Retignano è una frazione del comune italiano di Stazzema, nella provincia di Lucca, in Toscana.
Nato come insediamento dei Liguri Apuani (luogo già però abitato nella preistoria, dal periodo Eneolitico e per questo antichissimo) cadde poi sotto il dominio dei Romani, che lo fondarono nel 177 a.C..
Geografia fisica Territorio
Retignano sorge a un'altitudine di 396 metri s.l.m. e raggiunge la massima altitudine ai 913 metri delle punte di Mont'Alto, dove esistono i resti di un'antica cava di "rosso rubino" (un marmo pregiato presente solo in poche zone) e luoghi di estrazioni di bardiglio e "bardiglio fiorito".
Gode di un clima mite grazie all'apertura sul mare, anche se d'inverno non mancano le nevicate, e, grazie alla sua posizione collinare, da Retignano è possibile vedere la valle dello stazzemese quasi al completo. Si possono vedere i rilievi del monte Pania, Corchia, Matanna, Nona, Procinto, Lieto, Cavallo e tutte le montagne attigue. Per questo motivo era sede di fortini di avvistamento che avvertivano i valligiani dei pericoli di attacchi nemici provenienti dalla costa.
Clima
In base alla media trentennale di riferimento (1961-1990), la temperatura media del mese più freddo, gennaio, è di 6,6 °C; quella del mese più caldo, luglio, si attesta +22,5 °C.
Le precipitazioni medie annue nel medesimo trentennio si attestano a 1.914,5 mm, con elevato picco tra autunno e inverno e con minimo relativo in estate.
I dati delle precipitazioni sono aggiornati all'anno 2000.
Storia
I primi insediamenti Attraverso alcuni ritrovamenti si può sostenere che la zona dell'attuale Retignano fosse già popolata in epoca preistorica, dal periodo del Paleolitico fino all'età del bronzo e del ferro. , in epoca romana, quando gli abitanti delle Alpi Apuane erano i noti Liguri Apuani. Si ritiene, infatti, che già allora esisteva un piccolo gruppo di casupole circondate da molti campi coltivati, alcuni dei quali in comune con gli altri insediamenti vicini di Terrinca e Levigliani, in cui sono stati anche rinvenute alcune tracce di questa popolazione. Con Levigliani condivideva anche una piccola necropoli, in località "Le piane", nella zona alta del paese.
I Liguri Apuani, o più semplicemente Apuani, erano una popolazione che si suddivideva in varie tribù, chiamate Nomen dagli storici romani; una di queste si stanziò tra i massicci montuosi del complesso di Mont'Alto, un'area molto estesa, delimitata da confini naturali e piena di risorse, tra cui torrenti, piante medicinali e fauna. Qui gli Apuani conducevano una vita seminomade e sfruttavano le zone di Retignano come nucleo abitativo dai mesi primaverili fino al primo inverno. Nelle zone più riparate e le radure di "Gordici" e "Valimoni", località di Retignano situate nei boschi, a circa 700 metri s.l.m., , sorgevano i resti di piccoli insediamenti. In caso di guerra, era previsto il ricorso ad una cima fortificata, una vetta da cui poter scorgere l'orizzonte e segnalare tempestivamente l'arrivo dei nemici. Per Retignano, tale vetta coincide con la sommità del monte "Castello", la cui etimologia probabilmente ha a che vedere con questo fatto.Le notizie storiche del paese sono riportate in un libriccino di cui ogni abitante del paese ha una copia Da lì è possibile vedere l'intera vallata versiliese, la costa e, nelle giornate serene, anche uno scorcio sull'arcipelago toscano. Le lacune lasciate dalla storiografia romana non hanno permesso di identificare la tribù che popolava Retignano. Si ritiene che fossero i Vasates, abitanti di Basati, località antistante Retignano e che da essi deriva il suo nome.
Nel corso dei secoli, a causa del grande interesse mostrato dai Romani per le risorse della Versilia, i Liguri Apuani furono più volte attaccati dalle milizie romane. Dopo la sconfitta di Annibale, come racconta Tito Livio, nel 193 a.C. i Liguri presero l'iniziativa, contrattaccando i Romani ed avviando così un lungo periodo di guerra. Retignano fu una delle principali roccaforti dei Liguri Apuani, tanto osteggiata da Roma.
