stesso Tonci fa esporre alla venerazione dei fedeli un'immagine della Madonna dipinta su legno, di autore greco già esposta in San Jacopo in Acquaviva e successivamente nella chiesa dei Greci Uniti.G. Bonamini, La Sambuca. Elaborato inedito in opuscolo non datato.
Nel 1842 il convento passa in proprietà del dottor Vincenzo Mangani, personaggio influente nella Livorno di allora, che si impegnerà negli anni settanta a riportare alla luce gli affreschi nascosti sotto una mano di calce. Nel 1898 si assiste ad un altro passaggio proprietario a favore della famiglia Taddeoli. Il convento intanto si trovava di nuovo in condizioni di semi-abbandono. Intorno, parte dei terreni lavorativi erano mantenuti da conduzioni poderali affidate a diversi lavoratori privati. Nel 1910 il romitorio passa nelle mani del sig. Cipriani che l'anno successivo inizia un nuovo restauro al convento. In tale occasione furono risanate tutte le strutture di sostegno, eliminate le cause delle infiltrazioni d'acqua, stonacati completamente tutti i fabbricati e ripristinate a vista le costruzioni primitive (le antiche finestre, le arcate del chiostro, il refettorio al primo piano e l'ingresso principale che era stato trasformato in tinaia). Nel 1912 la Sambuca viene dichiarata monumento nazionale e, nel giro di un anno, completamente restaurata e riaperta alle officiature festive. Nel 1928 sarà acquistata dall'ultimo proprietario privato, il sig. Benini, che ne manterrà il possesso fino agli anni cinquanta quando la rileverà il Demanio.
Ormai da quasi due secoli la Sambuca ha perso la sua funzione vitale di polo territoriale capace di interagire con l'ecosistema insediativo inducendone trasformazioni. Da questo momento però il declino assume i connotati palesi dell'abbandono. Il convento sarà oggetto di ripetuti saccheggi degli arredi interni (si sono salvati solo gli affreschi staccati nel 1953, il contraltare e la campana) fino ad essere ridotto alle sole mura perimetrali ormai fatiscenti. Negli ultimi venti anni si è cercato con alcuni interventi (è stato ricostruito ex novo il tetto nel 1983 da parte del genio civile di Livorno e nel 1994 è stata restaurata l'ala del convento che ospitava la cappella) di evitare la necrosi.
La foresta pietrificata