La Villa dei Quintili è un sito archeologico situato a Roma, tra il V miglio di via Appia Antica e il settimo chilometro di via Appia Nuova.

Nel 2018 il circuito museale della tomba di Cecilia Metella e della villa dei Quintili ha registrato visitatori ed un introito lordo totale di euro.Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Visitatori e introiti dei musei . Aggiornato al 15 febbraio 2019.

Storia

La villa sorgeva lungo l'Appia Antica, dove si apriva l'ingresso monumentale, estendendosi verso nord sul poggio creato da una lingua di lava proveniente da antiche eruzioni del Vulcano Laziale, fino al corso d'acqua torrentizio (detto – ancor oggi – Fosso dello Statuario)Lo Statuario era infatti il nome – noto fin dal XV secolo – che la località e il casale rustico che vi si era installato avevano tratto dai numerosi e imponenti resti architettonici rimasti visibili per secoli (il nome è stato ereditato dal quartiere residenziale che è sorto in prossimità del sito). che l'erosione aveva scavato ai suoi piedi.

Dai bolli laterizi rinvenuti, il nucleo della villa è databile alla tarda età adrianea, cioè alla prima metà del II secoloIl bollo su un mattone trovato negli scavi degli ambienti di rappresentanza condotti nel 1984-87 porta la data del 125, confermando questa datazione.. I nomi dei proprietari sono stati rilevati dalle condutture in piombo (fistulae aquariae) su cui erano incisi. Si trattava dei due fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, nobili, coltiAteneo di Naucrati li cita come autori di un'opera sull'agricoltura., consoli entrambi nel 151, e grandi proprietari fondiari. Tenuti in grande onore da Antonino Pio e Marco Aurelio, la loro ricchezza e fortuna suscitò l'avidità di Commodo, che li accusò di aver congiurato contro di lui e nel 182-183 li fece uccidere, appropriandosi dei loro beniSecondo Cassio Dione (Storia di Roma, LXXII) alla condanna fu associato anche il figlio di Massimo, che si trovava in Siria. Il giovane ed ultimo Quintilio forse fece perdere le proprie tracce, forse morì, ma certo non riuscì mai a tornare a reclamare i propri diritti..

La grande proprietà divenne così una villa imperiale. Funzione che sembra aver mantenuto, stando alla datazione dei restauri e ad iscrizioni, citazioni e ritratti, fino all'imperatore Tacito, cioè fino a tutto il III secolo.

Il complesso rimase poi parzialmente in uso fino al VI secolo (sono stati ritrovati bolli laterizi dell'epoca di Teodorico). Al periodo alto-medioevale sono attribuibili ulteriori tracce di utilizzo consistenti in ceramiche e sepolture individuate in alcuni ambienti della villa.

Come accadde per tutte le antiche proprietà imperiali, il fundus dei Quintili passò nei secoli in proprietà di varie istituzioni ecclesiastiche: nel X secolo lo troviamo citato nel patrimonio del monastero di Sant'Erasmo al Celio, poi, dal XII, in quello di Santa Maria Nova (oggi Santa Francesca romana). La tenuta – che veniva detta anche Roma Vecchia, forse per l'imponenza dei ruderi – passò poi (alla fine del Settecento) in proprietà dellOspedale del Santissimo Salvatore ad Sancta Santorum (oggi Ospedale di San Giovanni in Laterano), e nel 1797 fu venduta dal Monte di Pietà, che gestiva i beni dell'Ospedale, a Giovanni Raimondo Torlonia, al quale Pio VI fornì qualche anno dopo anche l'omonimo marchesato, appositamente creato.

Gli scavi Lungo le vie consolari, come è noto, i Romani costruivano le loro tombe. La villa dei Quintili sorse in un luogo storicamente prestigioso, all'altezza delle due antiche tombe a tumulo attribuite dalla tradizione agli Orazi e ai Curiazi. Accanto al fundus da loro acquistato – confinante con quello di Erode Attico – era situata tra le altre la sepoltura di Tito Pomponio Attico, l'amico di Cicerone. Fu forse per questa ragione che il primo reperto di cui si ha notizia, il sarcofago contenente le spoglie di una fanciulla in ottimo stato di conservazione trovato nel 1485 presso il casale tenuto dai frati di Santa Maria Nova, fu ritenuto essere quello di Tulliola, la figlia di Cicerone, ed esposto al Palazzo dei Conservatori finché non si dovette seppellirlo nuovamente.

