Illuminato e poco cattolico, durante il suo regno venne considerato dai suoi contemporanei come il tipico rappresentante del "dispotismo illuminato", non credendo nel diritto divino dei re, e come imperatore continuò l'opera della madre secondo i principi del giurisdizionalismo.
La sua politica ecclesiastica si ispirava al febronianesimo e fu chiamata giuseppinismo in suo onore. Con essa l'imperatore intendeva unificare nelle mani dello Stato i poteri sul clero nazionale, sottraendoli al papa e ai suoi rappresentanti, i nunzi apostolici, in maniera molto simile al gallicanesimo francese. Per questa sua propensione a interessarsi agli affari ecclesiastici venne soprannominato anche re sacrestano.
Biografia I primi anni
Giuseppe II nacque a Vienna il 13 marzo 1741, primo figlio maschio di Maria Teresa d'Asburgo e di suo marito, l'imperatore Francesco Stefano di Lorena.
Nel Viennese Diarium, il gazzettino ufficiale della capitale dell'impero, non appena si seppe della notizia della nascita del futuro erede al trono, venne diffusa la seguente notizia:
La sera stessa della sua venuta alla luce, Giuseppe II venne battezzato e singolari furono i suoi padrini: Benedetto XIV partecipò per procura delegando l'arcivescovo di Vienna, il cardinale Sigismund von Kollonitz, mentre il re Augusto III di Polonia venne rappresentato in questa occasione dal feldmaresciallo Giuseppe Federico di Sassonia-Hildburghausen. Al bimbo furono imposti i nomi di Giuseppe Benedetto Augusto Giovanni Antonio Michele Adamo (di cui il secondo e il terzo vennero certamente scelti in onore dei padrini).
Giuseppe era nato poco dopo lo scoppio della Guerra di successione austriaca, dalla quale l'Austria sarebbe uscita profondamente provata; la madre Maria Teresa quindi predispose per lui un'educazione orientata al meglio delle conoscenze culturali e militari dell'epoca, con gli studi degli scritti di Voltaire e degli enciclopedisti francesi da una parte e l'esempio di Federico II di Prussia dall'altra. Ufficiali di governo lo istruirono sui meccanismi di funzionamento e sui dettagli dell'amministrazione delle numerose componenti dello stato imperiale, così da farne un giorno anche un attento burocrate.
Giuseppe II: da re dei Romani a imperatore
Il 27 marzo 1764 Giuseppe II, reputato ormai sufficientemente adulto da poter condividere i poteri paterni e per consacrarlo quale futuro erede al trono imperiale, venne prescelto a Francoforte sul Meno, di fronte alla dieta imperiale riunita, quale re di Germania (titolo sussidiario a quello di imperatore del Sacro Romano Impero) e venne incoronato il 3 aprile di quello stesso anno, assumendo il motto personale Virtute et exemplo.
Nel 1765, alla morte improvvisa del padre, Giuseppe II poté assurgere al trono del Sacro Romano Impero. Nello stesso anno venne altresì associato ufficialmente alla madre come co-reggente su tutti gli stati di collazione arciducale, senza però avere la possibilità di dare spazio alle proprie iniziative di governo. La posizione di imperatore del Sacro Romano Impero, inoltre, dalla metà del Seicento, era divenuta più un titolo d'onore che una vera e propria carica statale, il che diminuì ulteriormente la sua influenza sugli affari di governo, pur concedendogli un controllo pressoché totale sulle finanze dello Stato.
Sappiamo dai documenti d'epoca che in moltissime occasioni Giuseppe aveva manifestato idee completamente opposte a quelle della madre, soprattutto in politica interna, ma fu comunque soggetto alla predominante figura di Maria Teresa, la quale del resto contribuì a instradare la sua educazione verso gli ideali dell'illuminismo, che poi fonderanno la base della politica di Giuseppe II. Alla morte della madre nel 1780, divenuto anche arciduca d'Austria, Giuseppe II tentò di riconvertire la propria politica, ma questo si sarebbe dimostrato eccessivamente scorretto nei confronti della propria condotta personale e dello Stato, che già da diverso tempo era stato abituato a una linea di impostazione teresiana.
Riforme
Giuseppe II è noto soprattutto per essere stato uno dei maggiori sovrani della storia propugnatori dell'assolutismo illuminato. Questo si può dedurre in prima istanza proprio dai suoi scritti, dai quali si evince che egli concepiva il proprio ruolo di capo della nazione come un dovere sacrosanto da adempiere per essere il tramite che legava Dio al suo popolo, incentrando sempre più il ruolo di governo sulla sua persona, pur mantenendo una politica e degli ideali di stampo illuminista: "Tutto per il popolo, ma niente attraverso il popolo" è il motto con cui sovente si è identificata la condotta del regno di Giuseppe II.
Così, Giuseppe II recuperò non solo l'influenza dell'aristocrazia austriaca, ma anche la tradizione cavalleresca e medioevale che lo consacrava come re-sacerdote, fatto che lo spinse molto a considerare attivamente gli affari ecclesiastici come affari di governo. Nel 1782, inoltre, abolì le servitù personali dei contadini e nelle proprietà reali essi divennero affittuari ereditari.
A questo si accompagnava anche una grande tendenza al centralismo che lo portò a progettare un'ambiziosa politica interna all'impero: egli voleva infatti fare dell'Austria un potente stato unitario con la Germania, abolendo tutte le differenze e i privilegi linguistici e culturali che contraddistinguevano le nazioni parti del Sacro Romano Impero sottoposte alla sua guida. Ciò scatenò quasi ovunque nell'impero tendenze nazionaliste e rivolte popolari che lo fecero recedere da questo progetto.
Un altro rimarchevole aspetto della politica di Giuseppe II fu la sua "ars politica", che si espresse in maniera compiuta nella sua attenzione alle espressioni artistiche del suo tempo. Per il Burgtheater di Vienna incaricò il compositore Wolfgang Amadeus Mozart, tramite il conte Francesco Orsini von Rosenberg, direttore degli spettacoli di corte, di comporre quello che sarebbe divenuto Il ratto dal serraglio, rappresentato nel 1782, contribuendo a diffondere la lingua tedesca attraverso il canto e la musica piacevole.Piero Melograni, WAM. La vita e il tempo di Wolfgang Amadeus Mozart, Bari, Laterza, 2003 La cooperazione con Mozart venne fedelmente mantenuta anche negli anni successivi con la prima esecuzione, nel 1786, de Le nozze di Figaro e, nel 1790, con Così fan tutte, quando ormai lo stesso imperatore si era reso conto che il Singspiel in tedesco non aveva attecchito e aveva preferito fare ritorno alla lingua italiana, pur conservando e promuovendo i talenti della propria patria come Mozart.
Una delle sue preoccupazioni fu il benessere del proprio popolo, in particolare sotto l'aspetto della salute, che egli curò in maniera particolare con la costruzione di un ospedale a Vienna: il nosocomio prese il nome di "Josephinum" e venne personalmente progettato dal monarca nei più piccoli dettagli.
La sua riforma degli orari di lavoro per operai e braccianti fu invece osteggiata dalla vecchia classe dirigente austriaca, che vedeva nel lavoro a basso prezzo delle classi meno agiate una forma facile di guadagno e sfruttamento.
Riforme giudiziarie Nel campo delle fonti normative attuò tre interventi di grande rilievo, sempre improntati a quelli che sono i compiti del despota illuminato. Nel 1781 diede alla luce il Civil Gerichtsordnung (CGO), un Codice di procedura civile davvero innovativo e avanzato per i tempi e che, infatti, rimarrà in vigore fino alle soglie del ‘900. Era un codice autonomo e autointegrante e prevedeva, in un'ottica giurisdizionalista, un forte controllo dello Stato sul giudice e sull'azione legale. Al giudice venivano, infatti, tolti numerosi poteri arbitrari di cui disponeva e venivano subordinati alla legge; rispetto alle parti, inoltre, gli venivano assegnate notevoli funzioni incidenti sull'andamento del giudizio: era un vero e proprio motore del procedimento, in netto contrasto con la tradizione di diritto comune.
Tentò poi di portare avanti il progetto di Codex della madre con il Josephinisches Gesetzbuch, ma lo abbandonò presto per dedicarsi al suo importantissimo Josephinisches Strafgesetz (1787). Questa legge penale, che avrebbe dovuto essere applicata anche in Lombardia con il nome di “Codice”, non entrò mai in vigore, perché l'imperatore morì prima della sua promulgazione. Era comunque un passaggio fondamentale nel percorso dell'Austria verso la codificazione, perché può essere considerato il primo codice penale moderno. Per questo testo Giuseppe II fece propria la tradizione di Beccaria, ma a volte ne eliminò il contenuto umanitario, prediligendo la concezione utilitaristica, comunque presente. La sola funzione della pena è quella di prevenire la commissione di crimini, quindi ciò che interessa è la sua efficacia: non importa quanto le pene siano dure o inumane, importa solo che siano utili al loro fine.
Accanto a elementi così autoritari, la legge, tuttavia, fa propri anche alcuni avanzati principi di garanzia, come il principio di legalità, proporzionalità e personalità della pena, il divieto di analogia e l'eliminazione della discrezionalità del giudice. C'è inoltre un'innovativa revisione della figura di reato, che viene scisso in due grandi categorie: i reati criminali e i reati politici. I primi sono quei comportamenti che violano norme di diritto naturale, ossia interessi che sempre e in ogni ordinamento saranno tutelati; mentre i secondi sono comportamenti che ogni singolo ordinamento può decidere se reprimere o meno e vengono puniti perché sono proibiti, non perché sono ingiusti. Molti reati criminali, puniti con pene più dure, vengono declassati a reati politici, quindi puniti con pene meno severe; fra questi, in particolare, i reati religiosi.
Era estremamente innovativo nella misura in cui non prevedeva la pena di morte, seppur lo facesse solo in un'ottica utilitaristica e non umanitaria: le pene più durature e più crude rimangono maggiormente impresse nei consociati, quindi sono più utili della pena di morte che, tutto sommato, è rapida e si dimentica in fretta. Accanto ad alcuni punti di arretratezza, come l'imprescrittibilità di reato e pena, c'era, però, un'altra grande innovazione in questo testo: l'unificazione del soggetto di diritto; si perveniva così finalmente ad assoggettare tutti i sudditi a una stessa legge.
Il terzo grande sforzo giuridico di Giuseppe II si ebbe con il Kriminal Gerichtsordnung (KGO) del 1788. Questo regolamento giudiziario in campo penale era un Codice (il primo Codice di procedura penale moderno) al contempo garantista e statualista, perché, accanto a norme che volevano limitare l'arbitrio del giudice, poneva alcuni istituti a favore dell'imputato. Si inserirono nel processo penale una serie di cautele, come l'abolizione della tortura (strumento arbitrario per eccellenza), per evitare che il giudice sfuggisse al controllo statale; inevitabilmente provvedimenti di questo tipo ricadevano positivamente sull'imputato. Era prevista inoltre la possibilità che il giudice raggiungesse sia la prova della colpevolezza, alla quale sarebbe seguita una condanna dell'imputato, sia quella della sua innocenza, alla quale sarebbe seguita naturalmente l'assoluzione. Innovativo in tal punto era l'inserimento dell'assoluzione per insufficienza di prove, quando il giudice non potesse pervenire né a una condanna, né a un'assoluzione; si eliminava così la figura poco garantista del semi-reo. Veniva anche disciplinato dettagliatamente l'istituto delle prove, con particolare specificità sulla prova piena, che si aveva solo in caso di confessione, di due testimonianze concordanti o di almeno due circostanze. Questa terza situazione, tuttavia, comportava una pena minore.