Biografia

Dalla nascita fino al 1860

Nacque a Maddaloni in Terra di Lavoro da Aniello, ufficiale dell'esercito delle Due Sicilie e da Maria Rosa Di Lucia. La famiglia de' Sivo aveva una lunga tradizione di fedeltà alla dinastia borbonica. Il nonno, anch'egli di nome Giacinto, aveva armato a proprie spese soldati per la difesa del regno in occasione dell’aggressione giacobina e francese, e lo zio Antonio era stato fra gli ufficiali dell'esercito sanfedista del cardinale Fabrizio Ruffo..

Dopo un'infanzia trascorsa nelle proprietà familiari, frequentò la scuola del marchese Basilio Puoti (uno dei massimi esponenti del purismo) a Napoli. De' Sivo conservò sempre in tutti gli scritti l'impronta dell'insegnamento classicistico che aveva ricevuto, pur risentendo temporaneamente del romanticismo.. Nel 1836, poco più che ventenne, pubblicò il suo primo libro, un volumetto di versi; quattro anni dopo pubblicò la tragedia Costantino Dracosa, dedicata a Costantino XI Paleologo, ultimo imperatore bizantino, tradito dal megaduca Luca Notara e ucciso nell’attacco ottomano a Costantinopoli del maggio 1453. Nel 1844 uscì la Florinda d’Algezira, ambientata in Spagna nel 713 al tempo della invasione araba e della fine del dominio gotico nella penisola iberica. A questa faranno seguito altre sei tragedie di argomento storico e biblico e il romanzo storico Corrado Capece (1846) incentrato sulla figura dell’eroico combattente per la causa sveva ai tempi della guerra tra Carlo d'Angiò e Manfredi. La cena di Alboino e la Partenope, entrambe nel 1858, furono interpretate dalla celebre attrice Fanny Sadowski nel teatro dei Fiorentini a Napoli. L’ultima tragedia, il Belisario, la cui azione si svolge a Costantinopoli nell’anno 563, fu scritta nel maggio 1860. Nel 1844 de' Sivo sposò Costanza Gaetani dell'Aquila d'Aragona, figlia del conte Luigi, maresciallo di campo e aiutante generale del re, dalla quale ebbe tre figli.

Parallelamente allo svolgimento dell'attività letteraria ricoprì importanti incarichi dirigenziali nell'amministrazione dello Stato. Fece parte della Commissione per l'Istruzione Pubblica, poi - nel 1848 - fu nominato Consigliere d'Intendenza della provincia di Terra di Lavoro, con settecento uomini ai propri ordini.

L'ondata di moti rivoluzionari scoppiati nel 1848 colpì profondamente de' Sivo, inizialmente non immune dalla speranza, poi rivelatasi vana, di una federazione degli stati italiani sotto la guida del pontefice.. De' Sivo partecipò alla formazione della Guardia Nazionale istituita dal nuovo governo costituzionale sul modello della guardia nazionale francese. A Maddaloni tenne l'ufficio di capo provvisorio della Guardia Nazionale dal 19 febbraio all'8 maggio del 1848, e di nuovo ne capitanò una compagnia nel gennaio del '49.. Il fallimento della proposta neoguelfa e il carattere marcatamente liberale verso cui sfociò la crisi del '48 lo indussero a prendere le distanze dal governo costituzionale e a scrivere un'amara riflessione storica sugli avvenimenti del biennio rivoluzionario, che peraltro non diede alle stampe ma conservò manoscritta in casa propria.Tale opera costituisce il nucleo della Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861.

Dal 1860 alla morte Alla caduta del Regno delle Due Sicilie, de' Sivo si proclamò fedele alla dinastia borbonica. Fu destituito dalla carica di consigliere d'Intendenza e arrestato (14 settembre 1860). La sua casa fu occupata per tre mesi da Nino Bixio e da altri garibaldini.Carmela Maria Spadaro, «Introduzione», in Giacinto De Sivo, I Napolitani al cospetto delle Nazioni civili, Editoriale Il Giglio, 2016. Gli venne resa dopo essere stata saccheggiata. I garibaldini sequestrarono anche il manoscritto che de' Sivo aveva redatto sugli avvenimenti del 1848-1849.Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, Salviucci, 1863, I, p. 10.

