La vita dell'Omo è un sonetto in dialetto romanesco composto da Giuseppe Gioachino Belli il 18 gennaio 1833.
Testo con traduzione a fronte
Versione in prosa Questa è la vita dell'uomo: nove mesi passati nella puzza dell'utero materno, poi appena nato essere avvolto nelle fasce (in fasciola), continuamente sbaciucchiato (sbasciucchi), da chiunque capiti: con la pelle ricoperta dalle croste lattee (lattìme), piangere a lungo e disperatamente (llagrimoni): poi cresciuto, essere tenuto al laccio con una cinghia per non cadere in terra quando s'impara a camminare, essere relegato dentro un girello (crino) con una vesticciola, un cercine (torcola) sul capo e un'imbragatura al posto dei calzoni. Poi comincia il tormento della scuola, imparare l'abbicci, essere frustato per punizione, tormentato dei geloni per il freddo, ammalarsi di rosolia, di scarlattina e di un accenno di vaiolo (vvormijjoni) ed essere costretto a fare la cacca sul vasetto (la cacca a la ssediola). Poi viene il momento di lavorare (ll’arte), rispettare il digiunoL'obbligo del digiuno in particolari ricorrenze secondo la legge della Chiesa va in vigore a 21 anni, faticare per tirare avanti, pagare l'affitto (la piggione) di casa, andare in carcere, sopportare le angherie del governo, andare a finire in ospedale, essere assillato dai debiti e fare esperienze sessuali; sotto il sole in estate e sotto la neve d'inverno...Ma alla fine, che Dio ci benedica, finalmente arriva la Morte e tutto finisce nell'Inferno.
Commento La fine della Roma papale Ancora una volta G.G. Belli affronta in questo sonetto il tema del contrasto tra ragione e religione. Imbevuto di cultura illuminista Belli non poteva non rendersi conto della profonda crisi di valori della Roma papale, tra Sette e Ottocento, tra Rivoluzione francese e Unità d'Italia, giunta ormai al bivio definitivo del suo rinnovamento o della sua caduta.Marcello Teodonio, Vita di Belli Editore Laterza, Collana Storia e società Anno 1993
Nello stesso tempo la mancanza di una visione ottimistica del futuro convinceva Belli, con il distacco dell'antropologo ammirato della filosofia e della vita della plebe romanesca, il «primordio fantastico» com'è stato definito,G. Vigolo, Il genio del Belli, op.cit., I, p. 2 che ormai il nuovo mondo si sarebbe diviso tra «cattolici od atei».Edoardo Ripari,Giuseppe Gioachino Belli. Un ritratto Editore Liguori Anno 2008
L'inferno È il "filosofo plebeo", blasfemo ed insieme cattolico, della Vita dell'omo che coglie come nella Roma del Papa Re, lo stato più arretrato d'Europa, dove vive il suo inferno quotidiano, la Chiesa abbia perso il suo messaggio di consolazione e di speranza prospettando solo la prossima venuta di un altro inferno per chi non crede più in lei.
Quindi morte e inferno vanno assieme e la morte non è la fine della sofferenza, voluta dalla misericordia divina, di una misera esistenza ma l'inizio di una nuova e peggiore miseria in un al di là concepito e immaginato a fosche tinte materiali:
D'altra parte l'alter-ego dialogante del filosofo plebeo proprio in vista di ciò che aspetta l'uomo in quella locanda infernale dopo la morte, consiglia di non stare troppo a lamentarsi delle sofferenze della vita dellomo:
Anzi bisogna esser grati a Dio:
perché su questa terra puoi godere delle soddisfazioni animalesche che rendono meno ingrata la vita quotidiana di fronte a quella che ti aspetta nell'al di là.
Non c'è quindi scampo nella vita dell'uomo: anzi le sofferenze cominciano ancor prima di nascere quando si sta nel puzzolente utero materno e non finiscono neppure con la morte quando ci aspetta l'altrettanto sgradevole ambiente che è l'inferno. La stessa vita umana è un continuo inferno per cui la morte, grazie a Dio, appare come una liberazione beffarda che dura quel tanto che ci separa dall'altro eterno inferno che ci propina lo stesso misericordioso Padreterno.