Fino alla fine del Settecento questi terreni fecero parte, come si è visto, del patrimonio immobiliare ecclesiastico. Erano i monasteri insediati nel luogo o, più tardi, direttamente la Camera Apostolica, ad autorizzare a proprio insindacabile giudizio l'uso dei materiali disponibili o ritrovati in loco e gli eventuali scavi.Ad esempio, nel tepidarium è stato rinvenuto un ambiente circolare, costruito con materiali di spoglio, utilizzato come calcara, cioè fabbrica di calce dalla combustione di marmi antichi. Tale uso, che si presume protratto fino ad epoca rinascimentale, è stato dedotto dalla presenza sul luogo di calce, marmi incombusti e altri marmi pronti ad essere "cotti". Del resto, come nota il Lanciani, "l'uso di cuocere i marmi dei rivestimenti dei monumenti antichi era diventato così frequente sin dal quarto secolo, che gli imperatori dovettero emanare leggi severissime che punivano i colpevoli anche con la pena capitale. Ma tanto grande era il numero dei trasgressori che nel 349 (sessantuno anni prima del Sacco di Alarico) l'imperatore Costante, nella impossibilità di applicare le severe leggi passate, commutò la pena capitale prevista in una multa pecuniaria" (Rodolfo Lanciani, Passeggiate nella campagna romana, Edizioni Quasar 1980, p. 30).

Di scavi finalizzati al ritrovamento di opere d'arte, autorizzati dalla Camera Apostolica, si ha notizia a partire da papa Clemente XIII (cioè da metà del Settecento): attorno al Grand Tour fiorì infatti anche una fitta attività di appropriazione o commercializzazione di reperti archeologici, e l'interesse principale dell'amministrazione pontificia per questi reperti era ancora di natura prevalentemente commerciale.Primo di una ricca lista di archeologi dilettanti che scavarono alla Villa dei Quintili fu Gavin Hamilton (1723-1798), pittore neoclassico di origine scozzese, che aveva studiato a Roma e qui venne a vivere dal 1756. L'attività di Hamilton, come spesso accadeva in quel periodo per gli artisti stranieri residenti a Roma, fu sia artistica che di archeologo dilettante, che di vero e proprio mercante di reperti antiquari per i suoi clienti britannici. La sua fortuna di archeologo iniziò abbastanza casualmente, scavando a Villa Adriana in cerca di marmi antichi da utilizzare per restaurare altre sculture. Qui capitò su un vasto deposito di sculture che lo tenne proficuamente occupato dal 1769 al 1771. Le sue personali campagne di scavo proseguirono tra il 1772 e il 1775 ad Albano, a Ostia, a Villa Fonseca sul Celio, a Roma Vecchia, a Castel di Guido e a Gabii. La maggior parte dei materiali rinvenuti fu esportata sul mercato inglese. Si veda, per Hamilton pittore neoclassico, la scheda biografica nel sito del Museo di Roma. Su questi primi reperti, sulla loro destinazione e perfino sull'esatto sito dei ritrovamenti si hanno informazioni scarse e vaghe, anche perché all'epoca nel toponimo Roma Vecchia erano compresi vasti territori fino alla via Prenestina (Tor de' Schiavi - Villa Gordiani).

Diverse campagne di scavo furono intraprese tra il 1783 e il 1792 per volontà di Pio VI, allo scopo di arricchire il Museo Pio-Clementino, fondato dal suo predecessore Clemente XIV. Tra le sculture più note rinvenute in questo periodo, attualmente conservate tra i Musei Vaticani, la Gliptoteca di Monaco, il Louvre e collezioni private, si collocano la cosiddetta Afrodite Braschi e due esecuzioni del Fanciullo con l'oca. Di questo gruppo, al moderno Antiquarium della Villa è stato conferito un alabastro cristiano recante l'ἰχϑύς, proveniente dagli scavi del 1792 e già al Museo Kircheriano.

Con il passaggio ai Torlonia della tenuta, nel 1797, furono ripresi scavi sistematici e tutti i ritrovamenti andarono ad arricchire la collezione privata della famigliaPer la collezione Torlonia e il progetto di sua acquisizione al Demanio si veda la Relazione accompagnatoria della proposta di legge n. 2207 del 22 febbraio 2002. Successivamente sono state avanzate varie ipotesi di pubblicizzazione di questo enorme patrimonio artistico-archeologico di circa 620 sculture antiche in parte rese visibili tramite mostre. La collezione viene gestita e curata dalla fondazione della famiglia Torlonia che gestisce anche Villa Albani. Per il dibattito in merito si veda nel sito di Patrimoniosos.it

Per la mostra della Collezione Torlonia annunciata per marzo 2020 e il progetto di una sua musealizzazione in accordo con il Mibact, si veda l'articolo di Mariasole Garacci su MicroMega Collezionare capolavori: storia e destino di un tesoro sconosciuto. Tra il 1828 e il 1829 gli scavi furono condotti da Antonio Nibby (che fece anche un rilievo topografico delle emergenze archeologiche della tenuta a quel momento), concentrandoli attorno ai ruderi più evidenti, tra le aule termali e il cosiddetto Teatro marittimo. Emersero da queste ricerche, fra l'altro, due colonne in marmo cipollino che il Valadier utilizzò per la nuova facciata del Teatro Tordinona, anch'esso di proprietà dei Torlonia. Altri scavi furono effettuati tra il 1834 e il 1840, dei cui ritrovamenti si hanno però pochissime notizie.

Alessandro Torlonia promosse un nuovo ciclo di ricerche tra il 1850 e il 1856, affidandole a Giovanni Battista Guidi. Siccome il governo pontificio stava facendo eseguire scavi e sistemazioni sull'Appia Antica da Luigi CaninaCanina lavorò principalmente sulle emergenze verso la via Appia, liberando il Ninfeo dalle fortificazioni medioevali e relazionando accuratamente, con topografie, disegni e ricostruzioni., questa compresenza creò alcuni conflitti. Il contenzioso si risolse con la chiusura del cantiere del Canina e la concessione di alcuni reperti al governo da parte del Guidi "come ornamento e arredo della via Appia"Nella Civiltà Cattolica del 1853 si legge, a proposito dei ritrovamenti e dei "doni" di Guidi: Il grande mosaico è oggi all'Ermitage..

L'unità d'Italia diede nuovo impulso alla valorizzazione degli aspetti storico-archeologici di Roma antica. In questo contesto si procedette fra l'altro al ripristino del Ninfeo della Villa prospiciente l'Appia Antica, nell'aspetto che oggi presentaI lavori furono effettuati tra il 1909 e il 1913, sotto la direzione di Antonio Muñoz (1884-1960), allora direttore delle Antichità e Belle Arti del Governatorato di Roma.. Il sito fu inoltre analiticamente rilevato, topografato e anche fotografato da Thomas Ashby tra il 1899 e il 1906.

Durante gli anni venti del Novecento furono fatte nuove scoperte, del tutto casuali: le grandi statue acefale di Apollo citaredo e di Artemide, oggi al Museo nazionale romano a Palazzo Massimo, e – nel 1929 – i resti di una villa rustica al km 7 della via Appia. La qualità delle sculture ritrovate nei pressi ha fatto considerare questo impianto come pertinente anch'esso alla Villa dei Quintili. I reperti sono esposti nell'Antiquarium della villa.

Nel 1998-2000 è stata condotta una campagna di interventi sistematici (promossa dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici di Roma, dott.ssa Rita Paris-arch. Piero Meogrossi, e condotta dagli archeologi Riccardo Frontoni e Giuliana Galli), tesa ad esplorare ulteriormente e a rendere visitabili le emergenze principali della villa. Con l'occasione, sono emersi nuovi ambienti dell'area di residenza privata e parte dell'area di rappresentanza, e si è resa più evidente l'interconnessione tra i vari spazi.