La battaglia di Pavia fu combattuta il 24 febbraio 1525 durante la guerra d'Italia del 1521-1526 tra l'esercito francese guidato personalmente dal re Francesco I e l'armata imperiale di Carlo V d'Asburgo, costituita principalmente da lanzichenecchi tedeschi e da soldati spagnoli, guidata sul campo dal capitano fiammingo Carlo di Lannoy, dal condottiero italiano Fernando Francesco d'Avalos, e dal rinnegato francese Carlo di Borbone.Autobiografia di Carlo V La battaglia si concluse con la netta vittoria dell'esercito dell'imperatore Carlo V; lo stesso re Francesco I, dopo essere caduto da cavallo, fu fatto prigioniero dagli imperiali.

La battaglia segnò un momento decisivo delle guerre per il predominio in Italia e affermò la temporanea supremazia di Carlo V. Dal punto di vista della storia militare la battaglia è importante perché dimostrò la schiacciante superiorità della fanteria imperiale e soprattutto delle sue formazioni di picchieri e archibugieri spagnoli (tercios) e tedeschi (Doppelsöldner) che distrussero la famosa cavalleria pesante francese e la fanteria svizzera.

Segnò anche un momento di passaggio nelle strategie militari, che saranno d'ora in poi caratterizzate dal largo utilizzo delle armi da fuoco, nonché di importante mutamento nella composizione delle truppe, una sorta di Rinascimento Militare che prevedeva da allora una distribuzione più omogenea della fanteria, della cavalleria come dell'artiglieria, visibile contemporaneamente nelle armate francesi e in quelle Imperiali.

E se, durante il Medioevo, la cavalleria pesante aveva costituito l'ossatura degli eserciti, tra il XIII e il XVI secolo, questa disposizione cambiò sensibilmente. Durante le guerre d'Italia nel primo ventennio del XVI secolo, ci fu una vera e propria evoluzione dell'arte bellica rinascimentale, che coinvolse non solo le tattiche di cavalleria, bensì anche le nuove strategie adoperate dalla fanteria di picchieri svizzeri, che ora si trovavano a fronteggiare la nuova minaccia dei pezzi d'artiglieria. Infatti l'uso delle bombarde, ora montate su affusti e ruote, diventava possibile anche nelle battaglie campali e non solo negli assedi, e le armi da fuoco individuali, gli archibugi, venivano usati da archibugieri professionisti, che, organizzati in reparti autonomi, avevano un ruolo indipendente sul campo di battaglia da quello degli altri reparti.

L'inizio delle ostilità e l'assedio di Pavia A seguito della sconfitta delle truppe imperiali di Carlo V in Provenza nel 1523, il re di Francia, Francesco I, voleva sfruttare il vantaggio per tentare di riprendersi Milano, perduta nel 1521 quando gli spagnoli avevano insediato Francesco II Sforza. Alla fine di ottobre del 1524, Milano cadde in mano dei Francesi; gli imperiali, troppo inferiori di numero, si ritirarono a Lodi, lasciando però una guarnigione di circa uomini a Pavia agli ordini di Antonio di Leyva. L'antica capitale dei Longobardi era la seconda città del Ducato e occupava una importante posizione strategica. Tuttavia, la situazione in città non era delle migliori, le mura erano state pesantemente danneggiate nel precedente assedio del 1522, le munizioni scarseggiavano e la popolazione era reduce da un'epidemia. Nonostante ciò, Antonio de Leyva si attivò per rinforzare le difese di Pavia: le torri medievali della cinta urbana furono riempite di terra e rottami e rese così più resistenti ai colpi dell'artiglieria avversaria, furono rafforzate le mura con terrapieni, scavati fossati e, grazie all'aiuto di alcuni aristocratici locali, come Matteo Beccaria, furono mobilitati circa abitanti, in parte destinati a rafforzamento delle difese e in parte destinati a sostenere in combattimento la guarnigione imperiale.

Le difese della città resistettero ai primi assalti dei francesi che furono costretti a organizzare un vero e proprio assedio alla città a partire dal 27 ottobre 1524. Il grosso delle truppe di Francesco I (tra le quali anche i lanzichenecchi della banda nera) si dispose nella zona a ovest della città, nei pressi di San Lanfranco (dove prese alloggio Francesco I) e della basilica di San Salvatore, mentre le fanterie mercenarie svizzere e nuclei di cavalieri si acquartierarono a est di Pavia, tra il monastero di San Giacomo della Vernavola, quello di Santo Spirito e Gallo, di San Pietro in Verzolo e la chiesa di San Lazzaro e Galeazzo Sanseverino, con gran parte della cavalleria pesante, occupò il castello di Mirabello e il parco Visconteo a nord della città. Durante l'assedio, i numerosi borghi e monasteri presenti fuori dalle mura della città furono saccheggiati e occupati dai soldati del re di Francia tanto che, ancora fino agli anni '40 del XVI secolo, i documenti fanno menzione di case o mulini incendiati e distrutti dagli uomini di Francesco I. Il 28 ottobre, Anne de Montmorency e il marchese di Saluzzo Michele Antonio, fecero gettare un ponte di barche sul Ticino e occuparono i sobborghi di Pavia posti oltre il ponte Coperto a sud della città. Durante queste operazioni le artiglierie francesi distrussero la torre del Catenone, che, posta al centro del Ticino e presidiata da alcuni archibugieri spagnoli, difendeva l'accesso alla darsena ducale. Per non permettere ai francesi di penetrare in città attraverso il ponte, Antonio de Leyva fece fortificare il ponte e ordinò che fosse demolita una sua arcata. Tra il 6 e l'8 novembre i francesi bombardarono pesantemente le mura orientali e occidentali di Pavia, aprendo larghe brecce. Cessato il tiro d'artiglieria, assaltarono le mura sia a ovest sia a est, tuttavia, penetrati in città si trovarono davanti i terrapieni e i fossati fatti predisporre dal de Leyva alle spalle della cinta urbana, e dopo un furioso combattimento furono respinti con gravi perdite dai lanzichenecchi imperiali. Vista l'impossibilità di prendere Pavia mediante un assalto, per non consumare ulteriormente le riserve di polvere da sparo, Francesco I ordinò ai suoi ingegneri di deviare il Ticino nel letto del Gravellone (un ramo del fiume che corre a sud della città), in modo da poter penetrare in città attraverso la parte più debole della cinta muraria, quella affacciata sul fiume. Gli uomini di Francesco I lavorarono duramente per creare una diga a nord di Pavia, ma quando la struttura era quasi ultimata, nel mese di dicembre, una forte piena del Ticino la spazzò via. Fallita l'operazione, i francesi ricominciarono ad effettuare sporadici bombardamenti contro le mura della città, con scarsi risultati, ma il vero avversario dell'esercito francese era oramai la stagione, le frequenti piogge, l'umidità e poi la neve, causarono parecchie perdite agli uomini di Francesco I, ormai accampati da mesi intorno a Pavia. Tuttavia, anche in città la situazione cominciava a diventare preoccupante: le riserve di vettovaglie cominciavano ad esaurirsi e, soprattutto, scarseggiava il denaro per pagare gli stipendi dei lanzichenecchi. Per risolvere il problema, l'instancabile De Leyva fece riaprire la zecca, requisì oro e argento agli enti ecclesiastici urbani, all'università e ai cittadini più abbienti, arrivando perfino a donare la propria argenteria e i propri gioielli, e fece coniare monete ossidionali per pagare i soldati. La situazione rimase in stallo fino all'arrivo, all'inizio di febbraio del 1525, di circa uomini agli ordini di Carlo di Lannoy, viceré di Napoli, di Carlo di Borbone e di Fernando Francesco d'Avalos, marchese di Pescara che vennero in aiuto degli assediati. L'esercito si accampò nella zona est di Pavia di fronte alle truppe francesi (che nel frattempo si erano riposizionate lungo le mura orientali del parco Visconteo e avevano eretto un terrapieno lungo la riva destra della Vernavola, dal parco fino al Ticino) e per tre settimane i due eserciti si fronteggiarono trincerati nel Parco Visconteo dove ora si trova Parco della Vernavola.

Svolgimento della battaglia Prima fase della battaglia

La notte fra il 23 e il 24 febbraio, parte dell'esercito spagnolo passa all'azione, guidato dal Conestabile francese Carlo di Bourbon che si era distinto al fianco di Francesco I in occasione della battaglia di Marignano nel 1515, ma che in seguito era passato in campo avverso. I guastatori imperiali, al comando di Galzerano ScalaL'episodio è riportato nella lapide funeraria del militare, posta nella Chiesa di Sant'Anna dei Lombardi in Piazza Monteoliveto a Napoli. Vedi anche la voce Scala (cognome)., nascosti dalla nebbia, aprirono tre brecce nella cinta del Parco presso la località Due Porte di San Genesio, e sorpresero inizialmente le linee francesi, tanto che archibugeri tedeschi e spagnoli, guidati dal marchese del Vasto, presero il castello di Mirabello, dove catturarono numerosi nemici. A Mirabello lo schieramento imperiale si allineò per la battaglia: a destra si schierarono gli spagnoli, a sinistra due quadrati di lanzichenecchi, insieme all'artiglieria, mentre alla testa dell'esercito vi era la cavalleria, divisa a sua volta in tre schiere: l'avanguardia guidata da Carlo di Lannoy, la cavalleria pesante tedesca agli ordini di Carlo di Borbone e di Nicola von Salm e quella spagnola sotto Hernando de Alarcón. Fuori dal parco di Mirabello si posizionò il condottiero imolese Guido Vaini (o Vaina) che aveva il compito di difendere i carriaggi dell'esercito imperiale .

Seconda fase della battaglia

Francesco I e i capi francesi furono sorpresi dall'inattesa azione nemica, ma reagirono rapidamente e schierarono il loro esercito per la battaglia; dopo aver lasciato negli accampamenti e contro la città soldati, tra cui le cosiddette "bande nere" italiane (mentre altri fanti francesi e Italiani agli ordini del conte di Clermont rimasero a ovest e a sud della città), il re prese il comando della sua famosa cavalleria pesante e si diresse sull'ala sinistra per affrontare direttamente la cavalleria imperialeL. Agostini/P. Pastoretto (a cura di), Le grandi battaglie della storia, la battaglia di Pavia, s.p.. Una parte dei picchieri svizzeri e i mercenari tedeschi presero posizione al centro a sud del castello di Mirabello; il grosso della fanteria svizzera venne in un primo momento lasciato in seconda linea raggruppato in formazione serrata; sull'ala destra i francesi misero rapidamente in azione la loro potente artiglieria, mentre verso Pavia fu lasciata una riserva di circa 400 cavalieri pesanti al comando di Carlo IV d'Alençon e, più lontano, nei monasteri e nelle chiese a sud-est della città e lungo la Vernavola, si trovavano ancora alcune migliaia di fanti svizzeri che si stavano preparando per la battaglia..

Al comando del famoso Galiot de Genouillac, i cannoni francesi aprirono il fuoco con grande efficacia contro i quadrati dei picchieri lanzichenecchi che subirono pesanti perdite; le fonti riferiscono particolari macabri sul micidiale effetto del tiro dell'artiglieria sulle dense file dei mercenari lanzichenecchi. Mentre sui fanti tedeschi si abbatteva il bombardamento,che li obbligava a trovare riparo nell'avvallamento formato dell'alveo della Vernavola, impedendogli ogni avanzata, la cavalleria leggera francese con un'abile mossa riuscì a mettere fuori uso l'artiglieria spagnola che si stava ancora schierando sul campo. A questo punto Francesco I compì l'errore di disperdere le sue forze.

Terza fase della battaglia

Sul far dell'alba, nonostante la fitta nebbia, lanciò la propria cavalleria pesante contro la cavalleria imperiale disposta alla sinistra dello schieramento. Probabilmente Francesco I credeva che la fanteria nemica, ormai scompigliate dalle sue artiglierie, in breve tempo sarebbe stata spazzata via dai suoi mercenari svizzeri e tedeschi, che nel frattempo avevano anche respinto un attacco della cavalleria leggera spagnola e voleva quindi ora, come a Marignano, assicurarsi il merito principale della vittoria. Il re francese, secondo schemi puramente medievali, si pose davanti ai suoi cavalieri e cercò di vincere la battaglia con onore e gloria.