Scarcerato, fu arrestato nuovamente il 1º gennaio 1861 e imprigionato per due mesi. Tornato libero, decise di lanciare la sua sfida al nuovo regime fondando la rivista legittimista «La tragicommedia», sulla quale esprimeva apertamente la propria visione politica favorevole alla restaurazione dei Borbone sul trono di Napoli. Il giornale fu soppresso dopo soli tre numeri. De' Sivo fu nuovamente arrestato il 6 settembre 1861. Posto di fronte alla scelta tra la sottomissione alla dinastia sabauda e l'esilio, consigliatogli da Luigi Settembrini col quale era in buoni rapporti, il giorno 14 successivo partì per Roma, città che ospitava già Francesco II assieme alla sua corte.

Nella capitale dello Stato Pontificio de' Sivo continuò la sua attività pubblicistica. Sull'onda emotiva della recente sconfitta, diede alle stampe un breve pamphlet, L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, in cui difendeva la soluzione confederale della questione nazionale, scagliandosi contro il principio astratto del plebiscito e contro le interferenze della Gran Bretagna, che «è in guerra con tutti e non fa guerra a nessuno».Giacinto de' Sivo, L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, p. 34. Nel dicembre del 1861, con la stampa del Discorso pe’ morti nelle giornate del Volturno difendendo il reame, de' Sivo evocava i «campi insanguinati» dal turbine della guerra fratricida, percorsi da «schiere di combattenti nati sulla stessa italica terra» destinati a darsi la morte a vicenda a tutto vantaggio delle potenze straniere che avevano architettato nell'ombra la rivoluzione italiana.Giacinto de' Sivo, Discorso pe’ morti nelle giornate del Volturno difendendo il reame, Roma, s.n.t., 1861, p. 3. Subito dopo pubblicò l’opuscolo I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, che ebbe vasta risonanza negli ambienti legittimisti arrivando a una edizione livornese, oltre le prime due romane, e parecchie edizioni clandestine napoletane.. Si trattava di un attacco durissimo al processo risorgimentale, interpretato come esito innaturale dell’idea rivoluzionaria che dalla Rivoluzione francese in poi si era rigenerata e perpetuata nelle varie sette liberali e radicali e non aveva mai cessato di tramare per attentare alla stabilità dei troni e dell’altare.Giacinto de' Sivo, I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, s.l., s.n.t., 1862, pp. 10-13. De' Sivo ribadiva che la soluzione ideale per una stabile sistemazione dell’Italia avrebbe dovuto essere una confederazione tra i vari Stati preunitari, unico assetto a essere fondato su legittime basi storiche.Ivi, pp. 118-121.

Tra il 1860 e il 1865 apparve la dotta monografia Storia di Galazia e di Maddaloni, elogiata dal Mommsen e tenuta sempre presente dagli studiosi nella ricostruzione di fatti riguardanti la Campania, del periodo romano in modo particolare..

Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla stesura del suo magnum opus. De' Sivo era riuscito a rientrare in possesso del manoscritto della sua storia delle rivoluzioni del 1848-1849, sottrattogli dai garibaldini al momento dell’arresto, e aveva iniziato a lavorarvi sopra alacremente, con l’intento di estendere la narrazione sino agli ultimi giorni del regno delle Due Sicilie.Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, Salviucci, 1863, I, pp. 10-11. De' Sivo poté usufruire una grande massa di documenti ufficiali messigli a disposizione dalla corte borbonica. Nel 1863 portò a termine il primo volume della Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, l'opera che rappresenta l'apice della sua produzione letteraria e storica. In riconoscimento al lavoro svolto Francesco II gli conferì la Croce di Cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. L'analisi franca e spregiudicata di de' Sivo gli procurò ostilità da parte di molti esponenti dello stesso ambiente legittimista. La pubblicazione dell'opera fu ostacolata non solo dalle autorità italiane, ma anche da membri della corte borbonica in esilio, che riuscirono a spingere Francesco II a ritirare il sostegno finanziario che aveva promesso per l'edizione dell'opera. In una lettera scritta nel marzo 1865 a Salvatore Carbonelli, de' Sivo esprime tutto il suo rammarico:

Nonostante le difficoltà de' Sivo riuscì a portare a compimento la Storia, che ebbe un enorme successo editoriale. Il libro “ricco di notizie, accurato nell’informazione, sebbene (come si può immaginare) unilaterale, partigiano ma senza proposito di esser tale” è una denuncia a tutto campo del Risorgimento che richiama alla memoria le opere di Tacito e Pietro Colletta.. Gli ultimi due volumi apparvero a Viterbo presso Sperandio Pompei nel 1867. De' Sivo morì a Roma il 19 novembre di quello stesso anno. Fu sepolto inizialmente nel cimitero del Verano. Nel maggio del 1960 le sue spoglie furono traslate nella natia Maddaloni.

Il pensiero Un condensato degli orientamenti politici di de' Sivo sta ne I Napolitani al cospetto delle Nazioni civili, pubblicato nel 1861 durante il suo esilio romano. Vi si contiene l'estrema difesa dell'indipendenza del Regno, ma non in chiave municipalistica; de' Sivo delinea invece l'idea di un'Italia ricca delle sue diversità. Al contrario di quanto avvenuto in altre nazioni europee espresse ciascuna da un'unica grande città «le città d'Italia sono un gruppo di soli». La Rivoluzione, che vuole sovrapporre a questo dato originale una piatta uniformità, mira in effetti a distruggere la Nazione stessa. Ciò posto, per de' Sivo, non la fusione attraverso la sopraffazione, ma la libera unione è la via maestra da seguire: occorre che l'Italia non sia “unificata”, ma collegata. Lo sbocco coerente sul piano giuridico non è quindi tanto la federazione, pur propugnata dal Gioberti e dal Cattaneo, ma la confederazione.«L’Italia può esser collegata. Con la lega restan sacri tutti i diritti preesistenti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desiderii di ciascun popolo. Non si combatte il Papa, non si rinnega Cristo, non si sconvolgono le coscienze, le menti, gl’interessi, si uniscono le forze di tutti, e si pon fine alla guerra. […] La storia dimostra come sempre per leghe fummo rispettati e salvi. La lega delle città Campane, quella delle Etrusche, l’altre Sannitiche e Latine e della guerra sociale, le leghe romane onde uscivano quelle legioni che vinsero il mondo ne sono prova. E quando l’Italia fu serva d’un despota, e retta da avidi proconsoli non ebbe più difesa, e cadde ne’ Barbari. Ancora nel medio evo le leghe ne salvarono. Gregorio II forse il primo fu che federava parecchie città italiane, ed era imitato da Gregorio VII. Poi sotto il terzo Alessandro la lega Lombarda fugava Federico Svevo; e più tardi quel magnifico Lorenzo de’ Medici un’ampia confederazione di stati italiani compieva. Fu una lega italica che ricacciava di là dall’Alpe il Francese Carlo VIII; e Giulio II nel secolo XVI fidava alle leghe il suo famigerato motto: Fuori lo Straniero!» (I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, s.l., s.n.t., 1862, pp. 118-19).

Per lo storico di Maddaloni, il processo che aveva portato all'Unità d'Italia era stato prima di tutto un'aggressione illegittima contro due stati sovrani, il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. In questo quadro, pur ammettendo che «parecchi malandrini col pretesto di servire Francesco andavano pe’ monti taglieggiando»Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Viterbo, Pompei, 1863, V, p. 13., de' Sivo contesta, per i combattenti postunitari contro l'invasione piemontese, la definizione di “briganti”, come questi erano definiti dalla pubblicistica risorgimentale: