Affievolite le ideologie risorgimentali che dominavano il dibattito e la lotta politica italiana, l'inizio del XX secolo vede la crescita e lo scontro di numerosi movimenti rivoluzionari nell'Italia del Primo Novecento caratterizzati da uno sviluppo della lotta di classe da una parte, e da un nazionalismo acceso, sostenuto dalla crescente classe borghese dall'altra parte. Questi movimenti erano anche influenzati da diverse ideologie che circolavano in Europa quali quelle del Socialismo rivoluzionario in aperta scissione rispetto ai socialisti riformisti, le posizioni radicali degli intellettuali futuristi, e sull'onda di quanto accadeva negli altri paesi europei, un forte nazionalismo in cui trovava spazio anche l'irredentismo italiano scomparso nella normale vita politica italiana dopo la firma della triplice alleanza.
Premesse
L'Italia, come in altre nazioni europee, nel periodo della maturità della Belle Époque vide l'affacciarsi delle masse lavoratrici sul panorama delle liberaldemocrazie e delle monarchie. Questo fenomeno sociologico si accompagnò ad un intenso sentimento nazionalista e, con l'affermarsi di una serie di correnti di pensiero antipositiviste: nichiliste Nietzsche, anarco-individualiste Stirner, teoria del mito Sorel.
Molti intellettuali e politici delle aree radicali, di conseguenza, avvertivano e propagandavano la necessità di uno sconvolgimento rivoluzionario dello Stato italiano borghese.
Le formazioni di ispirazione anarchica, il Partito Socialista Italiano e la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) avevano come obiettivo una rivoluzione di stampo bakuniniano (le prime) e marxista o marxista-revisionista (i secondi), ma i tentativi di queste formazioni non riuscirono a sovvertire lo Stato, nonostante episodi clamorosi, come l'assassinio del sovrano Umberto I (1900) e il ben organizzato primo sciopero generale in Italia avvenuto nel 1904.
Il movimento artistico del Futurismo, nato nel 1909 a Parigi da poeti e artisti italiani, rappresentò l'ennesimo gradino verso il surriscaldamento del clima: il Futurismo, infatti, assunse subito anche posizioni politiche radicaliIl primo accenno a un programma politico futurista è ne "Lacerba" del 1913, sia vicine alle posizioni della sinistra rivoluzionaria, si pensi al dipinto I funerali dell'anarchico Galli di Carlo Carrà (1911), che a espressioni belliciste come la "guerra igiene del mondo" contenute nel Manifesto del futurismo (1909) di Marinetti.
Nell'estate del 1914 ad Ancona, e poi via via in quasi tutta la penisola, si accese una catena di scioperi, sommosse violente, aggressioni alle autorità. In alcuni paesi i sindacalisti rivoluzionari riuscirono perfino a proclamare delle effimere repubbliche. Fu la cosiddetta Settimana rossa, che per diversi giorni fece temere alla borghesia italiana l'avvento di una vera rivoluzioneFabio Andriola, Mussolini, prassi politica e rivoluzione sociale, ed.f.c.. La Settimana rossa fallì, ma, come avrebbero dimostrato gli eventi, quello era stato solo il primo atto di un periodo di moti e agitazioni destinato a durare fino alla presa del potere da parte di Benito Mussolini. Sei settimane dopo la fine della Settimana rossa, con l'attentato di Sarajevo, scoppiava la Grande Guerra.
La crisi politica del Partito Socialista Italiano
In questo clima ebbe un'importanza determinante il dibattito interno al Partito Socialista Italiano. Esso si svolse fra marxisti ortodossi, che intendevano temporeggiare, nella sicurezza di uno sfogo rivoluzionario "naturale" del sistema al sopraggiungere della maturità del capitalismo; i revisionisti di destra, che intendevano perseguire la strada delle riforme graduali del sistema; e i revisionisti di sinistra, influenzati dal sindacalismo rivoluzionario, che intendevano far crollare lo stato borghese attraverso l'arma dello sciopero generale totaleRenzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi.
