La cultura appenninicaLa definizione, che è subentrata a quella di "civiltà extraterramaricola", si deve al paletnologo Ugo Rellini all'inizio degli anni trenta (vedi ). o civiltà appenninica fu una cultura dell'Età del bronzo diffusa nell'Italia peninsulare, e in particolare nelle regioni percorse dalla dorsale degli Appennini, in Emilia-Romagna ad est del fiume Panaro, nelle isole Eolie ed in alcuni lembi della Sicilia.
Storia degli studi Il nome di cultura appenninica, proposto da Ugo Rellini all'inizio degli anni trenta al posto di «civiltà extraterramaricola», finì per essere accolto da tutti gli studiosi. Una tappa fondamentale fu il volume La civiltà appenninica, pubblicato nel 1959 da Salvatore Maria Puglisi. Il libro segnò una svolta, perché leggeva i reperti con gli strumenti dell'antropologia per capire come vivessero, nel Bronzo medio, le comunità del Centro e del Sud della penisola; Benito Alberto Ricciardi e i suoi coautori (2016) collegano questo approccio ai rapporti di Puglisi con Vere Gordon Childe. Dalla ceramica decorata Puglisi ricavò anche una geografia dello stile, raggruppando i siti secondo i motivi prevalenti. Ne distinse tre, a nord, al centro e a sud, e vide in quella centrale il focolaio da cui la decorazione appenninica si sarebbe propagata. Lavori come quelli di Renato Peroni (1959) e di Maria Antonietta Fugazzola Delpino (1976) permisero poi di riconoscere nell'ornamentazione varianti regionali e fasi successive.
Il primo quadro d'insieme arrivò nel 1987 con il catalogo di Ida Macchiarola, che classificò in modo sistematico i singoli motivi e ne cartografò la diffusione. Le aree che ne risultano sono quattro, medio-adriatica, tosco-umbra, medio-tirrenica e del Biferno-Ofanto; Anna Depalmas e Francesco di Gennaro (2004) riferiscono però il sospetto che i vuoti fra l'una e l'altra dipendano dallo stato delle ricerche e che i caratteri, in realtà, cambiassero per gradi sul territorio. Otto anni dopo un'opera collettiva diretta da Daniela Cocchi Genick, alla quale collaborarono anche Isabella Damiani e Macchiarola, allargò l'esame dall'ornato all'intero repertorio vascolare del Centro-Sud e, su questa base, ridisegnò la mappa dei raggruppamenti.
Nell'uso che Depalmas e di Gennaro registrano come prevalente, «appenninico» designa soltanto i materiali del BM3 del Centro-Sud, contesti nei quali i vasi decorati a incisione compaiono di norma accanto a vasi lisci.La ripartizione dell'età del bronzo italiana in antica, media, recente e finale fu proposta da Massimo Pallottino nel 1962 per sostituire, sul piano cronologico, i nomi delle culture (vedi ). Nelle sigle correnti BM indica il Bronzo medio, diviso in tre fasi (BM1, BM2, BM3), e BR il Bronzo recente (vedi ). Nuovo materiale è venuto dal Cornaleto, un insediamento d'altura sul lato ovest del Vallo di Diano scoperto nel 2012 con ricognizioni di superficie dell'Università degli Studi Roma Tre: i frammenti del Bronzo medio avanzato superano i 30 000 e circa 1000 recano ornati appenninici. Per gestire questa massa di dati, gli studenti di Roma Tre hanno schedato tutti i siti editi e costruito un sistema informativo geografico che aggiorna il censimento dopo il 1995.
Cronologia Il ciclo appenninico si suddivide in tre fasi: protoappenninico, appenninico e subappenninico. Nell'Italia centrale la facies di Grotta Nuova, detta anche protoappenninica, occupa le prime due fasi del Bronzo medio (BM1-2); l'appenninico vero e proprio ne rappresenta il momento conclusivo (BM3), mentre il subappenninico appartiene al Bronzo recente. Le date assolute variano secondo la cronologia adottata:La cronologia tradizionale si fonda sui sincronismi con il mondo egeo, cioè sugli oggetti importati databili grazie alle civiltà orientali (vedi ). Fulminante vi affianca due «nuove cronologie assolute», fondate sulle datazioni scientifiche; la seconda si basa sulle misure al radiocarbonio di Johannes van der Plicht e altri (2009). La tabella riporta la prima (vedi ). + Periodizzazione corrente secondo Francesca Fulminante (2014) Facies Periodo Cronologia tradizionale Prima «nuova cronologia assoluta» Grotta Nuova (protoappenninico) Bronzo medio 1-2 1600-1400 a.C. 1700-1400 a.C. Appenninico Bronzo medio 3 1400-1300 a.C. 1400-1325/1300 a.C. Subappenninico Bronzo recente 1300-1150 a.C. 1325/1300-1175/1150 a.C.
Massimo Pallottino (1980) colloca gli esordi della civiltà appenninica, documentati per esempio a Conelle di Arcevia e a Gioia del Colle, nel passaggio dall'Eneolitico all'età del bronzo. Il momento di massimo sviluppo, riconoscibile dai vasi con meandri e spirali incisi, coincide per lui con l'arrivo dei prodotti micenei in Puglia, in Sicilia e nelle Eolie e con la nascita delle terramare al Nord; il subappenninico chiude la sequenza nel Bronzo recente. La fase appenninica piena (1400 a.C. circa) è contemporanea al periodo centrale della civiltà delle terramare in Italia settentrionale, alle culture di Thapsos e del Milazzese in Sicilia ed è compresa nel periodo caratterizzato in Sardegna dalla civiltà nuragica. Luigi Bernabò Brea (1979) segnala che, al tempo del Milazzese, le Eolie ricevevano dalla penisola molto vasellame mesoappenninico di qualità, i cui paralleli più stretti, anche per vicinanza, stanno a Praia a Mare e al Castiglione d'Ischia.Con «mesoappenninico» Bernabò Brea designa la fase appenninica piena del Bronzo medio, distinta dal subappenninico che le succede (vedi ).
Nel Bronzo recente si assistette alla diffusione della fase subappenninica. Come notava Pallottino nel 1960, il nome era nato per indicare una coda dell'appenninico e si usava di preferenza per la ceramica degli abitati; solo con Peroni, nel 1959, si cercò di farne una fase a sé, anteriore al protovillanoviano e riconoscibile in tutta la penisola. Bernabò Brea considera l'Ausonio I di Lipari un subappenninico ormai staccato dalla tradizione precedente: gli ornati incisi sono scomparsi, i vasi hanno superfici scure e ben lisciate e profili netti, e le tazze (capeduncole) portano anse sopraelevate di forme molto varie. Pallottino (1960) vi leggeva un cambio improvviso di cultura, forse l'effetto di una conquista venuta dalla penisola, che Bernabò Brea aveva accostato al racconto mitico di Liparo, figlio di Ausonio, signore delle isole. Puglisi definì così il subappenninico nel 1959:
Cultura materiale
La cultura appenninica è caratterizzata in un primo periodo da una ceramica rozza e sono rari gli oggetti in metallo. Successivamente con la diffusione del bronzo si osserva anche una ceramica di qualità migliore decorata con una pasta biancastra a base di gesso. La facies subappenninica si contraddistingue per la perdita della decorazione incisa e lo sviluppo di anse sopraelevate e per una metallurgia simile a quella padana e transalpina. Il repertorio tipico, secondo Depalmas e di Gennaro, comprende linee, meandri e spirali tracciati con la punta o con l'intaglio, disposti di preferenza nella parte alta del vaso e sull'orlo appiattito, con campiture di puntini o di trattini; alcuni schemi affiorano già nella facies di Grotta Nuova, ma lo stile si impone solo nel BM3. Puglisi vedeva nella punteggiatura un sostituto della pittura usata in altre culture; i due studiosi notano che spesso il disegno vero è quello delle bande lasciate lisce, che spiccano perché riflettono la luce, mentre il fondo punteggiato resta in ombra. Chiedono anche di censire in modo sistematico i riempimenti di pasta bianca o colorata nei solchi, che al momento del loro studio erano stati annotati solo occasionalmente, e non credono che singoli villaggi o gruppi tribali adottassero motivi esclusivi come segno di identità. Nella terramara di Campli, in Abruzzo, una matrice di fusione del Bronzo medio è stata trovata con tipica ceramica incisa appenninica.
Economia e rapporti commerciali
I ritrovamenti di utensili legati al latte hanno permesso di ipotizzarne un carattere prevalentemente pastorale e migrazioni stagionali, con insediamenti in capanne o in ricoveri temporanei.
I ritrovamenti della grotta della Monaca in Calabria evidenziano una comunità che praticava una intensa attività mineraria, testimoniata da utensili da lavoro, impronte di scavo, muretti a secco, e agro-pastorale, legata anche al consumo del latte e dei suoi derivati, nonostante le indagini genetiche abbiano trovato che la comunità non avesse ancora sviluppato la tolleranza al lattosio.
I rapporti con la civiltà micenea, importanti specialmente per la definizione della cronologia, sono testimoniati da frammenti di ceramiche importate. Pallottino (1980) sottolineava che i vasi micenei giunti in Puglia, in Sicilia e nelle Eolie appartengono al periodo di massimo sviluppo della cultura appenninica, ed è proprio il confronto con le fasi micenee III A e B, collocate fra il 1400 e il 1200 a.C. circa, a dare un ancoraggio cronologico alle fasi mature del bronzo italiano.
Aspetti funerari I defunti erano inumati in tombe scavate nella terra, in grotte, come nel caso della grotta della Monaca, in grotticelle artificiali o in tombe dolmeniche.
L'approccio interdisciplinare adottato per lo studio del sepolcreto della grotta della Monaca ha permesso di determinare come il sito funerario sia stato organizzato secondo una logica familiare, che teneva conto cioè delle relazioni tra genitori e figli degli inumati, una delle più antiche evidenze del genere trovate in Europa.
La pratica della cremazione compare già nel Bronzo medio: secondo Bernabò Brea (1979) il sepolcreto a cremazione di contrada Pozzillo a Canosa di Puglia, scavato da Felice Gino Lo Porto, è riferibile al mesoappenninico, e anche Ettore M. De Juliis (1979) vi vede una comparsa precoce, seppure sporadica, di questo rito. Nel Bronzo recente sono attestati la necropoli di Torre Castelluccia, presso Taranto, e le sepolture di Cavallo Morto, vicino ad Anzio. Per Nuccia Negroni Catacchio e Peroni (1979) le necropoli di Canosa e di Torre Castelluccia, più antiche del XII secolo a.C., restano fuori dal protovillanoviano; i due studiosi ritengono però probabile che abbiano avuto una parte nella sua nascita, una questione che lasciano aperta.
Etnografia
Nel XIX e all'inizio del XX secolo sono state fatte diverse attribuzioni etniche alla cultura appenninica. Luigi Pigorini e la sua scuola attribuivano l'età del bronzo italiana a genti indoeuropee arrivate da oltralpe, identificate con gli abitanti delle terramare. Le ricerche di Paolo Orsi in Sicilia e di Giuseppe Angelo Colini e Ugo Rellini nel Centro-Sud rovesciarono il quadro: nella penisola non c'era una cesura con il Neolitico e l'Eneolitico, gli influssi esterni arrivavano piuttosto dall'Egeo, e Rellini finì per considerare la cultura appenninica opera degli Italici. Pallottino ha respinto queste ricostruzioni come troppo semplicistiche. Ha criticato in particolare il principio, detto legge di Kossinna dal nome di Gustaf Kossinna, secondo cui a ogni cultura archeologica corrisponderebbe un popolo distinto. Già nel 1960 metteva in guardia dal confondere le partizioni dei paletnologi con la storia: le culture archeologiche servono a ordinare i reperti, sono ipotesi di lavoro e non entità etniche; nel 1980 sconsigliava persino di parlare di «Appenninici» o di «Terramaricoli», nomi che fanno pensare a popoli là dove i reperti attestano soltanto somiglianze culturali.