La battaglia del golfo di Leyte fu uno scontro aeronavale del teatro del Pacifico della seconda guerra mondiale che, fra il 23 e il 26 ottobre 1944, vide fronteggiarsi le forze alleate e quelle dell'Impero giapponese. Si svolse circa 200 miglia al largo dell'omonima isola filippina in quattro scontri principali (la battaglia del Mar di Sibuyan e quelle dello stretto di Surigao, dell'isola di Samar e di capo Engaño) oltre a diversi scontri minori; il nome deriva dal golfo omonimo dove erano concentrate le flotte anfibie statunitensi, obiettivo strategico primario dell'offensiva aeronavale giapponese.

Citata talvolta come battaglia per il golfo di Leyte e negli Stati Uniti anche come seconda battaglia del Mare delle Filippine, è generalmente considerata la più grande battaglia navale della seconda guerra mondiale e anche, secondo alcune stime, la più grande battaglia navale della storia moderna, in termini di stazza totale delle navi coinvolte. Bauer la definisce «più grande battaglia navale della storia» in termini di tonnellaggio delle navi presenti: 244 navi per tonnellate di stazza contro le 254 navi (per tonnellate di stazza) della battaglia dello Jutland.. La battaglia è inoltre la prima in cui aerei giapponesi attaccarono i nemici impiegando la tattica kamikaze.

Il 20 ottobre 1944 le truppe statunitensi invasero l'isola di Leyte con l'obiettivo strategico di isolare il Giappone dai territori del Sud-est asiatico sottoposti al suo dominio, sottraendogli in tal modo essenziali rifornimenti industriali, in particolare gomma e petrolio provenienti dalle Indie orientali olandesi. In risposta all'attacco americano, la Marina imperiale giapponese mobilitò la quasi totalità delle sue rimanenti unità navali maggiori, nel tentativo di ribaltare l'esito dello scontro, ma fu respinta dalla Terza e dalla Settima Flotta della United States Navy in quattro distinti combattimenti; numerose navi giapponesi, comprese quattro portaerei e tre navi da battaglia, furono affondate e la controffensiva nipponica fallì rovinosamente: la marina imperiale fu spazzata via come efficiente forza militare e si precluse la possibilità, nell'ultima fase della guerra, di affrontare una nuova battaglia contro le preponderanti flotte alleate. La maggior parte delle più grandi unità sopravvissute, a causa della scarsità di carburante disponibile e di equipaggi aerei, finì per rimanere inattiva presso le proprie basi fino al termine della guerra nel Pacifico.

Antefatti La strategia alleata

Le campagne alleate condotte dall'agosto 1942 al marzo 1944 avevano respinto le forze giapponesi da molte delle loro posizioni insulari del Pacifico meridionale e centrale, isolando al contempo diverse basi (soprattutto quella aeronavale di Rabaul). Nel giugno 1944, grazie a una serie di sbarchi anfibi appoggiati dalla Fast Carrier Task Force della Quinta Flotta statunitense, furono occupate le isole Marianne meridionali: fu così infranto il più interno degli anelli strategici di difesa del Giappone e gli Alleati conquistarono una base da cui i bombardieri statunitensi a lungo raggio Boeing B-29 Superfortress avrebbero potuto operare contro il territorio metropolitano nipponico. I giapponesi contrattaccarono poco dopo la riuscita degli sbarchi, impegnando gran parte della loro flotta da combattimento ma nella battaglia del Mare delle Filippine la marina statunitense distrusse tre portaerei nipponiche e circa quattrocento aerei, lasciando la Marina imperiale giapponese con una forza aeronavale molto indebolita e priva di equipaggi esperti...