Questo dibattito giunse all'acme con lo scoppio del conflitto europeo nell'estate 1914. Marxisti e riformisti italiani si trovarono spiazzati, anche di fronte ai differenti atteggiamenti presi dai partiti "fratelli" dei paesi belligeranti nei confronti della guerra. Non così invece per i revisionisti di sinistra che, in larga parte, appoggiarono le posizioni interventiste già propugnate da sindacalisti rivoluzionari, futuristi e nazionalisti.
Tra i protagonisti di questa lacerazione vi fu Benito Mussolini, in quel periodo direttore dell'organo ufficiale del PSI, il quotidiano Avanti!. Approdato a posizioni soreliane, Mussolini appoggiò inizialmente le iniziative dell'Unione Sindacale Italiana (nata nel 1912 dalla scissione della componente rivoluzionaria della Confederazione Generale del Lavoro) - provocando così la sua cacciata dalla direzione dell'"Avanti!", quindi, con l'apertura di un suo quotidiano - Il Popolo d'Italia - apertamente interventista, ottenne un processo disciplinare interno al PSI e l'espulsione dal partitoibidem.
La sua espulsione provocò un esodo dal PSI di circa diecimila tesserati (su oltre cinquantamila), i più radicalmente convinti della necessità di una rivoluzione violenta.
Viceversa l'USI assunse una posizione antimilitarista con conseguente espulsione nel settembre 1914 di Filippo Corridoni ormai convinto interventista che nell'ottobre fonderà il Fascio rivoluzionario d'azione internazionalista.
Interventismo, Grande Guerra, Rivoluzione Bolscevica
Sebbene nazionalisti ed interventisti mussoliniani si odiassero profondamente, essi condivisero insieme ai futuristi, ai vociani ed al poeta Gabriele D'Annunzio una feroce campagna per trascinare l'Italia in guerra. I fini - chiaramente - erano radicalmente differenti: mentre per l'interventismo nazionalista si trattava semplicemente di "chiudere i conti" con l'Austria-Ungheria, negli intenti di futuristi e sindacalisti rivoluzionari la guerra doveva diventare il punto di rottura e la spinta propulsiva grazie alla quale le masse avrebbero preso coscienza della loro condizione innescando un processo rivoluzionarioL.L.Rimbotti Fascismo di sinistra, Edizioni Settimo Sigillo, Roma.
Gli interventisti si organizzarono principalmente attorno a tre giornali, Il Popolo d'Italia mussoliniano, Lacerba futurista e la Voce prezzoliniana. Al momento dell'ingresso in guerra del Paese, la gran parte di costoro cercò di farsi arruolare volontaria nelle Forze Armate (nonostante le resistenze dei vertici militari, che avevano ben presente il rischio di far entrare simili "teste calde" nella compagine delle leve, soprattutto come volontari e non come coscritti).
Nelle trincee, sebbene molti rivoluzionari interventisti venissero uccisi (primi fra tutti il sindacalista nazionale Filippo Corridoni e i futuristi Umberto Boccioni e Antonio Sant'Elia, mentre Cesare Battisti veniva giustiziato dagli austroungarici), il clima maturò ulteriormente, in quanto l'atrocità del conflitto esacerbò gli animi dei milioni di uomini trascinati al fronte (l'Italia mobilitò cinque milioni di soldati).
Nel 1917, intanto, la situazione precipitava in Russia. La eco della rivoluzione, prima menscevica, ma poi soprattutto bolscevica, agitò nuovamente le acque. Inizialmente salutata dagli interventisti di sinistra (Il popolo d'Italia titolò a tutta pagina per celebrare l'evento) come la conferma delle loro tesi - ovvero che la guerra sarebbe sfociata nella rivoluzione - essa però agì anche all'interno del PSI - ancora paralizzato dalla crisi mussoliniana e poi dall'ambiguità del suo atteggiamento verso la guerra sintetizzato in: "né aderire, né sabotare"Peculiare la posizione di Giacomo Matteotti, la cui «intransigenza a favore della pace lo portò a scontrarsi anche con personalità socialiste da lui stimate, come Treves e Turati, meno integralisti sull’opposizione alla guerra»: v. 1926-2026: Cent'anni dal processo Matteotti a Chieti, Attività di ricerca prevista dalla Convenzione 17.09.2024 tra l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara ed il Tribunale di Chieti, sezione 1.. A mano a mano che la rivoluzione leninista andava assumendo atteggiamenti pacifisti radicali nei confronti della Germania, il PSI fu sempre più galvanizzato dal messaggio di Lenin, e nuovamente la sua area rivoluzionaria riprese vigore. La propaganda bolscevica si fece strada nelle masse operaie coinvolte nella produzione bellica ma anche fra le truppe al fronte, tanto che il disastro di Caporetto venne attribuito, allora, soprattutto al "disfattismo" diffuso dai bolscevichiMario Silvestri, "Isonzo 1917", BUR..
Al contrario, quando ci si accorse che dalla rivoluzione la Russia non aveva tratto un nuovo stimolo nella lotta contro il "militarismo tedesco", l'interventismo di sinistra prese sempre più le distanze dal bolscevismo, seppur in esso restava una forte ammirazione per il successo di LeninRenzo De Felice, "Mussolini il rivoluzionario", Einaudi..
Di conseguenza, dopo Caporetto in Italia si svilupparono due aree con ispirazioni rivoluzionarie, opposte e irriducibili: quella futurista-vociano-mussolinianaMa non dell'intero interventismo, giacché, come ampiamente trattato da Renzo De Felice in Mussolini il rivoluzionario cit., l'area nazionalista e monarchica dell'interventismo era piuttosto reazionaria, e i rapporti fra essa e l'ala rivoluzionaria furono sempre tesi, perfino dopo la conquista del potere da parte di Mussolini e la fusione, nel primo governo Mussolini, di elementi provenienti da entrambi gli schieramenti. e quella filo-bolscevica. In particolare le due aree differivano essenzialmente su due punti:
La vittoria (l'area futurista-vociano-mussoliniana pensava la rivoluzione come passo successivo alla vittoria sull'Austria-Ungheria e sul "militarismo tedesco", mentre i bolscevichi sostenevano la necessità di una pace a qualunque costo che sconvolgesse i programmi borghesi, la guerra essendo intesa come un progetto borghese per sottomettere il proletariato) Nazionalismo ed internazionalismo (gli interventisti erano in gran parte, anche se non tutti, nazionalisti, al contrario dei bolscevichi che speravano nella scomparsa degli stati nazionali borghesi)
Dopo Caporetto i sindacalisti rivoluzionari tentarono anche di convincere Luigi Cadorna a intraprendere un colpo di Stato militare, che portasse i quadri dell'Esercito a spazzare via l'amministrazione borghese dello Stato, ma senza successo. Proprio in quei mesi, infatti, comincia a montare fortissima nell'opinione pubblica e fra gli intellettuali la richiesta di una soluzione dittatoriale ai problemi italiani.
Vittoria e crisi
L'avvicinarsi della vittoria finale sugli Imperi Centrali lasciava aperti moltissimi problemi, inaggirabili secondo le ali rivoluzionarie delle due fazioni:
La necessità di "dare la terra ai contadini", che in massima parte erano coscritti al fronte Il problema istituzionale, essendo percepita come moribonda ogni forma di liberaldemocrazia in Italia L'atteggiamento da tenere nei confronti del bolscevismo, radicalmente negativo per gli interventisti, chiaramente positivo per i socialisti In prospettiva il problema della smobilitazione e della sistemazione da darsi a cinque milioni di ex soldati L'atteggiamento nei confronti della vittoria: assumere cioè posizioni irredentiste e pretendere l'adempimento degli obblighi sottoscritti dagli Alleati a Londra (con in più la città di Fiume, che aveva espresso voto d'essere riunita all'Italia), oppure rinunciare a ogni modifica territoriale nel nome della fratellanza fra proletari d'ogni nazione
Questi problemi, e le relative soluzioni contrapposte, scavarono un solco incolmabile fra le due fazioni rivoluzionarie in Italia. In particolare, se ferma restava la necessità per i due schieramenti di sconvolgere lo Stato borghese, la vera discriminante divenne la chiave nazionalista o internazionalista in cui si voleva interpretare la rivoluzione.