Con l'espressione ethical hacker si fa riferimento all'etica emersa nelle prime comunità virtuali o "cyber-comunità", dedite alla programmazione informatica.

Etimologia e storia L'etica, la cultura e la filosofia hacker affondano le radici negli anni cinquanta e sessanta, muovendo i primi passi al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston. Il termine "etica hacker" è attribuito allo scrittore Steven Levy, che lo descrive nel libro del 1984 Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica.[ Hackers - Heroes of the Computer Revolution]. Sebbene alcuni dei fondamenti dell'etica hacker siano stati descritti anche da altri autori (vedasi, ad esempio, il testo Dream Machines (1974) di Theodor Nelson), Levy è considerato il primo ad aver documentato questa filosofia e ad averne individuato i fondatori. Secondo la ricostruzione di Levy, in uno dei laboratori del MIT dove era presente un IBM 704 alcuni studenti, dedicandosi fortemente alla programmazione, segnarono le prime tappe della cultura hacker. Nel linguaggio comune degli studenti del MIT, con "hack" si intendeva un progetto in fase di sviluppo o un prodotto realizzato con scopi costruttivi, con riferimento ad un forte piacere dato dal coinvolgimento nel progetto.Hackers. p. 9 Il termine venne adottato estrapolandolo dal comune linguaggio gergale universitario, in cui, col termine "hack", si indicavano gli scherzi goliardici architettati dagli studenti. L'etica hacker fu descritta come un "nuovo stile di vita, con una filosofia, un'etica, ed un sogno".Hackers. p. 26 Nei primi anni ottanta alcuni sostenitori dell'etica hacker diedero vita al movimento per il software libero. Il fondatore di questo movimento, Richard Stallman, è considerato, da Steven Levy, come "l'ultimo vero hacker".si veda, a tal proposito, l'epilogo di "Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica" Gli hackers moderni sono, solitamente, forti sostenitori dei concetti di "software libero" e di "open source software", poiché prevedono di poter accedere ai codici sorgente dei software, per poterli migliorare ed adattare ad altri progetti. Il finlandese Pekka Himanen, nel suo libro L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione ne offre una peculiare interpretazione contrapponendo l'etica degli hacker del software alle aspirazioni dell'etica del lavoro di tipo calvinista.

L'ethical hacker

Come scritto da Levy nella prefazione del libro Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica, i principi generali su cui si basa l'etica hacker sono:

Condivisione Apertura Decentralizzazione Libero accesso alle tecnologie informatiche Miglioramento del mondo

Nel secondo capitolo del libro i principi sono descritti in maggiore dettaglio:

L'accesso ai computer - e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo - dev'essere assolutamente illimitato e completo. Dare sempre precedenza all'imperativo "Hands on!" ("metterci su le mani!"; si intende un approccio empirico e curioso verso i problemi, sperimentando e apprendendo dal sistema che si sta studiando) Secondo Levy, occorre permettere agli hacker di esaminare sistemi già esistenti perché possano capirli e conoscerli; in questo modo sarà possibile sia migliorare i detti sistemi, che permetterne la creazione di nuovi. L'accesso permette lo sviluppo di nuova tecnologia.

Tutta l'informazione dev'essere libera. Le idee e informazioni sono necessarie per migliorare, correggere e creare nuovi sistemi; per questo devono essere libere ed accessibili. Secondo il punto di vista hacker, ogni sistema può trarre beneficio dal libero scambio di informazioni.

Dubitare dell'autorità. Promuovere il decentramento. Il miglior metodo per promuovere un libero scambio di informazioni è quello di avere un sistema aperto, privo di ogni ostacolo tra un hacker e quello che sta cercando di imparare. Per questo motivo gli hacker sono contrari a ogni forma di burocrazia (indipendentemente dal fatto che sia di tipo aziendale, governativo o universitario), che ritengono non abbia nessun'altra funzione se non quello di rallentare ed ostacolare la conoscenza.

Gli hacker dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, etnia, sesso o posizione sociale. In una comunità hacker, l'abilità conta più di ogni altra sua caratteristica. Levy descrive il caso di L. Peter Deutsch che, seppur appena dodicenne, venne accettato dagli altri hacker del TX-0 nonostante non fosse neppure uno studente del MIT.

Con un computer puoi creare arte. Uno degli aspetti maggiormente apprezzati dagli hacker è quello di realizzare software anche molto complesso funzionante con il minor numero di istruzioni possibile. Il codice sorgente di un programma, se particolarmente curato e ben scritto, è considerato un'opera d'arte. Tra i primi hacker rappresentava quasi una sorta di gioco e di sfida il riuscire a creare programmi che fossero il più possibile sintetici.Hackers. pp. 3-36

I computer possono cambiare la vita in meglio. Gli hackers considerano i computer come parte integrante delle loro vite, avendo donato loro obiettivi e avventure: sono considerati come lampade di Aladino che essi possono controllare.Hackers. p. 33 Per questo pensano che chiunque possa beneficiare di essi, e che, se venissero utilizzati nel modo giusto, l'etica hacker si espanderebbe nel mondo, migliorandolo. L'hacker, dunque, attraverso il computer riesce a trasformare una possibilità in realtà; tra gli obiettivi primari di un hacker c'è quello di insegnare alla società che il mondo, grazie ai computer, non presenta più limiti.