I Romani disponevano di molti armamenti e di una cultura della guerra più sviluppata, per cui in più occasioni riuscirono a sopraffare i Liguri i quali, dal canto loro, potevano sfruttare la conoscenza del territorio per meglio organizzare offensive e ritirate.
Nel 186 a.C., i Liguri inflissero una pesante sconfitta alle truppe del console Quinto Marcio Filippo, attirando centinaia di legionari romani in una serie di strette gole e terreni scoscesi. Il luogo del disastro, secondo Tito Livio, prese poi il nome di Saltus Marcius, ovvero "il salto di Marcio". Lo storico romano racconta che i Romani dovettero spogliarsi delle armi soltanto per battere ritirata più velocemente.
La zona, un colle denominato ancora oggi "Colle Marcio", è stata individuata lungo il sentiero che collega Retignano al paese di Volegno, una cresta boscosa che scende dal Monte Alto fino a sbarrare il Vezza nei pressi di Pontestazzemese.
In ogni caso, la vittoria del Saltus Marcius ridiede nuova linfa agli Apuani che ripresero di buona lena le loro incursioni lungo il litorale versiliese, per limitare le quali Roma inviò il console di turno Marco Sempronio Tuditano che, nel 185 a.c., li costrinse a rientrare sulle montagne, ridando a Roma il controllo della fascia costiera da Pisa al Portus Lunae. Ma, anche in questo caso, la presunta vittoria non convinse per nulla il Senato, visto che negò il trionfo anche a quest’ultimo console.
Cominciò così un periodo in cui la situazione rimase costante: gli Apuani continuarono con le loro incursioni ed i Romani li ricacciavano sui monti. Presumibilmente si trattava di piccoli agguati attraverso i quali uno dei contendenti cercava di attirare l’altro nelle gole montane dove avrebbe potuto tendere delle imboscate, mentre l’altro lo inseguiva fin quando il terreno non diventava pericoloso.
Ma questa situazione di stallo e di continua guerriglia senza risultati concreti era inaccettabile per il Senato Romano. Per attuare i propri disegni espansionistici, esso necessitava di territori dove poter agire in tutta tranquillità, per cui fu presa la decisione di saldare il conto con gli Apuani una volta per tutte.
Approfittando sembra di una tregua e anticipando una spedizione che gli Apuani si attendevano soltanto con l’arrivo dei due consoli in carica, i due proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo presero di sorpresa i Liguri che dovettero arrendersi. Tra il 180 a.C. ed il 179 a.C. gli Apuani furono sopraffatti e in parte furono deportati nel Sannio (Macchia di Circello, vicino a Benevento), in due scaglioni ed anni successivi composti, Tito Livio, di 40.000 e 7.000 individui.
Nonostante nel corso dei secoli i Liguri Apuani abbiano affrontato diverse guerre contro i Romani, spesso subendo pesanti sconfitte, si ritiene che non tutti furono deportati durante il periodo 180 – 179 a.C. e l'interesse di Roma nel tenere a freno questi nomadi si concentrava per lo più su quelli che abitavano la costa e la valle del Magra, ritenuti una minaccia per la sicurezza e il commercio nel porto di Luni.
In ogni caso, dopo la deportazione dei Liguri Apuani, nel 177 a.C. i loro domini a Retignano, Levigliani e Seravezza furono suddivisi dapprima in coloniae, con centro a Luni per Seravezza e Querceta, a Lucca per le zone montuose di Stazzema e Pietrasanta. Le colonie vennero poi suddivise in villaggi, sorti su colline di facile accesso. Ognuno di essi, divenuto un accampamento romano, prese il nome dal suo fondatore o governatore. L'attuale posizione di Retignano deriva, dunque, dall'epoca di dominazione romana.
Possiamo considerare, quindi, il 177 a.C. come effettivo anno di fondazione del borgo di Retignano in chiave romana. La località era definita in latino arcifinius, ovvero un tipo di suddivisione del territorio, così chiamato dalla Roma repubblicana, che indicava un appezzamento non ben praticabile a causa della morfologia (località montanara) e dove si era già cominciato a costruire prima dell'autorizzazione romana. Inizialmente, arcifinius indicava un terreno non ancora soggetto alle leggi imperiali, bensì ad altre straniere (in questo caso, degli Apuani o chi per essi). Stando alle opere De agrorum qualitate ("La qualità dei campi") e De controversiis di Sesto Giulio Frontino, politico e scrittore romano, un arcifinius indica un confine curvo, come quello posto alla estremità di un campo coltivato, montagne, corsi d'acqua... Retignano, come altre località versiliesi, appariva proprio come un insediamento arcifinium, specialmente per come apparve dopo la deportazione dei Liguri Apuani nel Sannio, che lasciò l'area quasi del tutto spopolata. L'analisi di vari fattori (tra cui la toponomastica, alcune tradizioni popolari e l'etnografia) porta a credere che Retignano, in veste di stazione romana, insieme a Pomezzana e Gallena fu ricavato dal frazionamento di aree più vaste, da cui poi avrebbe avuto origine il comunello di Farnocchia da una parte e il comune di Seravezza dall'altra. Sembrerebbe una tattica romana per iniziare a sottrarre territori alle comunità "indigene" locali. L'arcifinius dunque era il modello demoterritoriale con cui i romani spartirono la Versilia tra i loro coloni. Un modello che i nobili feudatari medievali, di origine longobarda e non, mantennero intatto, facendolo riemergere nei secoli successivi in veste di Comunello. Una simile spartizione di aiuta anche a comprendere come il feudalesimo e la servitù si siano così radicati nelle zone di Retignano e dintorni.
Nei primi secoli d.C., a causa delle incursioni di popoli barbari, furono costruiti diversi fortini nell'attuale zona di Retignano, molti dei quali ancora visibili, benché poco accessibili. Il fortino chiamato "Pineta" ancora oggi presenta le feritoie ed è visitabile, mentre gli altri (specialmente quelli del "roso" e il "casino") sono stati trasformati in marginette oppure metati.
La chiesa del paese risale invece all'VIII secolo d.C. e, secondo alcune fonti, fu edificata in data 29 dicembre, anche se l'anno non è del tutto chiaro.
Alcune ricerche su un documento del 31 agosto 855 d.C. fanno risalire il nome a Retinius (Retinio), romano a cui fu affidato il distretto del paese che poi divenne Ratiniana, Ratignano, San Pietro di Retignano ed infine Retignano. Il riferimento al santo patrono risale al 700 d.C., quando la cristianità si diffuse maggiormente in tutta la penisola e Retignano, alle dipendenze di Roma, ne assunse lo stesso patrono (San Pietro). Il 1º luglio 932 d.C. il borgo, denominato Ratignano come testimoniano certi registri dell'arcivescovato di Lucca, fu donato dal re longobardo Lotario alla cattedrale lucchese. Il 2 settembre 954 il paese era già di un certo livello e di lì a breve divenne comunello autonomo. All'epoca, la sua economia era largamente a sfondo agricolo.
Dal Mille al Seicento
Il primo nucleo ad essere abitato, dopo il periodo dei Liguri Apuani, fu quello oggi chiamato "Caldaia" insieme anche alla “Corte”, così chiamata perché sede del primo Comunello autonomo verso la fine del 1100.
Il Barbacciani Fedeli, un saggio sulla storia e la configurazione politica della Versilia nei secoli, attesta che il monte che sovrasta Retignano, noto come “Castello”, un tempo fosse un'antica rocca di avvistamento di popoli nemici in avvicinamento e marcasse, inoltre, il confine tra la diocesi di Luni e quella di Lucca.
Il Comunello di Retignano comprendeva, oltre al paese stesso, anche i territori di Ruosina, Iacco, Argentiera e Gallena, più una serie di insediamenti al di là del fiume, che gli abitanti oggi chiamano «dal fiume innà» (in versiliese, “al di là del fiume”), a sottolineare che non hanno un toponimo vero e proprio.