Per le operazioni successive il capo delle operazioni navali, ammiraglio Ernest King, e altri membri dello stato maggiore congiunto suggerirono l'isolamento delle forze giapponesi nelle Filippine e un attacco principale alla colonia di Formosa, per dare agli Alleati il controllo delle rotte marittime tra il Giappone e l'Asia meridionale. Il generale d'armata Douglas MacArthur, comandante in capo della South West Pacific Area, preferiva tuttavia un'invasione delle Filippine, poiché si trovavano lungo le rotte di rifornimento verso il Giappone e anche perché lasciarle in mano alle truppe d'occupazione avrebbe significato un colpo al prestigio statunitense; le isole erano state sotto il dominio statunitense dal 1898 e l'invasione nipponica era avvenuta nonostante un accordo di difesa e assistenza militare che impegnava gli Stati Uniti con le Filippine. Nel marzo 1942 lo stesso MacArthur era stato obbligato a lasciare il comando dell'arcipelago davanti all'avanzata giapponese, formulando però l'intenzione di ritornare: il generale riteneva perciò un punto d'onore adempiere il suo impegno e riconquistare le Filippine con una campagna terrestre..

Infine, la considerevole potenza aerea che i giapponesi avevano accumulato nelle Filippine, sia come aviazione dell'esercito imperiale sia come aviazione navale, era ritenuta un pericolo per i movimenti navali alleati da molti alti gradi esterni allo stato maggiore congiunto (compreso il comandante in capo della Flotta del Pacifico ammiraglio Chester Nimitz) e impossibile da ignorare. Tuttavia, i piani iniziali di Nimitz e MacArthur erano contrastanti: l'ammiraglio propendeva per l'invasione di Formosa e la recisione delle linee di rifornimento nipponiche da e per il Sud-est asiatico; l'isola poteva anche servire da base per un'invasione della Cina, che MacArthur però reputava non necessaria. Un incontro tra i due alti ufficiali e il presidente Franklin Delano Roosevelt servì a confermare le Filippine come obiettivo strategico, ma ebbe meno influenza di quanto si sia talvolta sostenuto nella decisione finale d'invadere l'arcipelago. Nimitz alla fine cambiò idea e concordò con il piano di MacArthur; ..

Forse la considerazione più decisiva contro il piano Cina-Formosa, come ipotizzato dall'ammiraglio Ernest King e da altri, fu che l'invasione di Formosa avrebbe richiesto una quantità di forze terrestri molto più grande di quelle disponibili nel Pacifico alla fine del 1944 e non sarebbe stata praticabile fin quando la sconfitta della Germania nazista non avesse reso disponibili ulteriori divisioni alleate dal teatro di guerra europeo.. In ogni caso, nell'area Formosa-Filippine-isole Ryūkyū-Giappone meridionale erano presenti oltre aerei da combattimento della marina e dell'esercito imperiale, che costituivano una seria minaccia per le forze navali alleate; pertanto venne deciso dallo stato maggiore statunitense di eliminare o comunque ridimensionare questa minaccia, attuando dal 10 al 20 ottobre una serie di attacchi contro le basi aeree di Formosa e delle Filippine..

Il piano operativo alleato

Come testa di ponte per la riconquista delle Filippine fu scelta l'isola di Leyte, nella parte centrale dell'arcipelago: il trasporto della forza d'invasione e l'appoggio navale ravvicinato sarebbero stati forniti dalla Settima Flotta statunitense, comandata dal viceammiraglio Thomas Kinkaid e comprendente anche unità della Royal Australian NavyGli incrociatori pesanti della classe County , e il cacciatorpediniere .. La Terza Flotta statunitense dell'ammiraglio William Halsey, con le portaerei della Task Force 38 (la "Fast Carrier Task Force" del viceammiraglio Marc Mitscher) come componente principale, avrebbe invece fornito una copertura a distanza alla Settima Flotta e appoggio all'invasione, attaccando le basi aeree nemiche e qualsiasi forza navale che avesse cercato di ostacolare gli sbarchi..

Nel quadro degli attacchi preventivi e per sviare l'attenzione giapponese dalle Filippine, il 12 ottobre 1944 la Terza Flotta dell'ammiraglio Halsey iniziò una serie d'incursioni lanciate dalle portaerei contro Formosa e le isole Ryūkyū, con l'idea di assicurarsi che gli aerei di base in loco non potessero intervenire negli sbarchi a Leyte; il comando nipponico rispose lanciando ondate di attacchi aerei contro le portaerei della Terza Flotta, e in quella che Morison riporta come una «lotta dura ed estenuante tra aerei basati sulle portaerei e aerei di base a terra» i giapponesi furono sconfitti perdendo oltre 500 velivoli in tre giorni, quasi l'intera forza aerea della regione. Altre azioni diversive videro un bombardamento dell'Isola Marcus il 9 ottobre e incursioni delle portaerei britanniche contro le isole Nicobare tra il 17 e il 21 ottobre..

Un grave e fondamentale difetto di questo piano fu che gli Alleati non avrebbero avuto un comandante navale in capo dell'operazione: la Settima Flotta era posta sotto l'autorità del generale MacArthur, mentre l'ammiraglio Halsey dipendeva da Nimitz.. Questa mancanza di un comando unificato, assieme a problemi di comunicazione, avrebbe prodotto una crisi e rischiato di provocare un disastro strategico per le forze alleate, ..

Il piano operativo giapponese Le opzioni alleate erano chiare anche alla Marina imperiale giapponese. Il comandante della Flotta Combinata, ammiraglio Soemu Toyoda, preparò quattro "piani vittoriosi" (捷1号作戦, Shō ichigō sakusen): Shō-Gō 1 era un'importante operazione navale nelle Filippine, mentre Shō-Gō 2, Shō-Gō 3 e Shō-Gō 4 erano configurati, rispettivamente, come risposte agli attacchi aerei portati dagli statunitensi su Formosa, le isole Ryūkyū e le isole Curili. L'alto comando nipponico riteneva più probabile un'invasione delle Filippine, con Leyte come primo obiettivo, ma senza averne la certezza non potevano essere prese misure preventive e quindi in ogni caso il contrattacco giapponese sarebbe arrivato a sbarchi ultimati.. La velocità di reazione giapponese era compromessa anche dalla dispersione delle sue risorse navali: gli attacchi dei sommergibili alleati alle rotte commerciali nipponiche avevano pregiudicato a tal punto i rifornimenti di carburante diretti in Giappone, da obbligare il grosso della Flotta Combinata a trasferirsi nella base di Singapore, più vicina ai pozzi petroliferi del Borneo; solo la squadra delle portaerei era rimasta nelle acque giapponesi, per permettere l'addestramento dei piloti di rimpiazzo..

Con l'inizio dell'invasione statunitense delle Filippine, la marina giapponese passò al piano Shō-Gō 1 ma le gravi perdite di velivoli patite negli scontri su Formosa obbligarono i giapponesi a rivedere il piano originario. Sebbene si facesse comunque molto affidamento sugli aerei di base a terra per indebolire le forze statunitensi, la flotta d'invasione doveva essere attaccata e distrutta da una squadra navale di superficie, cosa difficile da realizzare finché le portaerei dell’ammiraglio William Halsey incrociavano in zona. Si decise quindi di attirare la Terza Flotta lontano da Leyte con uno stratagemma: la squadra portaerei del viceammiraglio Jisaburō Ozawa (3ª Flotta o Forza settentrionale) avrebbe incrociato al largo di Luzon, facendo da esca per indurre Halsey a muovere verso nord. Una volta che questi si fosse allontanato, la Flotta combinata proveniente da Singapore sarebbe piombata nell'area degli sbarchi con una manovra a tenaglia: la 2ª Flotta o Forza centrale del viceammiraglio Takeo Kurita, comprendente le unità principali della flotta, avrebbe percorso lo stretto di San Bernardino arrivando da nord, mentre la più piccola 2ª Divisione corazzate o Forza meridionale del viceammiraglio Shōji Nishimura (distaccata dal grosso agli ordini di Kurita) sarebbe arrivata da sud attraverso lo stretto di Surigao; poiché l'unità di Nishimura era piuttosto debole, fu all'ultimo momento affiancata da una terza squadra navale proveniente dal Giappone, la 5ª Flotta guidata dal viceammiraglio Kiyohide Shima...