Il filosofo plebeo Il critico della letteratura italiana Samonà ha evidenziato come nella Vita dell'Omo «non è leggendo la Bibbia» che Belli si convince della irridente misericordia divina della morte, finta liberazione dall'inferno quotidiano ma egli «ha conosciuto la violenza teocratica immergendosi nella vita quotidiana della sua città» e con toni dolorosi ed insieme umoristici descrive quella «soffocante quotidianità» risalendo a grado a grado nella vita dell'uomo, sino ad arrivare «alla fonte dei mali», sino a Dio.Giuseppe Samonà, G.G.Belli la commedia romana e la commedia celeste., Firenze, 1969, La Nuova Italia Ed. Coll. Biblioteca di Cultura, p.56
Il filosofo plebeo che osserva come:
non è quindi così sprovveduto se richiama nella sua ingenua spontaneità l'accusa kierkegaardiana di un Dio supremo tentatore.Sören Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia, Editore: SE, 2007. ISBN 8877107170
Chiaro e inesorabile il pessimismo del Belli«Grandissima l'arte e la potenza [...] del Belli, ma in una poesia che nega, deride e distrugge» (Giosuè Carducci, Arte e poesia in Opere, Ed.Naz. XXIII: Bozzetti e scherme, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 387 costruito nel ritmo della poesia senza aggettivi con una serie incalzante di piccoli, e grandi fastidi, piccole e grandi sventure che amareggiano l'esistenza.Per il commento e il testo cfr. opera citata in Bibliografia: Piero Gibellini, Giuseppe Gioachino Belli
Il pessimismo È stato spesso accostato il pessimismo del Belli a quello di un altro suddito del Papa Re: Giacomo Leopardi, angosciato dall'arretratezza degli uomini del suo tempo e per nulla speranzoso nelle "magnifiche sorti e progressive" che offriva come riscatto la storia intesa romanticamente.
Non è questa la storia del popolo romano del Belli che vive nell'immobilità del tempo presente non dissimile da quello passato. Si può ridere del sovrano e insultarlo, persino bestemmiarlo, ma questo, come Dio, non risponde se non come fanno i potenti, senza dare nessuna spiegazione, se non richiamando il suo potere«"Io sò io, e voi nun zete un cazzo, | sori vassalli buggiaroni, e zitto.» (Li soprani der monno vecchio, 21 gennaio 1832), e angariando i comuni mortali condannandoli all'immutabilità di una condizione umana che non cambierà neppure dopo la morte.
Non c'è nessuna speranza di redenzione perché chi dovrebbe operarla è un popolo che non teme, insultando, di dire la verità ma inetto e spregevole tanto quanto chi lo comanda.
Si è quindi parlato di un nihilismo radicale in Belli che lo porterà su posizioni reazionarie mentre Leopardi, con la sua "morale della compassione"Arthur Schopenhauer,Il mondo come volontà e rappresentazione continuerà a sperare nella solidarietà umana che nasce dal comune dolore dell'esistenza.Edoardo Ripari, op.cit.
Note
Bibliografia Edoardo Ripari, Giuseppe Gioachino Belli. Un ritratto, Editore Liguori, 2008 Piero Gibellini, Giuseppe Gioachino Belli in Storia Generale della Letteratura Italiana, Vol. VIII, Federico Motta Editore, Milano 2004 Marcello Teodonio, Vita di Belli Editore Laterza, Collana Storia e società, 1993 Giuseppe Gioachino Belli, Sonetti, a cura di Giorgio Vigolo, Mondadori. - Collana: Meridiani - Serie: Letteratura italiana dell'Ottocento, 1978 Giuseppe Samonà, G.G.Belli, la commedia romana e la commedia celeste.,La Nuova Italia Ed. Coll. Biblioteca di Cultura, Firenze, 1969 Giorgio Vigolo, Il genio del Belli, 2 Vol. Saggiatore, 1963
Voci correlate Giuseppe Gioachino Belli La morte co la coda Er giorno der giudizzio La creazzione der monno
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Collegamenti esterni La vita dell'Omo . Il sonetto interpretato (insieme a molti altri nel suo sito I sonetti di Giuseppe Gioachino Belli dedicato al grande poeta) dall'attore Maurizio Mosetti
Vita Categoria:Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli