Mimiambo (dal greco antico μιμίαμβος) è un termine che, nella letteratura greca, indica mimi scritti in versi giambici.

Dal mimo al mimiambo Il termine mimiambo è collegato a Ipponatte (Ἱππῶναξ) di Efeso al quale ne è riconosciuta l'invenzione. Composizione di sua invenzione, è un mimo (come suggeriscono i termini μῖμος e μίμησις, cioè imitazione di una scena di vita, di solito di semplice intreccio e di non lunga durata). Espresso in metro giambico (per l'esattezza non nel trimetro giambico ordinario, ὀρθός, cioè formato da tre dipodie giambiche, ma in quello scazonte, chiamato anche, dal suo nome, ipponatteo).Il trimetro giambico ordinario aveva il seguente schema: v – v – v / - v – v – v - Il trimetro giambico scazonte ipponatteo (coliambo): v - v - v / - v - v - - - ; oppure soluzione ο cesura o τομή pentemimera; cioè semiquinari v - v - v / - v - v - - v

Il trimetro giambico ordinario aveva il seguente schema: ∪ — ∪ — ∪ / — ∪ — ∪— ∪ —

Il trimetro giambico scazonte ipponatteo (coliambo): ∪ — ∪ — ∪ — ∪ — ∪ — — — soluzione ο cesura o τομή pentemimera; cioè semiquinaria).

Nella Poetica di Aristotele viene negata la distinzione dei retori tra l'oratio soluta (prosa) e quella legata o metrica (poesia), col notare che la poesia è κατὰ μίμησιν e non κατὰ τὸ μέτρον (secondo l'imitazione e non secondo il metro). A questo problema si riallaccia il discorso sulla prosa a cui accenna Benedetto Croce, il quale, rifacendosi direttamente al giudizio aristotelico, riafferma che “non si possono mettere assieme, come prose, i mimi di Sofrone e di Xenarco coi dialoghi socratici, o come poesie, perché in verso, le opere di Omero con quelle di Empedocle. Intendo invece per prosa la Filosofia, la Scienza, la Storiografia, tutto ciò che, quantunque prenda di necessità forma letteraria, non è mera arte”.

Le origini. Ipponatte Ipponatte, appartenuto a una famiglia aristocratica e benestante, fu costretto dai tiranni a fuggire dalla sua città dopo aver perduto, per il loro malanimo, i suoi beni. Condusse a Clazomene, nella seconda metà del sec. VI a.C., una vita misera e senza ideali, in un perenne stato di malcontento che veniva travasato in composizioni poetiche dal tono sempre polemico ed aggressivo.

Il carattere preminente dei mimiambi era quello di esprimere, in modo sempre amaro e pieno di risentimento, le sgradevoli esperienze di vita a cui era stato assoggettato dall'ostilità, di cui dimostra di avere piena coscienza, dei suoi nuovi concittadini, tra i quali viveva nella condizione del meteco (μέτοικος), straniero accolto senza diritti politici. Tale verso, chiamato anche coliambo (cioè, giambo zoppo), è stato usato al principio, più di tre secoli prima della produzione artistica erodea, dal giambografo Ipponatte di cui si è appena parlato.

Il motivo dominante e persistente delle sue querimonie si distingue per un tono accusatorio ed arrogante, di denunzia della sua ingrata esperienza di vita, che si riflette quasi per necessità nei suoi scritti, senza soluzione alcuna. Si considerò infatti oppresso durante tutta la sua vita da una estrema povertà e dalla persistente ostilità dei potenti del luogo: lo scultore Bupalo (il suo maggiore ma non unico nemico) per motteggiarlo ne aveva fatto un busto in cui raffigurava la sua bruttezza; risse con imbroglioni e con diffamatori che si divertivano a coprirlo di ridicolo lo indussero a reagire con le sue repliche irate; da questo eccesso di volgarità egli tuttavia usciva fuori con vivacità nel dialogo e con determinatezza nella narrazione, con perizia nell'uso di un lessico che risultava un intreccio tra termini plebei e reminiscenze di buone letture.

La sua poesia sembrava ordinata ad una sua personale rivincita e a tal fine usava tra gli altri il metro ipponatteo, o zoppicante, così chiamato per lo scambio al sesto piede di uno spondeo (- -) o trocheo ( – ∪ ) al posto del giambo ( ∪ -), espediente che dà al verso un andamento più prosaico e sciolto.

Storia

Periodo ellenico

Il mimo Il primo elemento da cui partire è pertanto il mimo, rappresentazione per la scena o per la semplice lettura pubblica e privata; di esso esistono comunque numerose esemplificazioni nella letteratura, sia quella antica sia quella più vicina a noi, passando dalla esperienza lirica greca della II metà del V secolo a. C. a quella alessandrina del III secolo a. C. ed oltre. Furono mimografi i siracusani Sofrone e il meno noto figlio Xenarco, (autore tra altre poche cose di un mimo in prosa Contro i Reggini, su commissione di Dionisio il Vecchio), artefici di mimi in prosa ritmica; ma dobbiamo dare per quanto riguarda l'arte e non la tecnica del metro il dovuto riconoscimento alla raccolta di maggiore rilievo di età alessandrina, di Eroda, autore di mimiambi in versi coliambi.

Il coliambo Dalle testimonianze giunte fino a noi riscuote maggior credito in materia di coliambi il Papiro 135 contenente otto mimiambi completi ma lacunosi, più l'inizio di un nono (Ὰπονηστιζόμεναι, Le donne che fanno colazione, 13 versi appena, di difficile e spesso controversa comprensione per lo stato di deterioramento del testo), rinvenuto nello scorcio del secolo XIX, acquistato dal British Museum nel 1889 e pubblicato dal Kenyon nel 1891, dopo una accuratissima lettura critica ed emendazione del testo. A questo testo, che dal 1934 è chiamato Papyrus Egerton 1, successivamente si sono aggiunti (nel 1892) 135 piccoli frammenti dello stesso Papiro che sono serviti ad integrare alcuni vuoti e nel 1954 un altro papiro trovato a Ossirinco n. 22, 2326, in cui è stata riconosciuta la parte finale (vv. 67-75) dell'VIII mimiambo (`Ενύπνιον, Il Sogno).

Il mimo può essere espresso, come si è visto, tanto in prosa quanto in metri poetici anche diversi da quello sopra indicato. Lo stesso Diomede sostiene che il mimo è un'imitazione della vita che comprende ciò che è conveniente e ciò che non è conveniente (μῖmός ἐστι μίμησις συγκεχωρημένα καὶ ἀσυγχώρητα, mentre Elio Donato, maestro di San Gerolamo, definisce il mimo derivante ab diuturna imitatione vilium rerum et levium personarum (dalla continua imitazione delle cose inutili e delle persone dappoco). Questi non sono certo degli apprezzamenti positivi e qualificanti, e neppure troppo generosi: i due homines doctissimi avrebbero forse dovuto dire, anziché imitazione, più osservazione e considerazione, manifestando in tal modo una attitudine critica più aderente ai valori espressi dal mondo di cui essi erano gli osservatori in quel momento. Non era certo il mondo degli Idilli teocritei, (εἰδύλλια), alla cui arte somma non è lecito accostare quella di Eroda, ma degli Idilli non possiamo parlare in questa sede, perché, se è vero che alcuni di essi, detti idilli urbani, sembrano dei veri e propri mimi quanto al contenuto (ad esempio il II, Le Incantatrici, Φαρμακεύτριαι, il XIV, L'amore di Cinisca, Αἰσχίνης καὶ Θυώνιχος e il XV, Le Siracusane, propriamente Le donne alla festa di Adone, ̉̉Αδωνιάζουσαι), differiscono dal nostro discorso a giudicare dal metro usato e dal dialetto: non sono mimiambi perché scritti in esametri e non in coliambi, nel dialetto dorico teocriteo e non in quello ionico di Eroda.

Ε᾿ anche vero che tra i sommi poeti alessandrini sia Teocrito che Callimaco ed Apollonio Rodio ci hanno lasciato notevoli composizioni in metro giambico e in coliambo, oltre che in esametri e nel distico elegiaco, ma non tali da riguardare in particolare il mimiambo, bensì in modo da dare più credito alla poesia melica e pastorale, salvo gli idilli di Teocrito II, XIV e XV, in cui sono stati riconosciuti dei mimi. Tra questi autori non c'era sempre stima e identità di vedute. È già abbastanza clamorosa la divergenza tra cultori di opere di estesa struttura, Apollonio Rodio, autore delle Argonautiche (Ἀργοναυτικά), e Callimaco, che, all'accusa di non essere capace di impegnarsi in un grande poema, rispondeva che considerava vera l'arte espressa nelle forme più semplici ed efficaci: odio il poema, specie quello ciclico (ἐχθαίρω τὸ ποίημα τὸ κυκλικόν), concludendo con un'asserzione che avrebbe trovato anche in futuro molti seguaci (l'arte moderna tra fine Ottocento e primo Novecento): un grande libro è un grande male (μέγα βιβλίον μέγα κακόν). Dello stesso avviso è Properzio (Carmina I, 9, v.11) quando enfaticamente ricorda l'intensità espressiva della breve poesia rispetto ai grandi poemi: plus in amore valet Mimnermi versus Homero, “nella poesia amorosa vale più un solo verso di Mimnermo che tutto Omero”.

Magna Grecia Il mimo dunque, nato in Grecia per scopo comico-satirico, servendosi dell'imitazione e della gestualità corporea allo scopo di muovere il riso e suscitare anche la riflessione sui contenuti dell'azione scenica, costringendo i produttori ad allargare il repertorio pur con lo stesso progetto scenico e il medesimo campionario di archetipi di caratteri, attirò sin dall'inizio un più vasto interesse nel pubblico. Per tali strade esso giunse sulla scena dei Dori di Siracusa, propriamente per una questione di prestigio, per le feste di Flora, il 28 aprile del 238 a. C. , sotto l'auspicio di Sofrone (Macrobio, Saturn. II, 7, 7) in prosa. Non si può d'altronde parlare del mimo greco del V sec. senza fare riferimento ai fliàci (φλύακες), arte drammatica nata nella Magna Grecia in dialetto dorico in connessione con il culto di Dioniso. Essa, dopo un inizio popolare di carattere girovago, assunse forma d'arte modesta sulla scia di Rintone (῾Ρίνθων), vissuto al tempo di Tolemeo Ι. Delle sue 38 opere chiamate fabulae rhinthonicae o ilarotragedie, restano solo 28 brevi frammenti e furono considerate simili all'Atellana osca, fornite com'erano delle maschere tradizionali.

Allo stesso mondo della Magna Grecia e all'ambito della poesia comica appartenne anche Epicarmo (nativo forse di Megara Iblea), autore di 35 favole sceniche in dialetto dorico siracusano, caratterizzate dalla mancanza di coro ma essenziali per lo sviluppo della commedia. Eroda è un autore di mimi giambici ipponattei, la cui caratteristica è in linea di massima di essere l'unico poeta che ha lasciato solo mimi che un grammatico posteriore a lui ha chiamato mimiambi: di lui non si sa di preciso dove e quando sia vissuto, tranne le poche allusioni che egli stesso fa nei suoi mimiambi. Sono scritti in dialetto ionico, con qualche coloritura dorica, come richiedeva la tradizione del mimo: era questa una novità di cui Eroda era orgoglioso perché pensava di mostrarsi al pubblico come il vero erede di colui di cui si riteneva il continuatore. Questa sua posizione gli sollevò contro, invece, delle opposizioni, forse di un gruppo di letterati cultori del coliambo che ritenevano presuntuosa la sua pretesa di essere unico discendente di Ipponatte. Erano forse come i Telchini di Callimaco; ed è appunto a lui che si è pensato di attribuire l'antipatia di qualche circolo letterario nei suoi confronti.