Condivisione Nelle descrizioni di Levy, il concetto di "condivisione" è intrinseco nella cultura hacker. Con riferimento all'esperienza del MIT, nelle varie fasi della programmazione gli hackers erano soliti sviluppare programmi e condividerli, mettendoli a disposizione degli altri utenti di computer. Un "hack" particolarmente efficace veniva messo a disposizione degli alti utenti, affinché potessero migliorarlo, estendendone le funzionalità o migliorando la scrittura del codice (risparmiando spazio, pur senza perdere le migliorie introdotte). Nella "seconda generazione hacker" il concetto di condivisione assunse una connotazione più estesa, riferendosi non solo alla condivisione tra hacker, ma alla condivisione con il pubblico (nel senso più generale del termine). È significativo l'esempio, a tal proposito, dell'organizzazione Community Memory, i cui membri avevano l'obiettivo di collocare computer in luoghi pubblici affinché chiunque potesse usufruirne. Il primo computer "comunitario" fu collocato fuori dalla Leopold's Records a Berkeley, California. Un'altra esperienza si verificò quando Bob Albrecht fornì una considerevole quantità di risorse all'organizzazione non profit People's Computer Company (PCC) che aprì un centro dove chiunque potesse utilizzare i computer al prezzo di 50 centesimi di dollaro per ogni ora di utilizzo. Le pratiche di condivisione messe in atto dalla "seconda generazione" hanno contribuito notevolmente allo sviluppo dei concetti di "free software" e di "open source software".

L'imperativo: "Hands on!" Molti dei principi dell'etica hacker fanno riferimento ad una prassi comune: la possibilità di operare direttamente sui software. Come descritto da Levy nel suo testo,

Questo approccio richiede libertà di accesso, disponibilità di informazione e condivisione di conoscenze. Per un "vero" hacker, se si restringe la possibilità di azione, è giusto utilizzare i mezzi che superino questa restrizione, al fine di perseguire dei miglioramenti. È per questo motivo che gli hackers, posti di fronte ad alcune restrizioni, cercano di aggirarle. Ad esempio, quando i computer al MIT erano sottoposti a protezioni, gli hackers sistematicamente cercavano di superarle per avere accesso agli elaboratori.Hackers, p. 27. Questo comportamento non era mosso da secondi fini: gli hackers del MIT non avevano l'obiettivo di danneggiare i sistemi o i loro utenti. Ciò è in profondo contrasto con l'idea moderna (e supportata spesso dai media) degli hacker che violano i sistemi di sicurezza al fine di rubare informazioni o compiere atti di cyber-vandalismo.

"Community" e collaborazione Nella letteratura relativa agli hacker e ai loro processi conoscitivi, il riferimento ai valori della "community" e della collaborazione è ricorrente. Secondo il testo Hackers di Levy, ogni generazione di hacker ha delle community di riferimento in cui i principi di collaborazione e condivisione sono presenti. Per gli studenti del MIT, i laboratori dove si trovavano i computer rappresentavano il luogo della community di appartenenza; per gli hacker di seconda e terza generazione, l'area geografica di riferimento era la Silicon Valley, dove il Homebrew Computer Club e il People's Computer Company aiutavano gli hacker a collaborare e condividere i propri lavori. I concetti di community e collaborazione sono ancora oggi molto rilevanti, sebbene gli hacker non siano più vincolati alla collocazione geografica; oggigiorno la collaborazione si sviluppa su Internet. L'informatico statunitense Eric Steven Raymond identifica e spiega questo spostamento concettuale in La cattedrale e il bazaar::

Raymond inoltre afferma che il successo di Linux ha coinciso con la grande diffusione e disponibilità del World Wide Web.

I "veri hacker" secondo Levy Levy ha individuato alcune personalità di spicco da lui definite "veri hacker", che hanno influenzato significativamente l'etica hacker. Tra i più conosciuti ci sono: John McCarthy: cofondatore del MIT Artificial Intelligence Lab e dello Stanford AI Laboratory Bill Gosper: matematico e hacker Richard Greenblatt: programmatore e iniziale sviluppatore delle workstation basate sul linguaggio di programmazione LISP Richard Stallman: programmatore e attivista politico, noto per GNU, Emacs e per la Free Software Foundation

Levy ha inoltre fatto distinzione tra gli "hardware hackers" (noti anche come "seconda generazione hacker", collocati – in gran parte – geograficamente nella Silicon Valley) e i "game hackers" (noti anche come "terza generazione hacker").

Tra gli esponenti della "seconda generazione hacker" Levy annovera: Steve Wozniak: uno dei fondatori di Apple Bob Marsh: sviluppatore del computer Sol-20 Fred Moore: attivista e fondatore del Homebrew Computer Club Steve Dompier: membro del Homebrew Computer Club member e hacker all'opera sul primo Altair 8800 Lee Felsenstein: hardware hacker e cofondatore del Community Memory e del Homebrew Computer Club; sviluppatore del computer Sol-20 John Draper: figura leggendaria nella programmazione informatica mondiale. Ha scritto EasyWriter, il primo elaboratore di testi.

Tra gli esponenti della "terza generazione" vengono citati: John Harris: uno dei primi programmatori assunti alla On-Line Systems (diventata più tardi Sierra Entertainment) Ken Williams: fondatore, assieme alla moglie Roberta, della On-Line Systems (dopo aver lavorato per IBM)

L'opera di Himanen Himanen, nella sua opera L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione (che contiene un prologo di Linus Torvalds e un epilogo di Manuel Castells), ha, tra gli scopi, quello di riscattare il significato originale del termine "hacker". Secondo Himanen, un hacker non è (come si crede comunemente) un criminale, vandalo o pirata informatico con grandi competenze tecniche (questo è il "cracker"), ma l'hacker è chiunque lavori con grande passione ed entusiasmo per quello che fa. Quindi il termine "hacker" può (e deve) essere applicato ad altri ambiti come, ad esempio, quello scientifico. Così scrive Himanen: